Un catalogo naturale di storia, cultura e biodiversità e insieme testimonianza di resilienza ecologica. Gli alberi monumentali rappresentano questo e il recente ingresso di 95 nuovi esemplari nell’elenco italiano curato dal Ministero dell’agricoltura (Masaf), avvicinando il censimento a quota cinquemila, non è solo un’occasione per celebrare ma che “un richiamo urgente a una gestione consapevole e sistematica di questi alberi, anche alla luce delle sfide poste dal cambiamento climatico”, commenta a Interris.it il professor Francesco Ferrini, docente di arboricoltura all’Università di Firenze. Senza dimenticare le nuove messe a dimora, sempre per lo stesso obiettivo. “Pianificare oggi il verde urbano del 2050 o del 2070, gli alberi sono l’unico sistema che permette di mitigare gli effetti del cambiamento climatico e di adattarsi”, aggiunge l’esperto.
L’intervista
Il patrimonio italiano degli alberi monumentali si arricchisce di 95 nuovi esemplari. Perché vengono censiti?
“Non sono solo numeri, queste piante rappresentano un catalogo vivente che racchiude in sé storia, cultura e biodiversità, e sono testimoni di resilienza ecologica. Un esemplare con secoli di vita alle spalle ha visto tantissimi eventi, nascite, morti, guerre. Tra questi e la popolazione circostante si può instaurare un legame affettivo molto forte, basato sulla biofilia – l’innata tendenza a rapportarci con forme di vita naturali. Questa non è solo un’occasione per celebrare, ma pure un richiamo urgente a una gestione consapevole e sistematica di questi alberi anche alla luce delle sfide poste dal cambiamento climatico”.
Nell’elenco figurano un doppio filare di robinie e un abete bianco che sale per 53 metri, l’albero autoctono più alto d’Italia. Con quali criteri vengono definiti?
“Il Ministero tutela anche sistemi i omogenei di alberi, come filari e piccoli boschetti, che si contraddistinguono non solo per il valore estetico, come l’età, la dimensione, la morfologia, ma anche per la rarità della specie, o perché è l’habitat di qualche animale, magri perché connota il paesaggio o ancora ha un’importanza storica o sociale. Per fare un esempio, in un albero sono state ritrovate le pallottole esplose nell’esecuzione di un gruppo di italiani durante la Seconda guerra mondiale”.
Questi alberi nel corso della loro vita hanno visto il contesto circostante cambiare molte volte. Che impatto ha questo su di loro?
“Quello con il contesto è un rapporto a volte difficile e che vede spesso l’albero perdente, ma con una buona progettazione e gestione si potrebbe evitare. Gli alberi vetusti sono stati messi a dimora in tempi diversi da quelli attuali e non è solo cambiato il macroclima, ma con l’urbanizzazione e l’edilizia è mutato anche il microclima intorno alle piante. Questo può minare la vita di quelle che stanno terminando il loro ciclo vitale. Qualora non ci sia un carattere di monumentalità, gli esemplari arrivati alla fine andrebbero sostituiti perché causano più problemi invece che produrre servizi ecologici. L’amministrazione pubblica può dover fare delle scelte anche dolorose per motivi legati alla sicurezza, come il rischio di caduta o la presenza di patologie conclamate”.
Cosa li minaccia?
“Il cambiamento climatico li spinge sempre più avanti verso la spirale della mortalità perché con l’aumento delle temperature subiscono un notevole stress, a cui si aggiungono la diversa distribuzione delle piogge, con temporali improvvisi e violenti che su piante già indebolite hanno un effetto maggiore rispetto a quelle che si sono adattate a questo clima. Per fare un altro esempio, quando c’è una tempesta sentiamo di alberi caduti a Milano o Bologna, dove il vento è una condizione più recente, mentre a Trieste, dove sono cresciuti con la bora la loro crescita è stata adattativa”.
Come dev’essere fatta la gestione del verde urbano?
“Occorre pianificare oggi il verde al 2050 o al 2070, la diversità di specie arboree è un elemento chiave della resilienza urbana. Ci vuole un approccio olistico che valorizzi la biodiversità e la compatibilità ecologica, anche se non è facile e lo vediamo con i numerosi fallimenti nel garantire la sopravvivenza dei nuovi impianti – non gli si assicura acqua sufficiente o si piantano periodo sbagliato. Ma non c’è tempo da perdere”.
Perché alberi sono così importanti?
“Perché sono l’unico sistema che permette mitigare gli effetti cambiamento climatico e politiche di adattamento. Regolano l’inquinamento atmosferico, la regimentazione delle acque meteoriche mantenimento, favoriscono la non impermeabilizzazione suolo e lo stoccaggio di risorsa idrica. Ma dobbiamo vedere quali specie sono in crisi o manifestano problematiche e sostituirle con quelle che la scienza ci dice hanno maggior resilienza”.

