Gestione dei boschi e cura dell’ambiente: l’esempio dei monaci benedettini

Un libro ripercorre la storia dell’Appennino umbro-marchigiano e l’intervento dell’uomo nei secoli. Interris.it ha intervistato l’autore, Jacopo Angelini

Foto di Achim Ruhnau da Pixabay

Antico e recente. Se i boschi dell’Appennino umbro-marchigiano sono dei “giovani” di appena sessant’anni, l’intera area è stata plasmata dall’uomo fin dal Neolitico, tra i 7mila e i 3500 anni fa, quando dalla Mezzaluna fertile arrivarono i primi pastori. La peculiarità di queste aree interne del Centro Italia è dovuta alle diverse fasi dell’influenza antropica. Le attività produttive, come agricoltura e pastorizia, e i cambiamenti demografici, determinavano la gestione del territorio e del paesaggio, in un’alternanza tra sfruttamento più o meno intensivo delle risorse e ritorni della natura. L’azione che probabilmente ha contribuito di più a modellare questi luoghi è stata nell’Alto Medioevo quella dei monaci benedettini, oltre che dei frati francescani, alla ricerca di un’armonia tra uomo e ambiente. Non solo custodi e tramandatori della cultura classica, greca a romana, ma pure di tecniche di gestione ambientale, di coltivazione, di allevamento e di commercio.

Anni di ricerche

Lo racconta il libro “Ambiente e monachesimo. Storia ed evoluzione degli habitat dell’Appennino umbro marchigiano”, scritto da Jacopo Angelini, faunista, ornitologo, esperto di natura e storia, socio di lunga data di Wwf Italia, di cui è stato presidente regionale nelle Marche. “Riassume trent’anni di ricerche storico-naturalistiche, fatte sia per passione che in collaborazione con istituti universitari e associazioni”, dice a Interris.it. Lo scopo è “dare valore a un territorio bellissimo e poco conosciuto, l’Appennino umbro-marchigiano, plasmato dall’azione dell’uomo fin dal Neolitico”.

Le coltivazioni

Sfogliando le pagine del grande volume della Storia, si arriva alla caduta dell’Impero romano d’Occidente e l’insediamento lungo la penisola italiana dei popoli germanici. I longobardi si stanziarono in Italia settentrionale e nel Centro-Sud e questo comportò il passaggio da una civiltà cerealicola al proliferare dei boschi, perché i nuovi arrivati allevavano suini che si nutrivano di ghiande. “I benedettini hanno ripreso a coltivare la terra, anche in montagna, inventando l’aratro pesante per smuovere in profondità, aumentando la resa grazie alla rotazione triennale dei terreni e hanno persino introdotto in Appennino la coltivazione dell’olio”, racconta Angelini. I monaci dell’ordine di Benedetto bonificavano i terreni, come le ‘marcite’ di Norcia, e la gestione controllata delle acque portava a maggiori raccolte di fieno per sfamare gli animali nelle stalle, da cui ottenevano il latte per realizzare i prodotti caseari che rivendevano. I monasteri possedevano inoltre greggi di pecore, ne lavoravano il vello e lo commercializzavano.

I boschi

La tutela della biodiversità è oggi considerata strategica per la lotta agli effetti del cambiamento climatico. I benedettini erano consapevoli dell’importanza della ricchezza della diversità biologica per la propria vita in quelle zone. I monaci camaldolesi si “specializzarono” nella conservazione e nella gestione dei boschi, che fungevano sia da risorsa che da protezione dell’eremo in cui si ritiravano. “Nell’anno Mille la diffusione del pascolo aveva impoverito le foreste, così i religiosi iniziarono a piantare abeti bianchi e castagni, detti gli ‘alberi del pane’ perché il loro frutto era alla base dell’alimentazione contadina”, spiega l’autore. Piantare, tagliare e ripiantare, tutte tecniche che passavano ai locali. “Ogni famiglia del posto aveva un figlio che diventava monaco”.

Avere cura

Nel Basso Medioevo le cose cambiano. I Comuni si affermano come centri di potere, la popolazione aumenta e la coltivazione di cereali arriva fino in montagna, intaccando le foreste. “Gli alberi erano quasi del tutto scomparsi dall’Appennino umbro-marchigiano. Sul Subasio era rimasto un bosco, tutelato dai francescani dell’eremo delle Carceri”, prosegue Angelini. Negli ultimi sessant’anni, con lo spopolamento delle aree interne, i boschi hanno ripreso il possesso del territorio. Secoli dopo, nel pieno della crisi climatica – la più evidente e sistemica, apice e conseguenza di tante altre emergenze – il modello dei benedettini potrebbe essere preso come esempio. “Dovremmo avere più cura delle nostre montagne e dei boschi, passare a un’agricoltura più rispettosa dell’ambiente e recuperare le colline umbro-marchigiane, privilegiando le policolture alle monocolture e sviluppando siepi alle pendici per trattenere l’acqua ed evitare le inondazioni”, conclude l’esperto.

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