La metafora del calabrone: come superare i limiti e crescere personalmente

Dall’educazione alla vita quotidiana, dal lavoro allo sport: strategie pratiche ispirate al calabrone per affrontare ostacoli, sfruttare le sfide e trasformarle in opportunità di miglioramento costante

La “metafora del calabrone” è un’espressione contemporanea che indica la possibilità, per ogni individuo del mondo, di provare a migliorarsi, senza porsi limiti ingiustificati o paure continue di fallire, per raggiungere risultati insperati. In passato era diffusa la convinzione (errata scientificamente) che il calabrone, a causa del suo peso e delle ali ridotte non potesse volare. Nonostante l’infondatezza, l’informazione è stata utilizzata come metafora che simboleggia gli sforzi della persona per superare dei limiti che aveva già etichettato come impossibili.

La credenza nasce, probabilmente, da una simpatica riflessione attribuibile ad Albert Einstein “La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso”. Il calabrone simboleggia, dunque, il superamento dei suoi limiti apparenti. Dinanzi alla formula “non si può fare”, occorre anteporre quella del “si può fare” o “del si può provare a fare”. Nasce, così, una prospettiva di miglioramento personale a cui riferirsi, in diversi ambiti, da quello mentale, spirituale, sociale nonché nelle applicazioni concrete offerte dallo studio, dal lavoro, dallo sport.

È necessario diversificare gli approcci e, in un’ottica di “problem solving”, utilizzare altre strategie di risoluzione non convenzionali, non tentate in precedenza, aggirando il limite; così come procede astutamente il calabrone nel suo volo particolare, utilizzando un velocissimo battito d’ali che genera portanza, più da elicottero che da aereo.

Si tratta della forza di saper accettare le critiche e di costruire la propria individualità, senza accontentarsi, senza sterili tiepidismi, in un costruttivo rapporto con l’altro.

Le critiche divengono un banco di prova. Saperle accettare, senza rimanere condizionati, è un primo passo costruttivo, soprattutto se i rilievi sono formulati senza intenzione di offendere o giudicare ma come utili consigli; in questo caso, chi le riceve deve essere in grado di assumersi le responsabilità. La critica feroce e offensiva, invece, non ha interesse ad aiutare la persona bensì a reprimerla nei confini stabiliti, annullandone la personalità e l’individualità, esercitando, inoltre, una pericolosa forma di controllo e manipolazione. Chi riceve la critica è in una posizione ancora più vulnerabile se soffre di scarsa autostima. La paura di deludere (gli amici, i familiari, il partner, i colleghi, ecc.) è una delle componenti più pericolose nei confronti di una corretta affermazione della personalità.

Alcuni giudizi negativi di educatori, amici, familiari, rischiano di tarpare per sempre le ali del piccolo che si approssima a maturare, che inizia a costruire la propria razionalità e la propria autostima. Se sarà in grado di non farsi condizionare dalle sentenze altrui (sempre presenti), potrà costruire un percorso, di dialogo e crescita tramite le esperienze, che lo contraddistinguerà per sempre. Nei casi migliori, i blocchi imposti dalla società, spingono il soggetto a reagire con la giusta grinta, adoperandosi in una sfida proiettata a dimostrare il contrario, in una sana ribellione contro il conformismo imposto.

Il 22 settembre 1985, San Giovanni Paolo II, durante la visita pastorale a Genova, affermò “In questa aspirazione ‘a qualcosa di più’, che è implacabile nell’animo giovanile, e per questo benefica e benedetta, io desidero confermarvi. È Pietro, ‘roccia’ per chiamata divina che vi esorta a non appiattirvi nella mediocrità, a non assuefarvi ai desideri mondani, a non voler vivere solo a metà, con aspirazioni ridotte o, peggio, atrofizzate. Il Papa è venuto per invitarvi al cammino, alla novità continua da cercare dentro di voi, con la vostra stessa vita. Giovani genovesi, non ‘lasciatevi vivere’, ma prendete nelle vostre mani la vostra vita e vogliate decidere di farne un autentico e personale capolavoro! […] La preghiera sia la vostra arma segreta e potente. Per essa vi irrobustite dinanzi alle sfide del vivere quotidiano, e acquisite quel realismo cristiano che è indispensabile per diventare maturi”.

