Giornata mondiale del rifugiato: come cambia il fenomeno

Dopo un decennio diminuisce il numero di persone rifugiate nel mondo, ma il 70% continua a dipendere dall’assistenza umanitaria. Il portavoce di Unhcr Filippo Ungaro ne parla con Interris.it

A sinistra: il portavoce di Unhcr Filippo Ungaro. Foto gentilmente concessa. A destra: Foto di Ahmed akacha: https://www.pexels.com/it-it/foto/cielo-acqua-nuvoloso-meteo-6896961/

Finché tutti non saranno al sicuro, continuare a ricordare quali sono i diritti e le garanzie di chi fugge perché la sua libertà o la sua vita sono minacciate e aiutarli a costruire la loro nuova vita. Nel 75esimo anniversario della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato le Nazioni Unite lanciano la campagna globale “Until Everyone is Safe”.

Il fenomeno

Dopo dieci anni scende il numero complessivo delle persone in fuga da guerre, violenze e persecuzioni. Il rapporto Global Trends dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) registra 117,8 milioni di profughi per il 2025, oltre 5 milioni in meno rispetto all’anno precedente. La maggioranza di chi è costretto a lasciare la propria casa o il proprio Paese o necessita di protezione internazionale proviene da Afghanistan, Sud Sudan, Sudan, Siria, Ucraina e Venezuela. “Un numero ancora inaccettabilmente alto”, commenta il portavoce di Unhcr Filippo Ungaro. L’aumento dei ritorni (+50% sul 2024) farebbe pensare a un miglioramento, ma la maggior parte è avvenuta in maniera non volontaria e in situazioni ancora insicure, non essendo venute meno le cause dello sfollamento.

L’impatto sui Paesi limitrofi

L’esodo di chi lascia la propria terra per trovare riparo altrove di rado porta a destinazioni lontane. Il 65% dei rifugiati e di chi cerca protezione è ospitato nei Paesi limitrofi, dove non sempre le condizioni di vita sono migliori rispetto a quelli di partenza. Nel 68% dei casi li accolgono i Paesi a basso e medio reddito, come nel caso del Ciad. “E’ uno degli Stati più poveri del mondo, agli ultimi posti degli indici di sviluppo, che fatica a offrire i servizi di base ai propri cittadini, ma nonostante questo ospita un milione e mezzo di rifugiati sudanesi”, sottolinea Ungaro.

Dal limbo all’autosufficienza

Lo sfollamento spesso si tramuta in un esilio dove i rifugiati vivono in un limbo. Sette su dieci continuano a dipendere dall’assistenza umanitaria perché non riescono ad accedere al sistema sanitario né a quello educativo del Paese ospitante, spesso neppure al mercato del lavoro locale. L’Unhcr vuole dimezzare questi numeri entro il 2035 attraverso il rafforzamento dei sistemi di asilo, gli investimenti nello sviluppo e la maggior inclusione socio-economica. “Rendere i rifugiati autosufficienti gli permetterebbe di contribuire al benessere generale senza non sentirsi un ‘peso’”, continua Ungaro.

Il messaggio del Papa

Dal molo di Arguineguín, approdo delle persone migranti in cerca di salvezza e speranza lungo la rotta atlantica, Papa Leone XIV, durante il suo viaggio apostolico in Spagna, ha ricordato al mondo che coloro che si lasciano alle spalle la famiglia e la casa non sono né numeri né fascicoli e meritano protezione. Il loro dramma deve diventare un esame di coscienza per l’Europa, che non può abituarsi ai “cimiteri senza lapidi” nel mare, e per la comunità internazionale. “Il fatto che il Papa si andato lì è un messaggio forte: la dignità delle persone va sempre e comunque rispettata”, osserva Ungaro, “quando si parla di fenomeni come le migrazioni si ricorre ai grandi numeri, ma dietro ciascun dato ci sono degli esseri umani”.

Le nuove regole europee

Dal 12 giugno è entrato in vigore il Patto Ue su immigrazione e asilo, una revisione delle norme comunitarie in materie di controlli alle frontiere, procedure d’accoglienza e asilo e un nuovo meccanismo di solidarietà. “Per la prima volta si stabilisce una politica europea comune, più armoniosa, più efficiente – in linea di principio”, dice Ungaro. “L’Unhcr ha lavorato sulle garanzie per i richiedenti asilo, come una tutela legale conforme agli standard internazionali. Molto dipenderà poi dalla sua implementazione all’interno dei singoli Stati”, conclude.

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