Il DNA lo rivela: la foca monaca torna nel Tirreno

Il professore di ecologia dell’Università della Tuscia Daniele Canestrelli approfondisce con Interris.it la ricerca che conferma il ritorno della foca monaca nel Tirreno centrale

A sinistra: il professor Daniele Canestrelli. Foto gentilmente concessa. A destra: un esemplare di foca monaca. Foto © F. Di Domenico/Gruppo Foca Monaca.

L’unica specie di foca endemica del Mediterraneo è di nuovo, stabilmente, nel Tirreno centrale. Le tracce genetiche rilasciate nell’acqua tra l’Arcipelago toscano e quello pontino, passando per zone costiere di Toscana e Lazio, lo confermano. L’animale, un tempo molto diffuso, era ritenuto probabilmente estinto, ma gli avvistamenti sempre più frequenti nelle aree insulari toscane e adesso i risultati dell’analisi del DNA ambientale, un’attività di ricerca senza contatto con le specie, che ne rivelano la presenza anche più a sud, ne documentano il ritorno.

L’intervista

Il professore di ecologia del Dipartimento di Scienze ecologiche e biologiche dell’Università degli Studi di Viterbo Daniele Canestrelli approfondisce con Interris.it alcuni aspetti della ricerca, condotta da suo dipartimento insieme al Gruppo Foca Monaca, spiega perché la biodiversità del Mediterraneo sia ancora a rischio e riflette sulle possibilità di sviluppare un modello compatibile con la conservazione della specie e le esigenze socioeconomiche del territorio.

Professore, il ritorno della foca monaca nel Tirreno adesso è acclarato?

“I dati confermano quello che sapevamo grazie a precedenti avvistamenti, principalmente nell’Arcipelago toscano. Lo studio ci dice che la foca monaca è tornata stabilmente in questa parte del Mediterraneo e frequenta gli habitat più idonei alla sua specie, soprattutto per la riproduzione, come anfratti e grotte costiere”.

Ci racconta qualcosa su quest’animale?

“Forse non tutti sanno che la foca monaca è una specie endemica del Mediterraneo. Qui aveva gran parte della sua area geografica – l’areale – di distribuzione, ed era ben nota. Nel tempo però, anche a causa delle attività umane, come la pesca, sia diretta che involontaria, è andata incontro a un’importante riduzione. Era diventata una specie gravemente minacciata, ora sembra stia recuperando terreno”.

Ci illustra la tecnica di ricerca cui avete verificato la sua presenza?

“L’analisi del DNA ambientale è una tecnica relativamente nuova che consente di monitorare le specie elusive, quelle che rifuggono il contatto con l’uomo e abbiamo più difficoltà a vedere. Ogni organismo al suo passaggio rilascia DNA nell’ambiente e individuarne le tracce, anche minime, ci consente di identificarlo. Se c’è una traccia genetica nell’acqua vuol dire che una foca è passata lì molto di recente, ed era l’informazione che cercavamo. Questa attività di ricerca senza contatto con l’animale ha un impatto minore sulla specie”.

Il recupero di questa specie cosa ci dice sullo “stato di salute” della biodiversità del Mediterraneo?

“E’ una buona notizia per la foca, ma non dobbiamo interpretarlo come un segnale che il Mediterraneo sia fuori pericolo, perché i cambiamenti e il crollo della biodiversità sono ormai documentati. Le specie aliene, in particolare quelle provenienti dal Mar Rosso, stanno diventando molto frequenti, a danno della comunità biologica locale. Le condizioni sono oggettivamente gravi, nel recente passato abbiamo perso molte specie fondamentali per il funzionamento dell’ecosistema marino e la tendenza non sembra attenuarsi”.

La presenza della foca monaca ci chiede di coniugare le esigenze socioeconomiche delle comunità costiere di quella zona con la conservazione della specie. Su quali basi si possono conciliare?

“La pesca e il turismo ad oggi sono compatibili con la presenza della foca, perché con l’attuale pattern di sfruttamento socioeconomico dell’ecosistema marino la specie sta comunque recuperando. La prima cosa da fare è non alterare questa situazione, perché un cambiamento potrebbe avere effetti negativi anche involontari. La seconda è studiare modelli di turismo adatti alla biodiversità di queste aree. Si è creata sinergia tra gli studiosi e le amministrazioni: il Comune di Ponza investe i proventi delle attività turistiche nel monitoraggio e in soluzioni ecocompatibili, e anche nell’Arcipelago toscano si stanno facendo passi avanti”.

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