Gandolfini: “La dignità non è una patente a punti, la risposta al dolore è la vera cura”

Il prof. Massimo Gandolfini analizza le parole di Leone XIV contro la "falsa compassione": tra i limiti dell'algoritmo in medicina e il valore delle cure palliative per tutelare ogni fase dell'esistenza

A sinistra, L'omaggio di un malato a Papa Leone all'Accueil di Lourdes. Foto Vatican Media. A destra il prof. Massimo Gandolfini. Foto per gentile concessione

Un messaggio di profonda vicinanza e una ferma difesa della dignità umana: nell’incontro all’Accueil Notre-Dame con una rappresentanza di malati e operatori giunti al Santuario francese per lo storico pellegrinaggio, Leone XIV ha ribadito che la sofferenza non cancella il valore dell’esistenza, richiamando la medicina alla sua missione originaria di cura e sollievo e lanciando un monito netto contro la cultura dello scarto: la dignità di ogni persona “non si misura e non si discute”, e la tentazione di togliere la vita sotto il pretesto di una falsa compassione va fermamente respinta. Il Prof. Massimo Gandolfini, neurochirurgo e psichiatra, affronta i nodi cruciali del dibattito etico contemporaneo, spaziando dalla difesa della vita nelle fasi di maggiore fragilità fino all’impatto delle nuove tecnologie in ambito medico. Ribadisce inoltre la natura assoluta della dignità umana, che non può mai essere misurata in base all’efficienza o alla salute fisica e mentale.

L’intervista

Professore, partiamo da una metafora molto efficace e a lei molto cara: la dignità umana non è una “patente a punti”. Cosa intende esattamente e quale conferma è arrivata dalle parole del Papa?

“La dignità umana non si misura in base alle funzioni o alle capacità che un soggetto è in grado di svolgere. Non diminuisce quando vengono meno certe facoltà. La semplice esistenza in vita attribuisce un valore di dignità che è sempre assoluto e totale, dal primo istante dell’embrione fino all’ultimo momento dell’anziano. È stato bellissimo che Leone XIV lo abbia ribadito con tanta forza. La medicina non deve fare discriminazioni basate sulla salute o sulla perfezione fisica e mentale, nasce per prevenire e curare la malattia, e per alleviare il dolore di chiunque”.

Il Santo Padre ha messo in guardia dalla tentazione di togliere la vita sotto il pretesto di una “falsa compassione”, ricordando che ciò che è legale non è necessariamente morale. Dal punto di vista della deontologia clinica, qual è il confine tra alleviare il dolore ed eliminare il sofferente?

“Il Papa è stato chiarissimo con parole che ho stampato nella memoria: la tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta. Lo statuto ontologico della medicina è quello di curare la malattia, prevenirla, eliminare la sofferenza e difendere la vita. Se la medicina si trasforma in uno strumento per somministrare la morte, viene tradita la sua stessa ragione d’essere. Sarebbe come se gli addetti agli acquedotti si mettessero ad avvelenare l’acqua potabile: un’azione che va contro il valore sociale e la natura stessa della professione. Il medico non può mai considerare la soppressione del paziente tra le opzioni terapeutiche”.

Il discorso del Papa è stato pronunciato in Francia, un contesto geopolitico e legislativo molto particolare in questo momento.

“Esatto, e questo rende il messaggio ancora più forte. Il Papa ha parlato pubblicamente in Francia, richiamando l’umanità ai suoi valori fondanti di fronte a una dominante cultura dello scarto. Se viene negato il diritto primario alla vita, crollano come un domino tutti gli altri diritti fondamentali: la libertà, l’istruzione, il lavoro. Senza la tutela della vita, ogni altro diritto perde di fondamento”.

Spostandoci sul tema della tecnologia, l’Intelligenza Artificiale rischia di trasformare la medicina in un processo puramente algoritmico, applicato persino a scelte etiche su embrioni ed anziani. Quanto è concreto questo rischio?

“Il rischio è concreto e rappresenta un danno potenziale gravissimo: l’affidamento di questioni etiche ed esistenziali all’IA può portare allo stravolgimento dell’umano. L’Intelligenza Artificiale funziona sulla base di algoritmi con cui viene addestrata. Come si chiede il Papa, la vera questione è: chi controlla l’eticità degli algoritmi? Ai giovani e nei convegni ripeto sempre che l’IA non è la verità rivelata, ma riflette l’impostazione di chi l’ha programmata. Inoltre, in ambito medico l’IA sbaglia: io stesso l’ho testata su quesiti tecnici ottenendo risposte errate. Uso uno slogan per farmi capire: l’IA non sa quello che dice, dice quello che sa. Non ha una comprensione reale. Dobbiamo liberarci dall’idea che sia una verità indiscutibile e ricordarci che deve rimanere soltanto uno strumento guidato dall’uomo per tutelare la persona”.

Qual è oggi la vera sfida culturale e sanitaria per superare la logica dello scarto e promuovere una vera cultura della cura, anche attraverso le cure palliative?

“La risposta alla sofferenza non può mai essere l’eliminazione del sofferente. Tra due estremi riprovevoli — da un lato eutanasia e suicidio assistito, dall’altro l’accanimento terapeutico — esiste la terza via: la medicina palliativa. Come insegnava Cicely Saunders, ‘di fronte al dolore totale ci vuole una cura totale’. Le cure palliative si prendono cura della persona nella sua interezza — corporea, affettiva, familiare e spirituale — sostenendo anche i familiari e i caregiver. Il grado di civiltà di un popolo non si misura dalla facilità con cui elimina chi si trova nella disperazione, ma dalla capacità di farsi carico della sofferenza e accompagnare la persona verso la morte naturale. Per questo sono fermamente contrario a qualsiasi legge sull’eutanasia o sul suicidio assistito: quando si apre una crepa nella diga della tutela della vita, è solo questione di tempo prima che l’intera struttura crolli, innescando una deriva disumana come dimostrano le esperienze di altri Paesi”.

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