Negli ultimi anni, la nostra società, sta subendo trasformazioni profonde, in cui l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie ridefiniscono il modo di vivere, lavorare e relazionarsi, torna centrale la domanda sul significato autentico del progresso. La recente enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV richiama con forza la necessità di mettere la persona al centro, valorizzando dignità, relazioni e bene comune. Su questi temi Interris.it ha intervistato il professor Pierangelo Milesi, vicepresidente nazionale delle Acli, da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo cattolico e della formazione sociale.
L’intervista
Professor Milesi, la Magnifica Humanitas ci richiama alla centralità della persona in un momento di forte progresso tecnologico. Qual è il ruolo dell’associazionismo cattolico in questo frangente?
“Aiutare le comunità a non subire il cambiamento, ma ad abitarlo con coscienza, responsabilità e speranza. L’Enciclica ci ricorda che la tecnologia non è nemica dell’umano, ma non è nemmeno neutrale: prende il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola e la utilizza. Per questo il punto è chiederci quale umanità vogliamo costruire. Le associazioni cattoliche possono essere luoghi popolari di discernimento: spazi in cui la Dottrina sociale della Chiesa diventa vita concreta, educazione, partecipazione, cura dei più fragili. L’associazionismo può rimettere al centro i volti, le relazioni, il lavoro, le comunità locali”.
Papa Leone XIV usa due immagini molto rappresentative..
“Si, Babele e Gerusalemme. Babele è la tecnica che diventa dominio, uniformità, autosufficienza; Gerusalemme è invece la città ricostruita insieme, dove ciascuno si assume il proprio tratto di muro. L’associazionismo cattolico deve essere una grande scuola di ricostruzione comunitaria, capace di formare coscienze, generare alleanze e orientare l’innovazione al bene comune”.
Il Santo Padre ci ha richiamato alla “grammatica del noi”. Come possiamo riaffermare questo importante principio?
“La ‘grammatica del noi’ non è uno slogan consolatorio. È una vera conversione culturale. Significa passare dall’io isolato al noi corresponsabile, dalla competizione alla cooperazione, dalla logica dello scarto alla logica della cura. Possiamo riaffermarla anzitutto ricostruendo legami. La risposta non può essere solo tecnica o normativa: deve essere comunitaria. Servono luoghi nei quali le persone tornino a riconoscersi parte di un destino comune”.
Il “noi”, per i cristiani, è molto importante..
“Si, ha una radice spirituale: non nasce da un generico buonismo, ma dalla consapevolezza che ogni persona è immagine di Dio e che nessuno si salva da solo. Questo “noi” non è chiuso o identitario: è aperto, dialogico, ospitale. Riaffermare la grammatica del noi significa anche disarmare le parole. In una società in cui il linguaggio pubblico spesso ferisce, semplifica, contrappone, la prima responsabilità è tornare a parole che costruiscono. La pace comincia anche da qui: dal modo in cui parliamo dell’altro”.
Guardiamo al futuro: in che modo possiamo coniugare sviluppo tecnologico e tutela del bene comune?
“Dobbiamo evitare due ingenuità: pensare che la tecnologia salvi automaticamente il mondo, oppure pensare che il progresso tecnico sia di per sé una minaccia. La questione decisiva è il governo umano, sociale, politico ed etico dell’innovazione. Coniugare sviluppo tecnologico e bene comune significa porre alcune domande prima ancora di celebrare le possibilità della tecnica: chi decide? Per quali fini? Con quali conseguenze sui più poveri, sul lavoro, sulla democrazia, sulla pace, sull’ambiente, sulle nuove generazioni? L’Enciclica indica criteri molto concreti: trasparenza, responsabilità, valutazioni di impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca orientata alla giustizia e alla pace. Aggiungerei un punto decisivo: la tecnologia deve restare strumento, mai criterio ultimo del valore della persona”.
Il saper custodire è la chiave del futuro..
“Si, il futuro sarà davvero umano se sapremo custodire ciò che nessuna macchina può sostituire: la coscienza, la libertà, la compassione, la fragilità, la capacità di perdono, il lavoro come espressione della dignità, la relazione come luogo della vita buona. Il vero progresso non è avere macchine più potenti, ma comunità più giuste, più libere, più fraterne”.

