“Family estrangement”: quando la società non protegge le sue cellule costitutive

La società contemporanea, improntata alla competizione, trova terreno fertile nell’instillare divisione fra i componenti della famiglia, spingendoli a primeggiare fra loro, a non comprendersi e a cessare il dialogo costruttivo

Foto di Jens Lelie su Unsplash

La locuzione “Family estrangement” (o “allontanamento familiare”), diffusa nel mondo contemporaneo, si riferisce alle separazioni e agli abbandoni che avvengono, ovunque, nell’ambito familiare. In Italia non è presente, al momento, un’espressione che descriva, in modo immediato e specifico, tale fattispecie. Si utilizzano delle parafrasi o altri termini che, comunque, rendono chiaro il concetto.

Il fenomeno è poco conosciuto sebbene reale e diffuso: si litiga con un genitore o un fratello e si abbandona definitivamente la famiglia, rifiutando i contatti. Ciò che contraddistingue il problema è il carattere, spesso perentorio e definitivo, della scelta; non limitato, quindi, a un semplice bisticcio da sanare in tempi brevi. Può estendersi anche a elementi esterni alla famiglia ma legati da legami di parentela (cugini, nonni, zii, cognati, patrigno, matrigna).

La vergogna che, spesso, accompagna queste spiacevoli situazioni, tende a non manifestare o raccontare la problematica all’esterno. Questo approccio sottotraccia non aiuta a sviscerare la questione né a risolverla. Non affrontare in modo diretto le problematiche, nascondendo la polvere sotto il tappeto, è un elemento che le favorisce anziché evitarle. Nel migliore dei casi, l’allontanamento può avere carattere temporaneo, da considerare come una pausa di riflessione che, al termine, favorisce un incontro chiarificatore e pacificatore.

Le relazioni familiari coinvolgono i ruoli tra genitori, tra figli ed entrambi. Si tratta di dinamiche molto articolate, in cui trovare il punto di equilibrio è complesso e mai assoluto né definitivo. Le lacerazioni tra i genitori, la loro incapacità nel gestire tali conflitti, costituiscono un pessimo esempio per i figli, che osservano e considerano legittimi gli strappi relazionali pur di avere ragione, anziché affrontare l’ipotesi del dialogo e del confronto sereno di pensieri, emozioni, bisogni.

La competizione è uno degli elementi che genera attrito fra i componenti della famiglia, accomunato da invidia e gelosia. Le scaramucce tra fratelli (e sorelle) sono quasi inevitabili, sin dai primi anni di età. È necessario evitare che i rancori possano sussistere e crescere sino a raggiungere epiloghi spiacevoli. L’autostima di un bambino è sovente posta a repentaglio, parametrata nel confronto con un fratello o una sorella. È compito dei genitori non creare discriminazioni e smussare quelle eventualmente accennate, fino a renderle infondate, con la consapevolezza dei protagonisti.

Una fase particolarmente delicata è quella adolescenziale, in cui il bambino/ragazzo avvia un processo di crescita verso l’emancipazione; il conflitto, generazionale, va gestito, spiegato e ridotto, non ignorato e lasciato vivo sotto la cenere pronto a incendiare gli animi. Il genitore deve mantenere fede al ruolo che ricopre, in un continuum di ascolto, empatia, sana negoziazione, empatia, senza precipitare tra le polarità. Gli estremi, infatti, oscillano da una posizione autoritaria, inefficace, che lascia rancori e questioni irrisolte e una, sempre accomodante, di genitore/fratello/amico per avocarsi le simpatie del pargolo, con conseguenze nefaste per entrambi. L’ipotesi di trovare delle famiglie “sostitutive” può condurre all’abbandono e alla chiusura dei rapporti con il precedente ambito, considerato come traditore.

Il 19 settembre scorso, Leone XIV ha ricordato “Possiamo intendere la famiglia come un dono e un compito. È fondamentale promuovere la corresponsabilità e il protagonismo delle famiglie nella vita sociale, politica e culturale, promuovendo il loro prezioso contributo nella comunità. In ogni figlio, in ogni sposa o sposo, Dio ci affida a suo Figlio, a sua Madre, come fece con San Giuseppe, per essere, insieme a loro, base, lievito e testimonianza dell’amore di Dio in mezzo agli uomini […] Affido tutti voi all’intercessione della Santa Famiglia di Nazaret, modello perfetto che Dio offre come risposta al grido disperato di aiuto delle famiglie. Imitandola, le nostre case saranno lampade accese della luce di Dio”.

