La “Resistenza intellettuale” di fra Mario Padovano: quando la poesia canta la filosofia

Un viaggio nella silloge poetica che fa dialogare il rigore tomista con Calvino e Pasolini, per riscoprire la bellezza come splendore della verità e resistere al caos contemporaneo

A sinistra, fra Mario Padovano. Foto Francesco Vitale. A destra, la copertina del libro. Foto per gentile concessione

In un’epoca dominata dalla frammentazione del sapere e dalla rapidità dei consumi digitali, la scommessa di unire la profondità della speculazione filosofica alla bellezza del verso poetico può sembrare controcorrente. È questa la sfida al centro di “Resistenza intellettuale“, la nuova silloge poetica di fra Mario Padovano, frate domenicano. A Interris.it spiega le ragioni di un’opera che fa dialogare la teologia con la letteratura contemporanea. Attraverso un percorso che spazia dal rigore di Aristotele e Tommaso d’Aquino alle suggestioni di Calvino, Pasolini e Montale, fra Mario ci guida alla scoperta di una “resistenza” che è prima di tutto interiore e culturale. Un cammino in cui la poesia non è sterile esercizio estetico, ma lo “splendore del vero” capace di ricondurre l’uomo contemporaneo all’unità della conoscenza, fino a toccare il mistero cristiano della Rivelazione.

L’intervista

Fra Mario, partiamo dal titolo del suo libro: perché proprio “Resistenza intellettuale”?

“Questo libro è una raccolta di versi, una silloge in cui la poesia canta la filosofia e la teologia, traducendo in parole gli aspetti filosofici che ho vissuto concretamente nella mia vita. Lo definisco un lavoro di ‘resistenza intellettuale’ perché oggi avvertiamo tutti – e forse i giovani in particolare – il bisogno profondo di resistere alla frammentazione e alla disgregazione della conoscenza a cui assistiamo quotidianamente. È un richiamo che si ispira al celebre ‘distinguere per unire’ di Jacques Maritain, un invito a cercare l’unità nella diversità. Non a caso, il poemetto finale canta proprio l’analogia dell’ente: il fatto che l’essere si dica in molti modi. È il cammino intellettuale e di ricerca della mia vita, un regalo che ho voluto fare a chi cerca e vuole trovare la verità”.

È un testo accessibile a tutti, o richiede una preparazione filosofica?

“È un libro molto agevole che si sfoglia facilmente, anche se all’interno ci sono concetti indubbiamente complessi. Potrei dire che non è di immediata lettura per tutti se ci fermiamo al primo impatto, ma lo diventa ‘mediatamente’. Direttamente può apparire difficile, ma indirettamente parla a chiunque. In fondo, siamo tutti chiamati a immergerci in questa introspettiva resistenza intellettuale”.

Filosofia unita alla poesia: apparentemente potrebbe non sembrare un’idea originale, ma come si coniugano davvero questi due mondi nella sua opera?

“Si coniugano perché sia la filosofia che la poesia vogliono parlare, ma da angolature diverse. La filosofia cerca la verità in quanto verità. La poesia, intesa proprio nel senso greco di poiesis – che secondo la filosofia aristotelica si applica a qualsiasi opera d’arte – vuole manifestare la bellezza. E che cos’è la bellezza se non lo splendore del vero? Qui la poesia vuole cantare proprio questo splendore, recuperando un valore oggettivo, non puramente soggettivistico. Nel testo e nei miei studi mi sono confrontato moltissimo con filosofi, scrittori e scienziati moderni e contemporanei. Ci sono riferimenti a ‘Le città invisibili’ di Italo Calvino, a ‘Ragazzi di vita’ di Pasolini, a ‘Ossi di seppia’ di Montale, e poi a Kant, a Husserl. C’è persino una parodia nello stile di Cecco Angiolieri! La filosofia di fondo è chiaramente quella aristotelico-tomista, ma questi autori hanno attivato e stimolato lo sviluppo della mia ricerca”.

Tra i tanti versi presenti nella silloge, ce n’è uno a cui si sente più legato e che vorrebbe scegliere per noi?

“Sceglierei proprio gli ultimi versi, perché ricapitolano l’intero impianto della mia ricerca, che è insieme intellettuale e spirituale. Il grande Cornelio Fabro diceva che la vita dello spirito comincia con l’apprensione dell’ente, e io sono profondamente d’accordo con lui. L’ultimo frammento usa un termine dantesco bellissimo, tratto dal 33° canto del Paradiso. Questo verso vuole cantare, forse con poca precisione, la trascendenza di Dio ma anche la sua presenza e il suo agire nella creazione e recita così: ‘Il principio sussistente, primo ed ultimo, che il filosofo, meravigliando, speculando, intravede, che senza un dove, in ogni dove, più oltre si indova e più lo insegna il Cristo, che sé indica col dito’.

Qual è il significato profondo di questo finale?

“Significa che la filosofia può arrivare fino a un certo punto: ci fa capire la verità, ci svela tante verità sul mondo, ma i misteri profondi che riguardano la vita intima di Dio e il suo disegno di salvezza ce li può rivelare soltanto Cristo. In sottofondo, quindi, emerge la teologia di San Paolo: la visione del Cristo maestro e “ricapitolatore” di tutte le cose, che indica se stesso come Via, Verità e Vita”.

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