L’accesso alle informazioni è un elemento essenziale per comprendere la realtà, maturare consapevolezza e partecipare alla vita della società. In un mondo attraversato da una quantità crescente di contenuti, poter disporre di notizie attendibili e verificabili assume un valore ancora più importante. Il diritto a informarsi riguarda non solo la possibilità di conoscere i fatti, ma anche la capacità di orientarsi tra fonti diverse, distinguere ciò che è rilevante e contrastare il disordine informativo. Un tema che interpella direttamente anche il giornalismo. Interris.it, su questo tema, in occasione della Giornata mondiale per l’accesso alle informazioni, ha intervistato il giornalista Gigio Rancilio, già caporedattore di Avvenire, scrittore e divulgatore.
L’intervista
Rancilio, che significato ha, a suo parere, la Giornata mondiale per l’accesso alle informazioni?
“Questa giornata ha un significato molto importante. Non dobbiamo guardarla dal nostro punto di vista, nel quale siamo in una situazione privilegiata rispetto ad altri Paesi del mondo, ma da un punto di vista mondiale. Ci sono ancora molti Paesi nei quali informarsi e informare è difficilissimo. Si rischia la vita e ci sono parecchie censure, per cui già da questo punto di vista sarebbe importante. Il tema di quest’anno è lungo ma interessante: sostenere l’integrità dell’informazione nell’era digitale. Il ruolo dell’accesso all’informazione nel contrastare il disordine informativo”.
Avere una informazione integra è sempre più complicato.
“Sì, è sempre più difficile avere un’informazione integra, non soltanto perché i giornalisti possono commettere errori, ma anche perché il sistema di distribuzione dell’informazione nel mondo digitale crea il disordine informativo: un numero impressionante di informazioni davanti alle quali non riusciamo più a capire che cosa conti davvero. Si apre un mondo enorme di impegno sia per chi fa informazione sia per chi la riceve. Chi la riceve deve imparare a scegliere di più. Non possiamo più essere consumatori passivi di informazione, altrimenti saremo travolti dal disordine informativo. Chi fa informazione deve farla sempre meglio e in maniera sempre più puntuale, proprio per contrastarlo”.
Che ruolo possono e devono avere i giornalisti cattolici su questo versante?
“I giornalisti cattolici da sempre sono chiamati a fare qualcosa di più degli altri: qualcosa di più come profondità, serietà e impegno. Dobbiamo ancora di più essere al servizio della verità, non soltanto della verità oggettiva, che è qualcosa che inseguiamo tutti ma non sempre riusciamo a raggiungere anche per i limiti umani, ma della verità sostanziale dei fatti, come dicono i manuali di giornalismo. Dobbiamo essere rigorosi. A volte siamo stanchi, a volte siamo tristi, a volte vogliamo tirare via le cose e a volte ci affidiamo a scorciatoie”.
L’impegno dei giornalisti è fondamentale.
“Esattamente. Da questo punto di vista dobbiamo impegnarci ancora di più per essere al servizio della verità e dell’ordine informativo, mettendo in fila in maniera ordinata le cose per aiutare le persone a essere più consapevoli. Le persone consapevoli scelgono non con l’emotività, ma con il ragionamento e con la mente. È sempre più importante che questo avvenga, invece delle polemiche sui social e della sovra informazione che ci raggiunge, ma con la coscienza”.
Guardiamo al futuro: l’IA sta prendendo sempre più piede. Che scenari si prefigurano per l’informazione?
“Lo scenario più lungo è questo: a un certo punto non ne potremo più delle informazioni tutte uguali prodotte dai sistemi di intelligenza artificiale e torneremo a premiare le riviste scritte totalmente dagli esseri umani, cioè la qualità dell’artigianato. Già oggi esiste una produzione di miliardi di cose fatta in serie a pochissimo prezzo e poi esistono oggetti degli artigiani che possono valere tanto. Alla lunga, per la scrittura e l’informazione, ci accorgeremo che si tratta di un bene artigianale con un valore incredibile e torneremo a crederci”.
Ci troviamo in un momento di passaggio.
“Esattamente. Nel momento in cui siamo, invece, c’è una sorta di passaggio: una parte dei giornalisti non ha ancora capito come usare l’intelligenza artificiale, una parte la usa come scorciatoia e quindi spesso fa male, mentre una parte dei lettori pensa che avere in poche righe la risposta a grandi domande sia un vantaggio. Ma quando cerchiamo le scorciatoie ci perdiamo, perché ci danno soltanto un’infarinatura di quello che accade e ci abituano ad avere risposte semplici davanti a problemi grandi”.
C’è bisogno di tempo.
“Sì. I problemi grandi hanno bisogno di tempo e di impegno per essere compresi. Una delle cose più pericolose che abbiamo in questo momento dell’intelligenza artificiale, sia per chi produce contenuti sia per chi ne usufruisce come lettore, è l’illusione della conoscenza”.

