Il ritiro sociale volontario e prolungato dei giovani e dei giovanissimi, favorito anche dall’eccessivo utilizzo dei social media e conosciuto anche con il termine “hikikomori“, rappresenta oggi una delle sfide più complesse e meno visibili per il sistema educativo, sociale e sanitario. Interris.it ha intervistato il dott. Claudio Marcassoli, psichiatra e psicoterapeuta.

L’intervista
Dottor Marcassoli, come possiamo definire il fenomeno degli hikikomori?
“Il fenomeno degli hikikomori si riferisce a una condizione di ritiro sociale prolungato, in cui la persona, spesso un adolescente o un giovane adulto, si isola nella propria abitazione, evitando ogni forma di relazione diretta con il mondo esterno per almeno sei mesi. Si tratta di un disagio complesso, di natura psicosociale, che può accompagnarsi a disturbi d’ansia, depressione o fobia sociale”.
Quanto è diffuso questo fenomeno in Italia?
“Nel nostro Paese, il fenomeno è in preoccupante crescita: secondo una ricerca condotta dall’Istituto Superiore di Sanità , si stima che i casi siano circa 66mila, con un incremento significativo post-pandemia. La fascia più colpita è quella tra gli 11 e i 17 anni, con una prevalenza maschile. La comprensione e l’intervento precoce risultano essenziali per contenere l’evoluzione del disturbo”.
Quali sono le conseguenze a breve e a lungo termine di questo fenomeno?
“L’isolamento sociale può determinare gravi compromissioni emotive, tra cui ansia, disturbi del sonno, perdita di motivazione e alterazioni dell’umore. Spesso si osserva un deterioramento delle abilità sociali e una progressiva disconnessione dalla realtà quotidiana. A lungo termine, il rischio è lo sviluppo di veri e propri disturbi psichiatrici, come depressione maggiore, disturbo evitante di personalità e comportamenti autolesivi. L’assenza prolungata da contesti scolastici o lavorativi può compromettere seriamente lo sviluppo identitario, l’autonomia personale e l’integrazione sociale. Inoltre, si evidenzia un rischio crescente di dipendenza da internet, con l’utilizzo massiccio di videogiochi o social media come unica forma di interazione. La cronicizzazione dell’isolamento rende più difficile il reinserimento, aggravando il carico sulle famiglie e sui servizi sociosanitari”.

Che strategie possono mettere in campo le diverse istituzioni educative, dalla famiglia alla scuola, per arginare questo fenomeno?
“E’ fondamentale un intervento integrato e preventivo da parte di tutte le istituzioni educative. La famiglia deve essere supportata nella comprensione del disagio, evitando atteggiamenti colpevolizzanti e promuovendo un dialogo empatico e costante. È utile incentivare la partecipazione a percorsi di sostegno psicologico familiare. La scuola, dal canto suo, deve favorire ambienti inclusivi e meno competitivi, implementando sportelli di ascolto psicologico e attività che promuovano le competenze socio-emotive degli studenti. È cruciale formare docenti e operatori scolastici per riconoscere i primi segnali di ritiro sociale. I servizi territoriali, infine, devono offrire percorsi terapeutici flessibili e personalizzati, anche domiciliari, per raggiungere i ragazzi nel loro contesto. La collaborazione tra scuola, famiglia e servizi sanitari rappresenta la chiave per una presa in carico tempestiva ed efficace del problema”.