Il professor Antonino Falduto è l’autore di “Autonomia e libertà individuale” (sottotitolo “Etica concreta ed educazione alla libertà”), pubblicato da “Carocci” nello scorso mese di settembre. Parte dell’estratto recita “Il volume suggerisce che esiste un modo di pensare i concetti di libertà e autonomia alla luce della domanda ‘che cos’è l’essere umano?’, che passa attraverso la centralità del corpo vivo. Da qui, dall’esigenza di connettere strettamente antropologia, etica ed educazione, si snoda il percorso tracciato dall’autore per portare la legge morale in un mondo che sembra non conoscerla”.

A proposito di evoluzione, in relazione agli sviluppi demografici, all’alimentazione, alla salute e agli stili di vita, nel 2018 Focus, al link https://www.focus.it/comportamento/psicologia/test-del-qi-i-punteggi-in-caduta-libera-dagli-anni-70, pubblicava “Effetto Flynn. Intorno agli anni ‘80 del Novecento, il ricercatore neozelandese James R. Flynn osservò come, nella prima parte del secolo, il valore medio globale dell’intelligenza, valutata attraverso i test del QI, fosse cresciuto in modo lineare, aumentando di circa 3 punti per ogni decennio. Dalla nuova analisi condotta dagli scienziati del Ragnar Frisch Centre for Economic Research, in Norvegia, emerge invece che questo effetto ha raggiunto il picco alla metà degli anni ‘70, per poi entrare in declino. Il team ha acquisito i risultati dai test del QI di 730 mila ragazzi norvegesi di 18-19 anni valutati per il servizio militare obbligatorio. Dal 1970 al 2009, sono state reclutate tre generazioni di giovani uomini, nati tra il 1962 e il 1991. Tra i nati dopo il 1975, si è registrato un calo di punteggi medi pari a 7 punti per ogni generazione. Il risultato conferma alcuni altri studi, in parte condotti dallo stesso Flynn sui teenager britannici”.

sistan.it (Sistema Statistico Nazionale) riprende le statistiche del rapporto “Le competenze cognitive in Italia nel contesto internazionale”, pubblicato dall’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche) nello scorso mese di febbraio, al link chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://oa.inapp.gov.it/server/api/core/bitstreams/c31df4f9-6df7-4c77-8784-0fd0afa467fb/content

Fra i numerosi dati, si evidenzia quanto segue “Nel rapporto si legge che In Italia il 35% delle persone di 16-65 anni ha ridotte competenze nella lettura e comprensione di testi (26% nella media Ocse). Tale percentuale, confermata anche per le capacità di utilizzo delle informazioni matematiche (25% nella media Ocse), sale al 46% nelle capacità di risolvere problemi in situazioni dinamiche (29% nella media Ocse). Analizzando i tre domini congiuntamente, il dato si attesta al 26% (18% nella media Ocse), per cui in Italia circa un adulto di 16-65 anni su quattro presenta ridotte competenze in tutti e tre i domini cognitivi (literacy, numeracy e problem solving adattivo)”.

L’ostacolo rimane tale soprattutto se mai affrontato. L’esperienza insegna che la conoscenza e l’approssimarsi al problema consentono di conoscerlo meglio e di provare a fronteggiarlo, con risultati di vario tipo. La rinuncia a priori rappresenta la “sconfitta” inesorabile senza partita. La resa dinanzi alle avversità e alle critiche rappresenterebbe l’impossibilità di ogni crescita, personale e collettiva; al contrario, la grinta, il sacrificio, l’impegno e la perseveranza possono innalzare il soggetto e condurlo a traguardi inaspettati.

Nella società e nella cultura del successo o del fallimento, la dicotomia intrappola nelle polarità e ingabbia gli individui in questi estremi così pericolosi, lontani dalla sana capacità di affrontare la vita e di sapersi migliorare gradualmente, in modo duraturo e non effimero. L’obiettivo, invece, è di raggiungere un equilibrio tra una vita rinunciataria, senza stima, in cui ci si sente inadeguati e un atteggiamento spavaldo e ambizioso, in cui ci si considera invincibili, come semidivinità, in grado, da soli, di sovvertire e indirizzare tutto.

L’essere calabrone riguarda tutti, a partire dalle convinzioni fallaci, proprie e altrui, di non potercela fare. Rappresenta il grido di sfida al mondo per chi è in condizioni svantaggiate (economiche, sociali, culturali, fisiche) e che, nonostante gli ostacoli del sistema, riesce ad affermare le proprie capacità, a stupire se stesso e il prossimo.

Persone bollate come inferiori, inutili, incapaci, “trattenute a terra” perché non come le altre, possono dimostrare come siano in grado di volare pienamente e raggiungere, od oltrepassare, gli steccati posti dalla superficialità e dall’insensibilità altrui.

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