In occasione della Giornata Mondiale contro il Parkinson, si rinnova l’attenzione su una patologia neurodegenerativa complessa e in costante crescita, che coinvolge non solo chi ne è colpito ma anche le famiglie e i caregiver. Negli ultimi anni la ricerca ha compiuto passi importanti, migliorando le possibilità di diagnosi e ampliando le strategie terapeutiche; tuttavia, la gestione quotidiana della malattia e il suo impatto sulla qualità della vita restano aspetti centrali e ancora sfidanti.
L’intervista
Per offrire uno sguardo aggiornato e approfondito, abbiamo intervistato il dott. Claudio Mostardini, neurologo della ASL Roma 3, con cui affrontiamo i temi della diagnosi precoce, delle opzioni di trattamento e dell’importanza di un approccio integrato e personalizzato alla cura. Un’occasione per fare chiarezza e promuovere una maggiore consapevolezza su una condizione che richiede attenzione, competenza e continuità assistenziale.
Ci può spiegare esattamente cos’è il Parkinson?
“Si tratta di una malattia neurologica cronica e progressiva a discapito del sistema nervoso. Ad essere maggiormente interessate sono le aree del cervello che controllano i movimenti fini (il servomeccanismo dei movimenti) ed è dovuto alla degenerazione e conseguente morte di alcune cellule nervose. Cellule che producono la dopamina alla quale è legata la fluidità dei nostri movimenti. Quando la dopamina inizia a diminuire il cervello non è più in grado di trasmettere i segnali ai muscoli. Questo si evidenzia nei segnali più tipici della presenza del morbo: tremore a riposo, rigidità muscolare, lentezza nei movimenti e problemi di equilibrio e postura. Movimenti a parte al Parkinson possono essere associati anche i disturbi del sonno, cambiamenti dell’umore, difficoltà cognitive e alterazioni dell’olfatto, problemi gastroenterologici, caratteristici disturbi del sonno che addirittura anticipano l’insorgenza clinica della malattia”.
Esistono fattori di rischio noti o cause genetiche?
“Assolutamente sì. Insieme alle cause genetiche che interessano circa il 10–15% dei casi conosciuti, c’è una serie di fattori a rischio che possono incidere sullo sviluppo della malattia. A cominciare dall’età (dopo i 60 anni aumenta la possibilità dello sviluppo del morbo), con gli uomini più colpiti rispetto alle donne. Vanno ricordate anche particolari esposizioni ambientali come la vicinanza con pesticidi e sostanze tossiche. Senza dimenticare i classici stili di vita legati in particolare alla sedentarietà. Studi clinici affermano che una regolare attività fisica unita ad una corretta alimentazione possono ridurre la manifestazione della malattia”.
Come viene diagnosticata la malattia di Parkinson oggi?
“Non ci sono esami specifici. La diagnosi passa attraverso l’osservazione dei sintomi manifestati e dalla conseguente valutazione neurologica. Il segnale principe resta quello della lentezza dei movimenti, passando poi per i tremori in stato di riposo e una rigidità muscolare. Già così è possibile avere chiarezza sulla presenza o meno del Parkinson. Dal punto di vista diagnostico ci sono comunque esami specifici in grado di confermare l’aspetto sintomatologico, come la risonanza magnetica cerebrale. Ma resta il caposaldo che la diagnosi del Parkinson è legata all’osservazione dei segnali del corpo e dal controllo dell’evoluzione nel tempo”.
Quanto è importante una diagnosi precoce?
“Molto importante, come anche per altre patologie. Soprattutto se teniamo conto che non avendo a disposizione una cura definitiva, accertarne la presenza in tempi rapidi consente tempestivi approcci terapeutici che uniti a fisioterapia e attività fisica consentono di preservare la qualità della vita quotidiana. Il Parkinson è una malattia degenerativa e per questo il grande impegno è nello studio e ricerca di tutto ciò che può aiutare a gestirla”.
Ci sono nuovi farmaci o trattamenti innovativi in arrivo?
“Se parliamo di tempi brevi, le innovazioni più probabili sono l’ottimizzazione di farmaci già noti e l’ampliamento delle tecnologie di neuromodulazione. Se invece parliamo di farmaci davvero disease-modifying, il panorama è interessante ma ancora in via di sviluppo nei prossimi anni. Per i pazienti con Parkinson avanzato, il cambiamento più concreto non è da cercare nel nuovo farmaco, ma nella possibilità di combinare levodopa, infusione continua, DBS più sofisticata e follow-up multidisciplinare. In altre parole, la direzione attuale è verso una cura più personalizzata e meno ‘tailored’, soprattutto per fluttuazioni motorie, discinesie e selezione dei pazienti candidabili a procedure avanzate”.
Esistono prospettive concrete per una cura definitiva del Parkinson?
“Diciamo subito che attualmente non esiste una cura definitiva. Le terapie che abbiamo a disposizione controllano i sintomi ma non incidono sulla progressione della malattia. Il dato più significativo è comunque che negli ultimi 30 anni l’aspettativa media e la qualità di vita media dei malati di Parkinson si è allungata notevolmente confermando la bontà dei nuovi approcci e dei nuovi farmaci”.
Perché è importante celebrare la Giornata Mondiale del Parkinson?
“Tre i motivi essenziali: informazione, sensibilizzazione e impegno collettivo. È una giornata che permette di dare le giuste e corrette informazioni, combattere stereotipi e falsi miti, far conoscere anche i sintomi non motori, spesso invisibili. Ed è anche una occasione per dare risalto alla presenza di chi condivide e supporta la quotidianità nei pazienti, come i caregiver e le varie associazioni. Senza dimenticare che queste giornate sono utile a sostenere economicamente la ricerca scientifica e servono per attirare l’attenzione su nuovi studi e terapie”.

