I giovani non sono un problema da risolvere, ma un traguardo da cui partire. Eppure, tra la pervasività della tecnologia e la crisi delle relazioni, le nuove generazioni sembrano muoversi tra un senso di isolamento e il desiderio profondo di orizzonti aperti. Come possiamo aiutarle a spiccare il volo? Lo scrittore e filosofo Stefano Zecchi ribalta i luoghi comuni: dall’errore di considerare l’intelligenza artificiale un nemico dell’uomo, alla necessità di una scuola che valorizzi ciò che i ragazzi sanno, anziché punire ciò che non sanno. E sulla cosiddetta “fuga dei cervelli” avverte: “Nessuna fuga, è solo voglia di futuro e di libertà. Abbattiamo le gabbie”.
L’intervista
Professore, vogliamo parlare di giovani, non come un “problema” da risolvere, ma come un traguardo da cui partire. Si dice spesso che questa sia una generazione fragile. Lei come vede i ragazzi di oggi rispetto a quelli della sua giovinezza?
“Partiamo da un presupposto: i giovani hanno sempre avuto i loro problemi, in ogni epoca. La differenza sta negli strumenti. Quello che i ragazzi hanno a disposizione oggi, rispetto ai miei tempi, è qualcosa di straordinario. Il punto non è demonizzare il presente, ma educare. Serve un’educazione che consenta loro di capire cosa hanno tra le mani. Il rapporto con la tecnologia è decisivo, ma diventa virtuoso solo se capiamo qual è la nostra tradizione umanistica e impariamo a coniugarla con le grandi scoperte tecnologiche”.
A proposito di tecnologia, oggi si fa un gran parlare di Intelligenza Artificiale, spesso con toni quasi apocalittici, come se dovesse sostituirci. È davvero così?
“Sbagliamo alla radice. Sbagliamo a chiamare l’intelligenza artificiale contrapponendola a quella umana, è un errore gravissimo. Non parliamo di entità rivali, ma di agenzie di servizio che ci portano comunicazione, dati, documenti. La vera sfida per i giovani oggi è un’altra: superare un materialismo che per certi aspetti è devastante. Dobbiamo aiutarli a recuperare la dimensione simbolica delle cose e a trasmettere questa simbolicità agli altri. È lì che risiede il senso decisivo della vita ed è da lì che passa il rispetto per il prossimo”.
Lei tocca un punto centrale: le relazioni. Come si supera questo senso di solitudine imperante per recuperare la bellezza del rapporto umano, partendo dalla prima agenzia di socializzazione che è la famiglia?
“La famiglia deve tornare a essere un luogo di formazione, ma attenzione: non attraverso le prediche, bensì attraverso l’esempio. E poi c’è l’altro pilastro, la scuola, che oggi purtroppo ha una struttura formativa distorta. Con tutto il rispetto per i tanti bravi insegnanti, oggi abbiamo una scuola fatta a misura di docente e non di studente. È una scuola troppo lunga, dove si cerca ossessivamente di capire quello che i ragazzi non sanno, invece di cogliere e valorizzare quello che sanno. Famiglia e scuola restano le due istituzioni cruciali, le uniche che possono trasmettere a un giovane il senso della vita stessa”.
Si parla tanto di “fuga dei giovani”. Ma i ragazzi oggi sono in fuga da questa società, o siamo noi adulti che non siamo più capaci di trattenerli e di essere attrattivi?
“I giovani oggi hanno semplicemente voglia di girare il mondo! Ed è bellissimo, perché oggi lo si può fare con rapidità e con costi contenuti. Più che di una fuga, parlerei di un desiderio di evasione, nel senso nobile del termine: la ricerca di altri mondi, di altre esperienze. Non vedo perché un giovane debba essere trattenuto. Se un ragazzo trova qui da noi ciò che lo soddisfa e lo appassiona, resta. Così come il nostro Paese dovrebbe essere capace di attrarre ragazzi dall’estero. Io vorrei un mondo aperto, libero, dove la fantasia e la creatività di ogni ragazzo possano esprimersi come meglio credono. Senza gabbie”.

