Intelligenza artificiale e coscienza: la sfida filosofica spiegata da Saverio Lorusso

Nel suo libro, il filosofo Saverio Lorusso riflette su intelligenza artificiale, coscienza e dignità umana, tra filosofia, neuroscienze e Dottrina sociale

A sinistra: Saverio Lorusso. A destra la copertina del libro. Foto gentilmente concessa

L’intelligenza artificiale non è più soltanto una questione tecnologica: solleva interrogativi che riguardano la natura dell’uomo, la coscienza e il rapporto tra persona e macchina. A partire da questi temi si sviluppa il saggio “I.A. e Coscienza umana. Può l’IA essere cosciente?“, pubblicato da Progetto Cultura nella collana Liberamente. Ne parliamo con l’autore, Saverio Lorusso, filosofo pratico e membro della Società Italiana di Neuroetica e Filosofia delle Neuroscienze, che propone una riflessione filosofica e antropologica su una delle domande più decisive del nostro tempo.

Perché è necessario parlare di intelligenza artificiale oggi?

L’intelligenza artificiale e la digitalizzazione sono ormai fenomeni globali e pervasivi che stanno cambiando profondamente il nostro modo di vivere e di pensare. Come osservava Hegel, quando un fenomeno cresce quantitativamente finisce per trasformare qualitativamente il contesto. Oggi la tecnologia è diventata un vero ecosistema, capace di influenzare relazioni, lavoro, politica, diritto, economia e cultura. Heidegger aveva già intuito che la tecnica avrebbe ridefinito il ‘rapporto’ dell’uomo con il mondo e che rispetto a questo ‘rapporto’ sarebbe emersa l’incapacità critica e l’inadeguatezza riflessiva dell’uomo ad affrontare un tale cambiamento d’epoca. La novità attuale è che l’intelligenza artificiale è diventata anche ‘linguaggio’ e quindi portatrice di significato, inducendoci erroneamente a percepirla come qualcosa o qualcuno che dialoga con noi. Il rischio è duplice: considerare l’I.A. come modello di intellegibilità dell’uomo riducendo quest’ultimo ad una macchina, secondo un orientamento meramente riduzionista e materialista, o considerare la tecnologia come il mezzo per superare i limiti umani, secondo la prospettiva del transumanesimo. Per questo è necessario nuovamente riflettere su chi sia   davvero l’uomo, cosa vogliamo credere di lui e sul significato profondo e misterioso della sua coscienza”.

Nel suo libro lei si chiede se l’intelligenza artificiale possa essere cosciente. Che cosa intendiamo per coscienza?

“Quando parliamo di coscienza, non intendiamo la coscienza morale bensì la coscienza fenomenica, cioè l’esperienza soggettiva che ognuno fa dell’essere in sé stessi, con gli altri e nel mondo. Essere consapevoli di sé, degli altri e della realtà, il proprio individuale e irriducibile modo di sentire e percepire le cose. Questo è la coscienza fenomenica, che così intesa è una caratteristica fondamentale dell’umano. Scriveva Cicerone: ‘se togli la coscienza, tutto il resto è nulla per l’uomo’. Le neuroscienze spiegano molti processi cerebrali, ma non riescono ancora a chiarire perché e in che modo proviamo emozioni, significati e vissuti interiori. La coscienza resta la dimensione più intima e misteriosa dell’essere umano. Per questo, prima di domandarci se una macchina possa essere cosciente, dobbiamo capire che cos’è realmente la coscienza umana e soprattutto tornare ad avere la consapevolezza di avere una interiorità che ha bisogno di essere ascoltata, compresa e narrata”.

Come nasce il concetto di intelligenza artificiale?

