“La grazia del lavoro”: opportunità per contribuire al bene comune e realizzare la propria vocazione

Interris.it ha intervistato il filosofo del lavoro e saggista Massimiliano Pappalardo autore del libro "La grazia del lavoro. Crescere, prendersi cura e ritrovarsi nella propria professione"

Foto gentilmente concesse

La grazia del lavoro. Crescere, prendersi cura e ritrovarsi nella propria professione” (edito da San Paolo) è il nuovo libro di Massimiliano Pappalardo, filosofo del lavoro. Di cosa parliamo quando parliamo di lavoro? E che cosa significa propriamente la “spiritualità del lavoro”, connessa al famoso passo evangelico non di solo pane vive l’uomo? Sono le domande da cui prende le mosse questo volume, molto distante dal mainstreaming dei manuali di management presenti sul mercato: in queste pagine, più che la domanda “come fare per” (Come fare per avere successo, come fare per progettare obiettivi di carriera…), troviamo tanti “perché” (Che senso ha il mio lavoro? Posso lasciare un segno? Quanta parte di me c’è in questa fatica?). Un dialogo aperto con chi lavora e con chi si sta approcciando al primo impiego, con tanti sogni e un (ancora) piccolo bagaglio di esperienze: perché il lavoro non è solamente un mezzo per ottenere un salario o per soddisfare bisogni materiali, ma anche un’opportunità irripetibile per esprimere la propria creatività, per contribuire al bene comune e realizzare la propria vocazione personale.

L’autore Massimiliano Pappalardo

Interris.it ha intervistato Massimiliano Pappalardo, filosofo del lavoro e saggista, è esperto di temi quali la consapevolezza, la responsabilità, il pensiero critico e il linguaggio delle relazioni, su cui tiene corsi e seminari presso grandi gruppi imprenditoriali in tutta Italia. Oggi è responsabile dell’area sviluppo manageriale per la società di consulenza VALEOin, docente presso Il Sole 24 Ore Business School e docente a contratto di Filosofia del lavoro presso la facoltà di Filosofia dell’Università di Catania. Scrive articoli su blog, siti di filosofia, attualità e letteratura. Ha pubblicato per Feltrinelli “Che fine hai fatto, papà?” (2023); per Effatà “Dammi Vita!” (con Laura Guzzo), “Filosofia dell’educazione, Filosofia della bellezza, Filosofia del lavoro, Essere Antifragili”.

L’intervista

Cosa si intende con “La grazia del lavoro”?

“Parlare di grazia del lavoro significa riconoscere che esso non è mai soltanto un’attività pratica, né un obbligo necessario per sopravvivere. È piuttosto un’occasione privilegiata per entrare in contatto con la nostra interiorità e per esprimere, attraverso gesti e opere, ciò che siamo davvero. C’è un legame profondo tra il fare e l’essere: ciò che costruiamo con le mani e con l’intelligenza plasma anche il nostro volto interiore. Hannah Arendt, riflettendo sulla condizione umana, osservava che il lavoro ci ancora al mondo, ci fa sentire parte di una realtà che dura oltre la nostra individualità. Ecco perché si parla di grazia: perché il lavoro, se vissuto con consapevolezza, diventa dono e vocazione, uno spazio di libertà creativa dove lasciare una traccia unica e irripetibile”.

Non di solo pane vive l’uomo: qual è l’importanza del lavoro nella vita di ogni uomo?

“L’uomo ha bisogno del pane per vivere, ma la sua fame non si esaurisce nel cibo materiale. Il lavoro, in questo senso, è uno dei luoghi privilegiati dove la fame di senso trova nutrimento. Non è riducibile al soddisfacimento delle necessità: è anche esercizio di intelligenza, immaginazione e responsabilità. Persino la fatica, che potrebbe sembrare solo un ostacolo, diventa parte integrante di questa pienezza: nella misura in cui la attraversiamo, essa ci educa, ci fortifica, ci rivela a noi stessi. Senza lavoro, rischiamo di perdere la direzione, di cadere nel torpore dell’apatia. Simone Weil scriveva che “il lavoro è un bisogno essenziale dell’anima umana”: non per il salario, ma perché attraverso di esso l’uomo si sente in relazione con il mondo, parte attiva di una realtà che lo trascende”.

Il lavoro è solo un mezzo per ottenere un salario o è qualcosa di più?

“Certo, il lavoro garantisce mezzi di sussistenza, ma fermarsi qui significherebbe tradirne l’essenza. Ogni atto di lavoro è anche un atto di rivelazione: mentre trasformiamo la materia, trasformiamo noi stessi. Non è un semplice strumento, ma un’esperienza formativa e, se vissuta fino in fondo, trasformativa. Il filosofo Hegel vedeva nel lavoro il momento in cui l’essere umano prende coscienza della propria libertà: modellando la realtà esterna, egli modella anche il proprio spirito, impara a riconoscersi come soggetto capace di incidere nel mondo. Ridurre tutto al guadagno, allora, significa ridurre anche la dignità della persona a un mero ingranaggio economico. Ma quando il lavoro è vissuto come vocazione, esso diventa specchio della nostra interiorità, ponte tra noi e gli altri, spazio di crescita spirituale e comunitaria”.

Per chi si approccia al primo impiego: quali sono gli aspetti principali da considerare?

“Entrare per la prima volta nel mondo del lavoro è un passaggio che segna profondamente, perché non si tratta solo di acquisire competenze, ma di iniziare a costruire il proprio orizzonte di senso. Non basta domandarsi ‘come farò questo lavoro’, occorre interrogarsi sul “perché lo faccio”: quale traccia voglio lasciare, quanta parte di me sono disposto a investire, che cosa desidero imparare di me stesso attraverso questa esperienza. Qui il lavoro diventa laboratorio di identità e terreno fertile per scoprire che creatività e vocazione non appartengono soltanto agli artisti o ai filosofi, ma a chiunque viva il proprio mestiere con attenzione e passione.È importante, però, non dimenticare che il lavoro non deve mai trasformarsi in un campo di battaglia”.

Cosa intende?

“Non è un duello, bensì un duetto: una danza fatta di collaborazione, di relazioni da coltivare e di equilibrio da cercare tra impegno e cura di sé. La lingua inglese ci ricorda che ‘care’ significa sia cura pratica, legata alla competenza e all’apprendimento, sia cura affettiva, legata alla qualità delle relazioni e all’attenzione verso se stessi e gli altri. Il primo impiego dovrebbe essere vissuto proprio così: come occasione di crescita professionale e insieme di umanizzazione. E infine, c’è un punto fondamentale”.

Quale?

“L’apprendimento non finisce mai. Ogni giorno di lavoro è, se lo vogliamo, un giorno di formazione. Chi coltiva il desiderio di migliorarsi, di crescere, di mettersi alla prova, apre davanti a sé non solo strade di riconoscimento professionale, ma soprattutto spazi di libertà e realizzazione personale. Come scriveva Nietzsche, ‘diventa ciò che sei’: il lavoro, vissuto con questa consapevolezza, diventa uno degli strumenti più potenti per avvicinarsi a quella verità”.

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