Il “job hopping”, tendenza originatasi da pochi decenni negli USA e giunta anche in Italia, consiste nel cambiare lavoro frequentemente, anche ogni 2/3 anni, per ottenere condizioni e stipendi migliori. Le motivazioni alla base sono anche sociali e generazionali: un tempo la comunità riconosceva alto valore al “posto fisso”, ora ha rivalutato forme di cambiamento e di innovazione professionale. Interessa maggiormente le fasce di età giovani (i Millennials, nati fra il 1980 e il 1996 e la Generazione Z, tra 1997 e 2012), più competenti, al passo con i tempi, flessibili e pronte (o costrette) al cambiamento.
Le opportunità del web
La locuzione unisce i due termini inglesi “job” (lavoro) e “hopping” (saltellando) per significare “cambio frequente di lavoro”. Il professionista, in grado di proporsi alle aziende e di ottenere una proposta lavorativa, ha anche la possibilità di valutare nuovi scenari, competenze e di scorgere costanti motivazioni che non troverebbe in un ambito fisso e consuetudinario. Le opportunità offerte dal web e dai social permettono, a questo fenomeno, di svilupparsi come mai avrebbe potuto nel passato.
“Darwinismo lavorativo”
Non tutte le professioni sono soggette al job hopping: lo sono quelle legate alla tecnologia, al digitale e al web, quelle più tradizionali tendono a trattenere gli operatori. In una sorta di “darwinismo lavorativo”, coloro che si riciclano più rapidamente e di continuo, presentano un’alta capacità di adattamento e resilienza, almeno fino alla prossima occasione in cui troveranno un’alternativa. Nell’epoca attuale, un “immobilismo” dal punto di vista lavorativo è colto solo nella sua valenza negativa, legata a scarsa capacità, alla mancanza di volontà, di rischio, come riflesso di una mentalità passiva e chiusa, inadatta alle numerose e vantaggiose opportunità della contemporaneità. Poco si concede, invece, a una valutazione diametralmente opposta: quella di un lavoratore che stabilisce, nel lungo periodo, un senso di appartenenza con la propria azienda, consolidato da uno scambio reciproco di preparazione e di garanzie di continuità. Se estremizzato, il cambio continuo di occupazione, reputato dal singolo più remunerativo e soddisfacente, può condurre a effetti negativi, a una valutazione sospetta da parte dei recruiter sulle “cause” di tale affidabilità a tempo. I selezionatori, infatti, potrebbero giudicarla come mancanza di lealtà, di ostacolo a una progettualità di medio termine.
Trattenere i talenti
Non tutte le aziende riconoscono il fenomeno come negativo bensì lo considerano una prospettiva generazionale tipica dei vorticosi tempi attuali, legati alla velocità del web e propaggine di una tendenza ormai diffusa nel mondo, soprattutto nell’Occidente; da qui la disponibilità alla ricerca dei soggetti più competitivi, in grado di riqualificarsi ottimamente e di offrire, seppur per periodi limitati, le migliori abilità finalizzate a degli eccellenti risultati. Da qui, nasce la cosiddetta “talent retention”: la necessità e la conseguente strategia, più efficace, per trattenere il lavoratore capace nell’azienda e ridurre i costi relativi alle molteplici assunzioni. Il datore di lavoro è pronto a investire sulla risorsa, attraverso una formazione specifica e desidera non rendere vano, in tempi brevi, tale costo “fisiologico”.
Il messaggio del Papa: “Non omologatevi”
Nel Messaggio del 17 dicembre 2024, rivolto ai partecipanti alla terza edizione di Labor Dì, Papa Francesco affermò: “Vi scrivo queste cose perché, affacciandovi al mondo del lavoro, tutto invece vi sembrerà veloce. Potrebbe quasi opprimervi ciò che ci si aspetta da voi. Avrete, come si dice, il fiato sul collo di persone che conoscete o che non conoscete: tante richieste, talvolta troppe indicazioni e raccomandazioni. In queste circostanze, imparate a custodire il cuore, per rimanere in pace e liberi. Non piegatevi a richieste che vi umiliano e vi procurano disagio, a modi di procedere e a pretese che sporchino la vostra genuinità. Per dare il vostro contributo, infatti, non dovete farvi andare bene qualsiasi cosa, anche il male. Non omologatevi a modelli in cui non credete, magari per ottenerne prestigio sociale o del denaro in più”.
Cambiare idea
Lo psicologo Luca Mazzucchelli è l’autore del volume “Basta un’idea” (sottotitolo “Tutto cambia quando cambi come pensi”), pubblicato da Giunti nell’aprile corso. Parte dell’estratto recita: “Quante volte hai provato a modificare abitudini, relazioni o il tuo modo di lavorare, per poi ritrovarti al punto di partenza? Il problema non è la tua forza di volontà. È che stai cercando di cambiare le azioni senza toccare le idee che le guidano. […] Alcune di queste idee ti aiutano a crescere; altre ti allontanano, spesso senza che tu te ne accorga, dalla vita che desideri”.