Adriano Bordignon è l’autore del volume “Rivoluzione famiglia” (sottotitolo “Un ecosistema per il futuro”), pubblicato da “Edizioni Francescane Italiane” lo scorso 27 giugno. Parte dell’estratto recita “La famiglia è per antonomasia il luogo della cura, della generatività, dell’amore: ma di quali elementi ha bisogno per essere sé stessa e costituire una risorsa per il Paese e per le comunità territoriali? Attraverso le metafore del suolo, dell’acqua, della luce, del clima, dell’aria, dei nutrienti, dell’ambiente, l’autore delinea la famiglia come generatrice di capitale relazionale”.

Fra i numerosi dati contenuti nel Rapporto annuale 2025 dell’Istat, del 21 maggio scorso e visibile al link https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/05/Rapporto-Annuale-2025-integrale.pdf, si legge “Nel 2023-2024 si contano poco meno di 16,4 milioni di nuclei familiari (formati da persone legate da una relazione di coppia o di tipo genitore-figlio celibe/nubile): poco meno della metà sono coppie con figli (47,9 per cento), mentre le coppie senza figli costituiscono il 33,7 per cento e i nuclei costituiti da genitori soli il 18,4 per cento. […] Negli ultimi dieci anni si osserva una riduzione progressiva delle coppie con figli (erano il 53,7 per cento dei nuclei nel 2014) e una crescita degli altri nuclei: coppie senza figli e genitori soli (erano rispettivamente il 31,5 per cento e il 14,9 per cento). […] Parallelamente, cresce la permanenza con i genitori dei figli con 25 anni o più (dal 21,3 per cento al 23,1 per cento)”.

Il 21 ottobre scorso, l’Istat ha precisato “Continua la diminuzione delle nascite: nel 2024 sono state 369.944, in calo del 2,6% sull’anno precedente (una contrazione di quasi 10mila unità)”. L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, l’11 giugno scorso ha pubblicato, al link https://www.garanteinfanzia.org/maltrattamenti-aumentati-58#:~:text=La%20forma%20di%20maltrattamento%20pi%C3%B9,’abuso%20sessuale%20(2%25) quanto segue “La forma di maltrattamento più frequente è il Neglect (trascuratezza) subito dal 37% dei minori, seguita dalla violenza assistita, al 34%. Violenza psicologica e maltrattamento fisico, invece, incidono rispettivamente per il 12% e l’11%. Meno diffuse risultano la patologia delle cure (4%) e l’abuso sessuale (2%). […] Un dato balza all’occhio: nell’87% dei casi il maltrattante appartiene alla cerchia famigliare ristretta”.

Alla base c’è una triste connotazione sociale, quella del rifiuto, sia da parte di chi emargina sia da parte di chi subisce. Essere considerati, a torto o a ragione, un rifiuto, rappresenta una delle esperienze più deleterie per l’essere umano. L’estrangement si declina come alternativa dall’essere scartati dal proprio sangue. La “soluzione” presunta, dinanzi a problematiche di relazione, è di arrendersi e andar via senza, invece, provare a gestire il conflitto, promuovendo le skills personali. Anche nella famiglia c’è il diverso, l’alter; primo banco di prova, dunque, per sperimentare un’ottica di integrazione di molteplici esperienze ed esigenze umane.

Alcuni considerano tale estraniamento, fisico ed emozionale, come una necessità per garantire la libertà personale e l’indipendenza dei soggetti coinvolti. Lo propongono come via d’uscita ai problemi esistenziali e unica soluzione per il benessere e la felicità a tutti i costi.

Probabilmente, tranne casi particolari (di violenza, abbandono da parte dei genitori, ecc), la lontananza è solo un’illusione di emancipazione, poiché rinchiude l’affetto, isola le persone, offre pessimi esempi ai bambini. Troncare per sempre, lascia un vuoto: sembra salvare le persone ma, in realtà, le imprigiona nell’egoismo. Lungi dal giudicare e da ogni tentazione retorica, l’allontanamento, pur non rappresentando una bollatura sociale per chi lo subisce o lo determina, costituisce, seppur si voglia giustificare, una sconfitta.

La conseguenza logica e reale di tale prospettiva, salvo miracolose inversioni di rotta, appare evidente. La tragicità degli effetti non deve essere sottovalutata in un diabolico e illusorio tiepidismo, va descritta per quello che è. Una società che annienta quella che era la sua prima cellula, è proiettata al fallimento; involvendosi, tende a fagocitare se stessa.

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