Giornalisti influencer e algoritmi: perché il racconto del disagio resta fuori dai social

Dalla disattenzione dei giornalisti influencer ai pregiudizi sulla criminalità, Monia Azzalini rivela come la narrazione del disagio economico oscilli tra indifferenza e sensazionalismo

Monia Azzalini, ricercatrice presso l'Osservatorio di Pavia Media Research ed esperta di analisi dei media (foto: Francesco Vitale)

La povertà in Italia è un fenomeno strutturale che coinvolge milioni di persone, eppure per i media sembra non esistere, se non quando diventa funzionale alla polarizzazione o alla spettacolarizzazione. È quanto emerge dall’ultima ricerca dell’Osservatorio di Pavia, che ha monitorato la narrazione del disagio economico tra televisione, talk show e social media. Dall’analisi emerge un quadro di profonda disattenzione: il tema della povertà appare a “intermittenza”, legato a ricorrenze come il Natale o a eventi eccezionali, come la scomparsa di Papa Francesco. Ma il dato più allarmante riguarda la qualità del racconto: persistono stereotipi che associano l’indigenza all’illegalità o al background migratorio, mentre sui social la figura del giornalista-influencer tende spesso a oscurare la notizia per inseguire logiche algoritmiche e sensazionalistiche. Monia Azzalini, ricercatrice presso l’Osservatorio di Pavia Media Research ed esperta di analisi dei media, analizza con Interris.it i dati di questo studio recentemente presentato a Roma per capire come trasformare la narrazione della povertà in un atto di rispetto e consapevolezza civile.

L’Intervista

Partiamo dai dati della vostra ricerca. Come viene trattata la povertà dai media italiani oggi?

“La povertà è un tema generalmente poco attrattivo per i media. Abbiamo monitorato tre generi informativi — telegiornali, talk show politici e social media — riscontrando una disattenzione preoccupante. In particolare, abbiamo osservato un silenzio quasi totale da parte dei dodici principali giornalisti “influencer” su Facebook. L’attenzione è spesso discontinua: la televisione si accende sul tema quasi solo a Natale o in occasione della pubblicazione di rapporti statistici”.

C’è stato però un momento di forte copertura mediatica nel periodo analizzato, tra il 2024 e il 2025. A cosa è stato dovuto?

“Sì, abbiamo registrato un picco di attenzione condiviso su tutti i media ad aprile 2026, in occasione della scomparsa di Papa Francesco. Essendo stato un Pontefice che ha sempre messo la povertà al centro del suo magistero, i media hanno ricordato ampiamente il suo legame con gli ultimi. È un dato che conferma come il tema emerga soprattutto quando è legato a grandi eventi o personalità, più che come fenomeno strutturale”.

Oltre alla quantità, cosa emerge dalla qualità dell’informazione? Esistono ancora pregiudizi nel racconto di chi vive in condizioni di disagio?

“Purtroppo sì. Abbiamo rilevato diverse associazioni stereotipate: la tendenza a legare la povertà all’illegalità, alla criminalità, al background migratorio o alle dipendenze. In alcuni contenuti questi pregiudizi raggiungono il 10%. I giornalisti non sono esenti dalla cultura in cui vivono, ma la nostra ricerca vuole proprio offrire un’analisi critica affinché diventino consapevoli che le parole e le narrazioni scelte possono fare la differenza tra il rispetto della persona e una rappresentazione distorta”.

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Foto di Jonathan Velasquez su Unsplash

Spesso sembra che il giornalista “influencer” o il conduttore tv cerchi di mettersi in mostra più della notizia stessa. Quanto influisce questo sulla narrazione della povertà?

“È un fenomeno molto presente, soprattutto sui social. Già trent’anni fa Pierre Bourdieu spiegava come la televisione avesse stravolto l’ambiente mediale; i social hanno accelerato questo processo. Si cerca di “rendere straordinario l’ordinario”. La povertà in Italia è un dato ordinario e strutturale, con 5,7 milioni di persone in povertà assoluta. Eppure, per attirare l’attenzione, la si spettacolarizza o la si strumentalizza in battaglie ideologiche e politiche, sfruttando le dinamiche di polarizzazione degli algoritmi. Il giornalista finisce così per mettersi davanti al problema invece di farsi da parte per raccontarlo”.

Questi sono oggi i risultati della ricerca. Possiamo aspettarci un seguito a questo studio?

“La pubblicazione è appena uscita dalla tipografia, l’ho vista oggi per la prima volta. La nostra speranza è che Caritas voglia continuare a osservare come i media trattano questo tema. Come osservatorio siamo pronti a proseguire questo lavoro critico per promuovere una narrazione della povertà che sia finalmente virtuosa e rispettosa”.

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