La società attuale, soprattutto quella occidentale, vive la cosiddetta “cultura dell’immediatezza”, dominata dalla necessità di ricevere informazioni e risposte in tempi brevissimi per raggiungere obiettivi in continua riformulazione.
Risulta arduo resistere al vorticoso “abbraccio” della velocità, poiché si rischia di essere tagliati fuori dal contesto sociale galoppante, sia negli aspetti pratici e tecnologici e di essere considerati anacronistici.
Tutto è volto alla ricerca della gratificazione, a costo di scegliere l’alternativa più rapida tra quelle offerte, anche se non è la più ghiotta. Tale spasmodica ricerca, tuttavia, genera ansia, insoddisfazione e profondo malcontento nel caso la meta, per quanto servita su un piatto d’argento, senza particolari sforzi mentali e fisici, non dovesse concretizzarsi.
Il consumo del tempo spinge a esigerne di più, per colmare i vuoti temporali, spaziali ed esistenziali. Ne pagano le spese i “tempi morti”, quelli identificati nelle inutili attese e anche nel riposo, nel sonno ristoratore, visto come un ostacolo alla giornata da mordere h24.
Tutto è urgenza, anche ciò che, invece, a un’analisi più attenta ed equilibrata, rimane più distribuito nel tempo.
L’impazienza si sviluppa in diversi modi e in varie circostanze che costituiscono il termometro e il cronometro delle attività quotidiane.
Le ricerche effettuate con Google, a esempio, accompagnano, soprattutto i giovani, verso l’illusione di poter ottenere subito la notizia che desiderano (al contrario delle lunghe ricerche, attraverso dizionari ed enciclopedie, di qualche decennio or sono). Abituati a tale feedback immediato, la circostanza in cui ciò non fosse possibile, creerebbe vuoti, sfasamenti, incertezza esistenziale.
Un’errata gestione del web e dei social contribuisce a stravolgere quella che era la vita vissuta, mutando la percezione della realtà, della fenomenologia e dei rapporti sociali.
I social e la messaggistica, se utilizzati in continuità, producendo quantità enormi di domande e risposte, divengono le strutture portanti della nuova cultura dell’immediato. Il grado di assuefazione a cui è piegato un singolo individuo è riscontrabile, spesso, dai secondi che attende (gravemente temporeggiando) per rispondere a un messaggio o scrivere un commento a un post. La danza frenetica delle dita sulla tastiera di un cellulare rappresenta la colonna sonora del vivere quotidiano.
Un altro aspetto è quello legato agli acquisti on line, in cui la brama di ricevere il fatidico pacco è smisurata e non ammette ritardi. Dal canto loro, le aziende titolari di questo servizio forniscono consegne in tempi molto ristretti rispetto all’ordine, in qualsiasi ora e giorno, anche di Domenica. Il circolo si autoalimenta.
In quest’ottica, rientra anche il rapporto vibrante e teso fra l’ordine del cibo a domicilio e la velocità con la quale si riceve o si intende ricevere.
L’informazione e la comunicazione sono immerse in un vortice che le consuma, le vende e conferisce loro il carattere di una merce da offrire nel mercato mediatico, in un calderone immenso che comprende anche le fake news.
La qualità richiesta alla notizia è nell’essere di solerte consultazione, breve, poco impegnativa cognitivamente, da bruciare in pochi secondi, per passare, vorticosamente, alla prossima.
La successione frenetica delle notizie conduce, inoltre, a delle sovrapposizioni inopportune e insensate: servizi su guerre, distruzioni e calamità, seguite o precedute da “informazioni” sull’ultimo gossip.
Non si può aspettare, il dato deve essere pronto in tempi brevissimi. Un esempio sono i risultati elettorali, in cui si pretendono numeri certi, già pochi minuti dopo la conclusione del voto. Spesso, qualcuno paga il prezzo di tali scorciatoie temporali: in quest’ultimo caso si tratta di chi fa parte del seggio elettorale, costretto a turni stressanti, con il rischio di non lavorare correttamente, con la dovuta calma e tempistica.
Anche nei giorni precedenti l’elezione del nuovo Papa, Leone XIV, si fremeva, impazienti, per il nome. Attendere due giorni, per la fumata bianca, per molti è stato considerato un tempo eccessivo, non al passo con la società dinamica e consumistica. Attese considerate infinite, per chi non è abituato a viverle. Nel frattempo, il “mezzo chilometro quadrato” immobilizzava e arrestava il pianeta, con il primo piano, nell’era del web, dei droni e dell’AI, di un comignolo in metallo e di un gabbiano, attendendo la fumata bianca.
Nell’omelia del 15 agosto 2009, Benedetto XVI ricordò “Tutta la vita è un’ascensione, tutta la vita è meditazione, obbedienza, fiducia e speranza, anche nelle oscurità; e tutta la vita è questa ‘sacra fretta’, che sa che Dio è sempre la priorità e nient’altro deve creare fretta nella nostra esistenza”.