Cosa rende un lavoro attrattivo
Il sito specializzato del settore smartworkingmagazine.com/ riporta i dati dell’European Career Outlook 2026 di MyPerfectCV, precisando che “che nel Regno Unito, in Germania, Francia, Spagna e Italia oltre la metà dei lavoratori (53%) desidera guadagnare di più, ma solo il 9% indica la promozione come priorità dell’anno. In mezzo c’è tutto il resto: il bisogno di ridurre lo stress (37%) e di migliorare l’equilibrio tra lavoro e vita privata (34%). […] Solo un lavoratore su tre prevede di restare nella stessa azienda per tutto il 2026. Il 22% è molto propenso a cambiare, il 25% probabile, il 20% abbastanza probabile. A spingere verso nuove opportunità è soprattutto uno stipendio più alto, ma subito dopo compare un migliore equilibrio vita-lavoro, indicato dal 38% degli intervistati. […] Alla domanda su cosa renderebbe un ruolo sufficientemente attrattivo da evitare la fuga, il copione si ripete: compenso adeguato (52%), flessibilità negli orari (34%), supporto concreto al benessere (20%)”.
Le Grandi Dimissioni
La piattaforma delle Ricerche degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano osservatori.net, l’11 maggio 2023 precisava: “Gli ultimi tre anni hanno provocato una vera e propria rivoluzione nel mondo del lavoro e il fenomeno delle Grandi Dimissioni, che ha caratterizzato l’uscita dalla pandemia, sembra essere tutt’altro che concluso. In Italia, complessivamente, il 46% dei lavoratori ha cambiato lavoro negli ultimi 12 mesi o ha intenzione di farlo, una percentuale che raggiunge il 77% per gli under 27. E il 55% di chi dice di voler cambiare lavoro sta già facendo colloqui. Ma non tutti quelli che lo hanno fatto hanno trovato quel che cercavano: il 41% si è pentito della scelta fatta. Si tratta del fenomeno conosciuto negli Stati Uniti come ‘Great Regret’, che in Italia caratterizza maggiormente gli uomini e le persone con più di 50 anni di età”. Tuttavia, l’Osservatorio sottolinea, come, alla base del fenomeno “Negli ultimi 5 anni il 63% delle professioni ha visto l’automazione di almeno una parte delle sue attività. Il 74% ha dovuto apprendere nuove competenze e abilità per continuare a svolgere il proprio lavoro e il 17% è stata riqualificata, internamente o esternamente, in un’altra professione”.
Un cantiere aperto
L’irrequietezza positiva che spinge a una continua ricerca, esprime una predisposizione interiore volta, al di là delle necessità materiali, al cambiamento e alla progressiva rimodulazione della personalità e delle aspettative di vita. La progettualità del job hopper è un cantiere aperto. Il capitalismo diffuso, del resto, vivendo nella più ampia libertà di mercato, in una deregulation lontana da imposizioni statali, vive sulla massima competitività e sulle migliori condizioni materiali ottenibili. In tale arena, lungi dalla “mano invisibile che calmiera”, il lavoratore è spinto a cercare ossessivamente il successo, professionale ed economico, a costo di rimettersi in gioco di continuo. Il job hopping libera, a catena, ruoli professionali che possono essere ricoperti da giovani leve poste al di sotto nella linea gerarchica: diviene opportunità per chi lo pratica e per chi ne usufruisce indirettamente. Scatena anche una forma di vanità individuale nel momento in cui l’individuo è corteggiato dalle imprese e, se non scade nella pura vanagloria, può rappresentare un valido contributo all’autostima e alla personalità.
Il tempo determinato
Il salto continuo genera attenzione e curiosità nei confronti di chi non lo pratica che, dinanzi a tale mercato vorticoso, rimane in un’incertezza esistenziale sul da farsi, in ansia per l’eventuale esclusione da qualcosa di interessante.
Essere camaleontici professionalmente può rappresentare una risorsa importante, per trasformare fasi delicate del mercato e situazioni di precarietà in nuove opportunità.
Nella scelta, le giovani generazioni non valutano solo parametri economici o di livello contrattuale bensì prestano molta attenzione al benessere, al giusto bilanciamento tra vita lavorativa e vita privata. Si chiedono, dunque, in profonda riflessione interiore, quanto sia conveniente barattare parte della propria serenità psicofisica con un reddito e un livello più alti.
Nell’era del “tutto e subito”, fondata sul motto illusorio del “a tempo determinato” che investe qualsiasi aspetto e valore invece assoluto, dall’amore all’amicizia, dalla fede all’onestà, anche il lavoro è investito da tale trappola. L’individuo presume di essere più duttile, appetibile, potente, forte delle proprie possibilità infinite ma tale superbia rischia di produrre gravi ripercussioni psicologiche, professionali nonché interruzioni della socialità e dei normali rapporti con il prossimo.

