Il gioco e è un diritto dei bambini, fissato dalla Convenzione dei sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza all’articolo 31. Marta Versiglia, pedagogista del Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, raggiunta da Interris.it in occasione della Giornata internazionale del gioco, spiega perché questa attività è fondamentale per lo sviluppo e la crescita dei più piccoli e spetta all’adulto metterli nelle migliori condizioni per svolgerla.
L’intervista
Cosa rappresenta il gioco per i bambini?
“E’ un’esperienza fondamentale per i bambini, perché per loro giocare significa vivere e facendolo iniziano a sperimentare il mondo che li circonda. Non vi è nulla di più serio, per loro, fin dai primi mesi di vita. E non è necessario circondarli di giochi, perché ogni occasione è buona e ogni oggetto si presta. Un bambino sano che cresce bene, quando non dorme, gioca.
Il gioco è un modo conoscere il mondo?
“Più il gioco è libero e spontaneo e meglio gli consente di conoscere sé stessi ed entrare in contatto con la realtà esterna e gli altri. Giocando, i bambini si aprono al nuovo, superano le proprie paure e scoprono i propri limiti, per questo è importante consentirgli di fare da soli – come recitava il motto di Maria Montessori, ‘aiutami a fare da solo’. Inoltre, dobbiamo favorire il gioco anche a scuola, perché favorisce il processo di apprendimento: li coinvolge e li motiva, aiutandoli a imparare meglio”.
In che modo si può imparare giocando?
“Ritengo che tutta la scuola dell’infanzia debba essere basata sul gioco e inserirei attività ludiche anche alla primaria, perché i bambini hanno bisogno di muoversi, di fare, di usare le mani. Un altro motto montessoriano infatti è l’‘intelligenza delle mani’, perché l’utilizzo delle mani permette di sviluppare anche il linguaggio, per esempio. E’ fondamentale usare questa parte del corpo, mentre il digitale ‘spegne’ l’infanzia. Dare ai bambini il cellulare, esporli agli schermi, non gli consente di sviluppare la propria creatività, di cercare di inventarsi il gioco con quello che c’è nell’ambiente che li circonda”.
E’ preferibile quindi il gioco “analogico” rispetto al digitale?
“Per i primi tre anni di vita il digitale andrebbe vietato, lo dicono anche i pediatri, e successivamente utilizzarlo a piccole dosi per ascoltare una filastrocca o guardare un cartone animato sul tablet – ma non per giocare. I bambini hanno bisogno di fare cose concrete, di giocare con una balena pupazzo e non con un videogioco con una balena. Come pedagogista, vedo dei bambini che, se sono stati esposti ai videoschermi, non sono in grado di attivare con il gioco simbolico, quello che gli permette inventare una storia e di entrare in contatto con i personaggi con cui giocano, per esempio facendoli parlare”.
Giocare allena la creatività, questa serve poi nell’età adulta?
“Se un bambino è stato in contatto con il suo mondo interiore e ha potuto dare sfogo, con il gioco, al suo essere creativo, da grande può avere capacità di immaginazione, di formulare idee e di sviluppare il proprio pensiero. Nella vita adulta e nel mondo del lavoro ci si relaziona con altre persone e si devono trovare soluzioni ai problemi, per cui serve una mente aperta e aver potuto giocare durante l’infanzia, soprattutto in modo libero e spontaneo, ha allenato quella creatività che lo permette”.
Il tema della Giornata internazionale del gioco di quest’anno “è proteggi il gioco, proteggi l’infanzia”. Come possiamo farlo?
“Proteggere il gioco del bambino è qualcosa che spetta all’adulto. Per questo darebbe fondamentale recuperare spazi dove i più piccoli possano trovarsi tra loro e giocare in modo spontaneo, misurandosi con i loro limiti e le loro frustrazioni, diventando, da grandi, in grado di gestire le eventuali situazioni conflittuali”.

