In un tempo in cui la Terra Santa è segnata da tensioni e sofferenze, la testimonianza di chi vi opera quotidianamente assume un valore profondo. Suor Lucia Corradin, religiosa delle suore terziarie, francescana elisabettiana, ha dedicato 18 anni, fino al 2020, alla sua missione al Caritas Baby Hospital di Betlemme, un luogo simbolo di cura e accoglienza per i bambini più vulnerabili. Nei primi anni della sua esperienza, suor Lucia si è occupata del reparto prematuri, dove ha potuto vivere da vicino la delicatezza di “partorire alla vita” in un contesto segnato dalla guerra. Oggi vive in Italia, alle porte di Padova, ma continua a farsi voce di chi, ancora oggi, affronta quotidianamente le difficoltà di una terra ferita.
L’intervista
In questa intervista Suor Lucia racconta ad Interris.it la sua esperienza a Betlemme e offre una testimonianza profonda.
Suor Lucia, come descrive quanto vissuto?
“Riflettendo su quella esperienza, posso dire che ‘partorire alla vita’ non è solo il momento fisico della nascita, ma un processo continuo di accompagnamento, che coinvolge sia il bambino sia la madre nel loro difficile cammino verso la vita. Significa stare accanto alla madre nei suoi timori, nelle sue ansie e nelle sue speranze, spesso sospese. È condividere con lei l’incertezza, ma anche la forza che nasce dall’amore. Prendersi cura di un neonato prematuro vuol dire farsi carico della sua fragilità, con gesti piccoli, ma carichi di significato. In ogni gesto, nel tocco, nello sguardo, nell’attenzione ai dettagli, si comunica benevolenza, accoglienza e fiducia. È una cura che va oltre la medicina: è presenza, ascolto, vicinanza profonda”.
Come la guerra mette a repentaglio la vita di questi neonati?
“Il conflitto, che da anni segna profondamente la vita delle persone del luogo, ha effetti devastanti anche sui più piccoli. Nei miei primi due anni sul campo ho vissuto in prima persona l’impatto dei coprifuoco e il dramma dei bambini che, troppo spesso, non riuscivano ad arrivare vivi alla nostra struttura. Le ambulanze, considerate sospette dalle forze israeliane, venivano fermate ai checkpoint e sottoposte a controlli accurati, anche sotto le ruote. Fermare un mezzo con a bordo un bambino cianotico, in quelle condizioni, significa mettere seriamente a rischio la sua vita”.
Lei ha incontrato e consolato tanti genitori. Come ci si pone verso di loro?
“La grande sfida è vivere davvero l’empatia con queste persone, perché si tratta di madri e padri che hanno bisogno di non sentirsi abbandonati, ma compresi e sostenuti. Il nostro compito non era solo prenderci cura del bambino, ma accompagnare tutta la famiglia, perché il dramma li colpisce tutti. Anch’io ho vissuto il coprifuoco, i missili, le case distrutte. Ho visto il dolore di tanti genitori, angosciati per il futuro dei propri figli, e tutto questo diventa ancora più difficile quando quei bambini sono anche malati. In quei momenti, la paura e la speranza si intrecciano in un silenzio che pesa più delle bombe”.
Secondo lei, quanto questa guerra può avere dei risvolti negativi anche a livello psicologico sui minori?
“Tantissimi. Anche solo il coprifuoco ha un impatto psicologico enorme, genera tensioni continue e profonde. Lo vedevamo concretamente ogni giorno: quando chiedevamo ai bambini più grandi di disegnare un evento della loro vita, usavano quasi sempre il colore nero. Disegnavano carri armati, missili, camionette, strade distrutte. Quelle immagini raccontavano molto più delle parole: parlavano di paura, trauma, di un’infanzia segnata dalla guerra. È devastante vedere come, per loro, la normalità sia fatta di violenza e distruzione”.
Cosa si deve fare per creare in questi bambini un cambiamento che li porti a una nuova speranza di vita?
“Non si può pensare di lasciarli soli. Serve un accompagnamento costante, capace di far emergere ciò che vivono senza giudicare. Allo stesso tempo, è fondamentale offrire loro un’esperienza diversa, che possa attenuare la violenza, la rabbia e il senso d’ingiustizia che respirano ogni giorno. Serve costruire una sponda di bene, fatta di gratuità, ascolto e presenza, che può, in qualche modo, alleviare le ferite interiori e riaccendere in loro una speranza possibile”.
Quanto quella culla dove vengono posti i prematuri è una metafora della vita a Betlemme?
“In tutto. E per questo l’ho vissuto con lo spirito di chi si trova davanti a Gesù. Perché in quei piccoli, fragili e indifesi, era Lui a dirmi: ‘Sono qui, e ora ho bisogno di te’. Con questo spirito ho affrontato ogni mio giorno a Betlemme, cercando di custodire ogni bambino come se fosse davvero il Bambino della culla”.

