L’inclusione nei Paesi di accoglienza come strumento per consegnare al passato una pratica lesiva per le donne e una violazione dei diritti umani, le mutilazioni genitali femminili (mgf). Attraverso l’ascolto e il dialogo che passa anche tramite le giovani generazioni, capaci di diventare ponti tra le comunità di origine e il territorio che li ospita, e servizi che sappiano territoriali che sappiano accogliere la domanda di chi vi è già stata sottoposta. “Crediamo in questo approccio perché l’esperienza migratoria può favorirne l’abbandono, ma solo se ci sono un’inclusione e un’integrazione che costruiscono nuovi legami e nuova consapevolezza dei propri diritti”, spiega a Interris.it la responsabile dei progetti dedicati alle mgf in Italia di Amref Health Africa Laura Gentile, in occasione della Giornata internazionale della tolleranza zero per le mutilazioni genitali femminili.
Le mgf nel mondo
L’Agenda 2030 prevede l’eliminazione di queste procedure di rimozione totale o parziale dei genitali esterni femminili o altre lesioni per ragioni non mediche entro i prossimi quattro anni. Ma l’ultimo rapporto globale registra un aumento del 15% delle donne e delle ragazze che le hanno subite rispetto al 2000, arrivando a 230 milioni. Le mgf sono documentate in 94 Paesi in tutti i continenti, esclusa l’Antartide, prevalentemente in Asia e in Medio Oriente, ma di appena 31 sono disponibili dati dettagliati, degli altri 63 si hanno stime indirette. Volontà politica e impegno economico non sono ancora sufficienti, secondo il rapporto. Solo 59 Paesi su 94 hanno nella propria legislazione norme che vietano le mgf – l’Italia le proibisce dal 2006 –, la maggior parte dei quali nel continente africano, che è anche dove si concentrano i fondi destinati al contrasto. Cifre lontane dall’obiettivo: a fronte di un bisogno di 3,3 miliardi di dollari di investimenti in aiuti, attualmente sono disponibili solo 275 milioni.
I dati dell’Italia
“Le mutilazioni genitali femminili sono una pratica che riguarda anche il territorio italiano”, continua Gentile. Un’indagine condotta dalle università di Milano-Bicocca e di Bologna insieme all’Ismu stima un aumento dell’1% delle donne che vivono nel nostro Paese che le hanno subite (88.500). Guardando più da vicino, si osserva che la prevalenza è più alta tra le donne dai 50 anni in su, in grande maggioranza nate all’estero, e si riduce nelle giovani. Pur non azzerandosi del tutto, poiché circa 16mila bambine e ragazze sono i 15 anni sono potenzialmente a rischio di esservi esposte, qui o se vanno in visita nei Paesi di provenienza della famiglia. Gentile spiega questa differenza tra generazioni: “La migrazione può diventare un fattore protettivo che porta al graduale abbandono di queste pratiche, anche perché vietate dalla legge, ma è necessario lavorare a percorsi che permettano realmente inclusione nel territorio di accoglienza”.
Cultura e tradizione
Inclusione che passa attraverso il dialogo, l’incontro tra le culture e la capacità dei servizi socio-sanitari di rispondere in modo adeguato a una domanda che non è “solo” di salute. Grazie al progetto P-Act sono nate a Roma e Padova reti territoriali per la prevenzione di queste pratiche secondo un approccio multidisciplinare, cui hanno aderito istituzioni locali, aziende sanitarie, società scientifiche ed enti del terzo settore. “Le mutilazioni sono praticate per diverse ragioni, come rito di passaggio, per motivi estetici o con l’intenzione di preservare la verginità prematrimoniale, ma restano una forma di controllo sul corpo di bambine e ragazze”, continua Gentile. “Le donne con cui parliamo ci tengono a dire che non sono previste dalle loro culture, ma sono specificità tradizionali” – sottolinea al responsabile Amref – “crediamo che l’approccio più favorevole all’inclusione sia quello che recuperi le dimensioni culturali positive, cercando al tempo stesso di abbandonare ciò che è dannoso”.
Fattore di cambiamento
I giovani, soprattutto le ragazze, con background migratorio possono essere un importante fattore di cambiamento. Amref li ha coinvolti nel progetto Y-Act per portare avanti attività di sensibilizzazione nelle proprie comunità di appartenenza e per aiutare le donne che hanno subito mgf a far presenti i propri bisogno in spazi che percepiscono come sicuri. “Questo tema va affrontato coralmente”, conclude Gentile.

