“Sentimenti e parole. Le emozioni nel lessico penalistico”, scritto dalla professoressa Grazia Mannozzi e alla professoressa Cristina de Maglie, è un libro che nasce dal “desiderio di riportare alla luce la dimensione umana del linguaggio della giustizia, nella quale si intessono ragione e sentimento, tecnica e cultura”. Le autrici mostrano come la dimensione emotiva contribuisca alla qualificazione del disvalore del fatto di reato e alla comunicabilità dei precetti penali che si sostanziano in norme corredate da sanzioni. Del resto, “l’emozione non è solo ciò che si prova, ma ciò che si subisce”. Il volume analizza il lessico del diritto penale alla luce delle sei emozioni primarie di Paul Ekman: rabbia, disgusto, paura, gioia, tristezza e sorpresa. L’ambito di indagine è incentrato sulla modalità con cui le emozioni si riflettono nel diritto penale. In particolare, l’attenzione si concentra sulla parte speciale del codice penale (che contiene i singoli reati) individuando e analizzando le parole che generano emozioni. L’intento è quello di “costruire uno strumento interpretativo di tipo qualitativo, volto ad esplorare le modalità attraverso le quali la dimensione emozionale può emergere, in filigrana, nel linguaggio delle norme”.
L’intervista
L’intervista di Interris.it alla professoressa Grazia Mannozzi e alla professoressa Cristina de Maglie, autrici del libro “Sentimenti e parole. Le emozioni nel lessico penalistico
Come nasce l’idea di esplorare la dimensione emozionale del linguaggio giuridico penalistico?
“Può sembrare sorprendente, ma anche il diritto penale ha un suo vocabolario delle emozioni. L’idea del libro nasce proprio da questa intuizione e da una domanda di fondo: l’intelligenza ha emozioni? Per lungo tempo, sulla scia del dualismo cartesiano, si è pensato che ragione ed emozione appartenessero a sfere separate. Le neuroscienze hanno invece mostrato che le emozioni non ostacolano il ragionamento, ma ne costituiscono una componente essenziale. Muovendo da questa acquisizione scientifica, ci siamo chieste se e in quale misura le emozioni emergano anche nel linguaggio del diritto penale. La nostra ricerca esplora dunque le parole con cui il legislatore costruisce le norme incriminatrici e quindi come comunica i propri precetti. Il lettore scoprirà come, anche nel lessico giuridico, ragione ed emozione sono profondamente intrecciate”.
In quale misura, nel linguaggio del diritto penale convive il linguaggio delle leggi (tecno-specialistiche) e quello delle emozioni (comune -affettivo)?
“Nel diritto penale convivono due linguaggi che sembrano appartenere a mondi diversi. Da un lato vi è il linguaggio tecnico delle leggi, costruito per essere preciso, stabile e prevedibile; dall’altro sopravvive un lessico che affonda le radici nell’esperienza emotiva comune. Parole come paura, timore, ansia, morte, incesto, onore, compaiono nel Codice penale perché il diritto disciplina comportamenti umani tra i più difficili, oscuri e dolorosi. Dietro la neutralità apparente delle norme si intravede così una trama di emozioni legate a comportamenti che il legislatore considera, valuta, o cerca di regolare. Il libro accompagna il lettore alla scoperta di questa inattesa convivenza tra ragione giuridica e vita emotiva”.
Quali sono le parole più semanticamente pregnanti di emozioni rinvenibili nel Codice penale?
“Nel Codice penale si incontrano parole che parlano direttamente alle emozioni fondamentali dell’essere umano. Vi sono parole della paura, come minaccia, terrore, pericolo, violenza, morte o lesioni che evocano la vulnerabilità e il bisogno di protezione. Vi sono poi parole del disgusto, come incesto, atti osceni, vilipendio o profanazione, che segnalano comportamenti percepiti come profondamente lesivi dell’ordine morale e simbolico di una comunità. Ma il lessico penalistico non è fatto soltanto di emozioni negative. Accanto ad esse compaiono parole che aprono alla possibilità del cambiamento, come perdono, riparazione, riconciliazione e speranza. Sono termini che ricordano come il diritto penale, pur confrontandosi con il male e con la sofferenza, custodisca anche la possibilità di ricomporre le fratture e di restituire senso ai legami umani”.
Quanto è profondo il nesso tra linguaggio giuridico ed emozioni di base che si manifesta nel linguaggio penalistico?
“Il nesso è più profondo di quanto si immagini. Siamo abituati a pensare che il diritto penale appartenga esclusivamente alla sfera della razionalità, ma molte sue parole e categorie giuridiche si sviluppano attorno alle emozioni fondamentali dell’essere umano. La paura può spiegare la difesa da un pericolo, l’ira può entrare nella valutazione di un comportamento, la vergogna e il rimorso accompagnano da sempre il tema della responsabilità. Persino la speranza affiora nelle riflessioni sulla pena e sul reinserimento sociale. Il linguaggio penalistico appare così come una sorta di archivio culturale delle emozioni: le accoglie, le traduce in regole e, talvolta, cerca di orientarle verso forme di convivenza meno distruttive”.
Quanto è importante la comprensione del lessico anche per un approccio ad una giustizia “coraggiosa” capace di promuovere, nell’orizzonte del rispetto dei diritti umani, logiche solidaristiche e di riparazione?
“Comprendere il lessico del diritto significa comprendere il modo in cui una società guarda al conflitto, alla responsabilità e alla persona. Le parole non sono mai neutre: possono irrigidire le contrapposizioni oppure aprire spazi di dialogo e riconoscimento reciproco. Una giustizia davvero coraggiosa non rinuncia alla legalità, ma sa interrogare criticamente il proprio linguaggio, soprattutto quando questo rischia di ridurre le persone al reato commesso o al danno subito. Nel libro emerge come alcune parole antiche custodiscano significati inattesi e come altre, apparentemente familiari, meritino di essere ripensate. Talvolta il cambiamento delle pratiche di giustizia inizia proprio da un cambiamento delle parole con cui le viviamo e le raccontiamo”.