Chris Guillebeau è l’autore del volume “L’ansia del tempo” (sottotitolo “Liberarsi dall’urgenza perenne e ricominciare a vivere”), pubblicato da “ROI Edizioni” nello scorso mese di giugno. Parte dell’estratto recita “Esistono due forme di ansia legate al tempo: la prima è più quotidiana (‘Non mi bastano ventiquattr’ore per fare tutto!’) e la seconda più ‘esistenziale’ (‘La vita mi sta scivolando fra le dita!’). […] In un mondo ossessionato dall’ottenere il massimo da ogni momento, la paura di rimanere indietro può intrappolarci in un ciclo paralizzante. […] il vero problema non sta in una reale scarsità di tempo, quanto nelle nostre aspettative irrealistiche e priorità non allineate”.
Una recente e approfondita ricerca, visibile al link https://www.gostudent.org/it-it/blog/sorprendenti-statistiche-sul-tempo-trascorso-davanti-allo-schermo-aggiornato, schematizza le abitudini dei giovani e come trascorrono il tempo sui social, tra divertimento e informazione. Fra i numerosi dati, si legge “Gli adolescenti italiani passano in media 3 ore al giorno online, rispetto alle 3,5 ore dei genitori. […] Il 59% dei genitori europei afferma che senza l’accesso agli strumenti digitali, i figli non sarebbero preparati per il mondo del lavoro. In Italia, il 46% dei genitori ritiene che i propri figli trascorrano troppo tempo sui dispositivi digitali. Il tempo medio giornaliero davanti allo schermo per gli adolescenti italiani è di 5,2 ore. Solo il 9% dei giovani italiani trascorre meno di 2 ore al giorno davanti agli schermi. […] Il 30% dei genitori pensa che l’uso eccessivo dei dispositivi riduca l’attività fisica. […] Il 43% dei ragazzi italiani si collega a Internet appena sveglio. Il 22% dei giovani italiani controlla il telefono più di 50 volte al giorno. Il 12% dei genitori nota sintomi di ansia o depressione legati all’uso eccessivo di schermi. […] Il 91% degli insegnanti crede che la disinformazione online stia già influenzando gli studenti. […] L’uso prolungato degli schermi è stato collegato a un aumento della miopia nei bambini. L’uso dello smartphone prima di dormire è tra le principali cause di insonnia nei giovani”.
Anche le emozioni e i sentimenti poggiano sull’esigenza di una risposta pronta, spesso costretta fra un “no” e un “sì”, senza vie di mezzo.
La velocità implica una selezione naturale dei valori, dell’esperienza, delle emozioni, delle motivazioni e degli obiettivi, in quanto ritaglia, come (presunte) valide, solo quelle di rapida soddisfazione e consumo.
Mente e corpo, fagocitati dall’impazienza, perdono il loro significato e la loro specificità come espressione dell’unicità di ogni essere umano, per precipitare verso un’omologazione serrata.
Il desiderio incessante si sublima nel possesso e nella soddisfazione personale: nell’ottenere e non solo nel ricercare.
Gli impulsi divengono frutto del momento, non costituiscono crescite intenzionali volte al miglioramento, fisico e spirituale, della persona. Si preferiscono gli stimoli con grado di elaborazione basso o quelli in cui il processo è addirittura rimandato ad altri che si prodigano per soddisfare il consumatore.
L’immediatezza concentra l’essenza nel presente ignorando la memoria del passato e i traguardi del futuro; chi ne è vittima vive solo per l’attimo, per un carpe diem continuo e privo di contenuto.
L’esigenza di risparmiare tempo da investire in altro, è assimilabile a una dipendenza, una droga che cerca nuovi spazi per infinite attività.
Da ciò derivano anche il pensiero dell’urgenza e l’azione dell’urgenza, entrambi stravolti e limitati dal presente consumistico. La spossatezza mentale e fisica che ne deriva, distrugge lentamente (per paradosso non nell’immediato) l’individuo.
Per contrasto, tutto ciò che è lento, ponderato, misurato e vissuto, diviene un disvalore, una condizione negativa e non fruttuosa dell’esistenza, da evitare assolutamente nella società col DNA dell’esteriore, della competizione e del successo.
Tale cultura non ammette, nel suo scorrere rapido, l’imprevisto e l’ostacolo, il prodromo del fallimento. Purtroppo, chi vive stressato, in condizioni da centometrista, non è in grado di tollerare e di far fronte a una circostanza problematica, inventando soluzioni alternative. La tecnologia lo ha privato anche di una capacità cognitiva di problem solving: se non riesce la tecnologia, nulla può.
A rivelarsi condizionate da tale celerità, sono anche le relazioni sociali: sbrigative, schizofreniche e superficiali, spesso caratterizzate da pura convenienza. L’altro esiste solo perché funzionale ai propri interessi.
La semplificazione temporale induce al massimo risultato con il minimo sforzo, sminuendo il valore creativo e pratico dell’impegno, personale e collettivo. L’imprescindibile ottimizzazione dei tempi induce, infatti, a scartare pratiche più lente e faticose, impedendo, così, di raggiungere un obiettivo coltivato nel tempo, con il sacrificio.
Nel quadro caotico e quasi irreversibile, è auspicabile un deciso cambio di rotta, a livello universale, che permetta alla persona di ristabilire un giusto approccio, temporale e valoriale, con sentimenti, eventi e oggetti.
Una società, infatti, che non opera nell’equilibrio è destinata al ridimensionamento fisico, spirituale e culturale; non ha un lungo avvenire, vivendo solo nel presente non può vedere e immaginare il futuro.
Di immediato, c’è solo una prigione, a cui ci si condanna, individualmente e collettivamente.

