Il dialogo tra Francesco e madonna Povertà: un manifesto spirituale

Il Sacrum commercium beati Francisci cum domina Paupertate è uno dei testi più affascinanti del francescanesimo primitivo

Immagine creata con ChatGpt

Il Sacrum commercium beati Francisci cum domina Paupertate (traduzione impropria in italiano con “Mistiche nozze del beato Francesco con madonna Povertà”, quando invece il termine commercium indica un rapporto gentile – di cavalleria – più che uno sposalizio) è uno dei testi più affascinanti del francescanesimo primitivo. Non è un trattato, non è una predica: è quasi un libretto teatrale dell’anima, dove Francesco incontra la Povertà come una dama nobile, luminosa, quasi regale. Il commercio evocato nel titolo è paradossale: non riguarda beni, denaro o scambi materiali. È un commercio spirituale, un patto di libertà. Francesco non chiede alla Povertà di privarlo del mondo, ma di liberarlo dal desiderio di possedere ricchezze, dalla paura di perdere, dalla tirannia del desiderio di potere, che il denaro consente.

Il poema

Il pometto, opera di un anonimo, ma importante se Dante ne accenna nel Canto 11 del Paradiso ed è segnalato nella famosa allegoria delle vele nella Basilica inferiore di Assisi. Il poeta fiorentino media, in realtà, il poemetto di domina Paupertate con il grande trattato mistico‑spirituale, Arbor vitae crucifixae Jesu, scritto da Ubertino da Casale nel 1305, uno dei testi più significativi e originali della spiritualità francescana. L’immagine guida è quella dell’Albero della vita, che per il frate francescano è Cristo crocifisso: ogni parte dell’albero (radici, tronco, rami, frutti) diventa simbolo di un aspetto della vita di Gesù e della sequela francescana.

La dinamica della grazia

L’immagine dell’albero della vita, così centrale di Ubertino da Casale, affonda le sue radici nella grande tradizione francescana. Già Bonaventura, pur senza comporre un’opera con quel titolo, aveva impiegato la metafora dell’albero nell’Itinerarium mentis in Deum dover descrive la dinamica della grazia e la crescita della vita spirituale. Ubertino ne riprende l’intuizione, ma la porta a una intensità nuova: l’albero non è più soltanto figura della vita divina, bensì il Cristo crocifisso stesso, sorgente di rinnovamento e criterio della povertà evangelica.

La forma più alta di libertà

Nel poemetto Sacrum commercium Francesco va in cerca della Povertà e chiede di lei ai passanti, che nulla vogliono dirgli; nemmeno i ricchi e i sapienti vogliono saperne, attratti come sono dai “piaceri” del mondo. Due poveri vecchi danno buoni consigli a Francesco, che si incammina, con pochi compagni, verso la vetta del monte, dove abita la Povertà, ed essa chiede loro chi siano. Rispondono con un elogio di lei; e la Povertà, allora, risponde tessendo la sua storia a partire da Adamo fino a Cristo, e da Cristo agli ordini monastici, che ora sono decaduti e corrotti. Ma la Povertà si persuade a seguire Francesco ed i suoi compagni nel luogo dove essi dimorano. La Povertà, nel poemetto, non è miseria. È signora, domina. È la forma più alta della libertà cristiana: la capacità di vivere senza essere posseduti da ciò che si possiede.

Le riflessioni

Ma questa visione sulla “povertà altissima”, spirituale, mistica e appassionata portò il movimento degli “Spirituali” a condividere la visione escatologica dell’abate Gioacchino da Fiore (1135 – 1202), secondo il quale la storia del mondo si sarebbe formata in tre grandi epoche: quella del Padre (Vecchio Testamento), quella del Figlio (Nuovo Testamento) e quella dello Spirito Santo – in itinere – (terzo Testamento), che avrebbe perfezionato e spiritualizzato la seconda. Se si volesse sintetizzare il pensiero di san Francesco sulla povertà esteriore dei suoi frati in due sole parole, valide anche oggi, bisognerebbe riferirsi ai concetti di austerità e di sobrietà in tutte le manifestazioni della vita: nelle vesti (FF, p.100, 124, pp. 610 – 611)   nelle circostanze della vita quotidiana (Ibid., pp.132 – 133, 871 – 880), nell’uso del denaro (Ibid., pp.421 – 423, 606 – 607), nelle case (Ibid., pp. 600 – 602), negli arredi (Ibid., pp. 602 – 604), nei trasporti, nel lavoro (Ibid., p.126, 132), ecc. Ogni riflessione che parte dal pensiero di Tommaso da Celano e da san Bonaventura, principali biografi di Francesco, è costretta a riferirsi ad ambiti più ampi e diversi, che vanno dalla teologia alla mistica, dalla speculazione alla devozione, dall’indagine allo stupore: Vita prima e Legenda maior ne sono una riprova. Il fenomeno delle Stimmate è l’apice dell’itinerario spirituale di Francesco verso Dio, e la sua morte ne è il culmine. Si tratta di una grande integrazione tra corpo e spirito e tra Francesco e Cristo. In particolare, Bonaventura, presentando la figura di Francesco e la sua attività guidata dall’immagine di Cristo, indica la centralità del tema della croce.

La visione

Semplificando e concentrando al massimo la problematica sulla povertà francescana, le Fonti Francescane ci suggeriscono quattro termini che si rincorrono e si arricchiscono di significato l’un l’altro: la forma vitae “vivere il santo Vangelo”, ingloba anche la fraternità e minorità. Difatti, l’espressione forma vitae significa poter vivere secondo una propria scelta, che si conforma nell’osservare il “Vangelo di Gesù Cristo” (inizio della Regola bollata): visione cristocentrica, il cui modello si lega completamente a Gesù, alle sue parole, alla sua relazione trinitaria. Nel monachesimo si poneva la visione teocentrica della vita religiosa; con il francescanesimo si opera una svolta epocale: si sostituisce, o meglio, si pone al primo posto la visione cristocentrica. Entrambe sono legittime, fondate sulla S. Scrittura, ma devono integrarsi reciprocamente, con al centro Cristo.. Pertanto, la vita religiosa francescana è sequela viva di Cristo. La chiave di lettura, sfuggita al movimento degli Spirituali e successivamente ai protagonisti del dibattito sull’usus pauper, è contenuta nel Testamento di Francesco, dove si distinguono due forme di vita strettamente connesse: “vivere secondo la forma del santo Vangelo” e “vivere secondo la forma della santa Chiesa romana” (FF, pp. 131 – 132). E’ importante sottolineare la preveggenza strategica di Francesco, che, distinguendo e legando le due “forme di vita”, ha salvato l’Ordine, impedendo che entrasse in conflitto con la Chiesa.

La voce della Povertà oggi

Oggi, mentre le società oscillano tra consumismo e paura, tra accumulazione e precarietà, la voce della Povertà — quella che parlò con Francesco — torna a chiedere udienza. E forse il nostro tempo ha bisogno proprio di questo: non di nuovi mercati, ma di una nuova alleanza con l’anima, capace di distinguere ciò che serve da ciò che seduce. È la libertà di non essere schiavi del mercato, né del proprio ego.

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