“La tecnologia non va demonizzata: la tecnica accompagna l’uomo fin dalle origini ed è stata essenziale per la sua sopravvivenza e per la sua evoluzione ed è fondamentale per la sua esistenza nel mondo inteso come creato o natura. Il termine ‘intelligenza artificiale’ nasce ufficialmente nel 1956 durante il convegno di Dartmouth, negli Stati Uniti, grazie a John McCarthy e ad altri ricercatori che ottennero un finanziamento dalla Rockefeller Foundation per sviluppare una macchina capace di svolgere compiti considerati intelligenti. Da allora lo sviluppo è stato alterno, fino alla svolta resa possibile anche dal contributo dell’italiano Federico Faggin, che con il microprocessore al silicio ha consentito ai computer di diventare sempre più potenti e compatti”. 

È corretto definire “intelligente” una macchina?

“A mio avviso no. L’espressione nasce dall’idea, formulata già da Thomas Hobbes, che pensare significhi calcolare. Da qui l’analogia tra mente e computer. Ma parlare di ‘intelligenza artificiale’ dobbiamo considerarla una metafora e inoltre, l’utilizzo della parola intelligente riferito alla macchina è semanticamente scorretto. Una macchina può svolgere funzioni simili a quelle dell’intelligenza umana senza possedere l’intelligenza dell’uomo. Avere identità di funzioni non equivale ad avere identità ontologiche. Facciamo un esempio per spiegare questo concetto: un aereo vola, ma anche un uccello vola, questi due enti hanno le stesse funzioni, cioè volare, ma sono due cose completamente e costitutivamente diverse.  Così un sistema di IA elabora dati senza avere una mente”.

Oggi si parla spesso di intelligenza artificiale come se comprendesse e pensasse. È davvero così?

“L’intelligenza artificiale, dalle intuizioni di Alan Turing fino agli attuali modelli linguistici, resta un sistema che elabora dati e processa informazioni. Non possiede coscienza, esperienza vissuta o comprensione del significato. Attribuirle caratteristiche umane è un effetto dell’antropomorfismo. Lo dimostra anche l’esperimento della ‘stanza cinese’ di John Searle: immagina una persona nascosta all’interno di una stanza che segue delle regole, quindi un programma, per rispondere a delle domande in cinese senza conoscere la lingua. Chi si trova all’esterno ha l’impressione che chi dà le risposte comprenda il cinese, ma in realtà manipola solo simboli secondo istruzioni. Searle conclude che eseguire un programma non equivale a comprendere davvero o ad avere una mente cosciente”.

La Dottrina sociale della Chiesa come può orientare il dibattito sull’intelligenza artificiale?

La Dottrina sociale richiama con forza la centralità della persona. Il rischio è ridurre l’essere umano a un insieme di processi calcolabili, come fanno i dataisti che considerano l’umano un insieme di flusso di informazioni, oppure considerare la tecnologia come uno strumento per superarne i limiti di natura, come propone il transumanesimo. Papa Leone XIV invita invece a custodire la dignità della persona, che è un’unità di corpo, mente e relazioni e il suo essere realtà creaturale e spirituale che non può essere ridotta a un dispositivo da perfezionare”.

Qual è il messaggio che spera rimanga al lettore?

“Vorrei favorire una maggiore consapevolezza. La storia, la sapienza umana e la spiritualità biblica ci hanno insegnato che ogni volta che l’uomo accede ad una nuova ‘conoscenza’ questa può essere utilizzata per il bene comune o per gli interessi di pochi. Quindi bisogna superare una certa ingenuità di fondo e ritornare ad appropriarsi di un pensiero critico che sappia vagliare le cose. Credo che non abbiamo ancora compreso fino in fondo il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo. La tecnologia è indispensabile, ma dobbiamo capire quale rapporto vogliamo costruire con essa. Il libro invita a porsi una domanda essenziale: che cos’è davvero l’uomo? Chi siamo noi? Siamo soltanto organismi biologici assimilabili a macchine sempre più sofisticate oppure c’è qualcosa di irriducibile nella nostra natura? Il libro nasce proprio per stimolare questa riflessione e per riportare al centro la dignità della persona in un tempo segnato dall’espansione dell’intelligenza artificiale”.

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