Vorrei portare il mio contributo alla riflessione di oggi, concentrando il mio sguardo su uno dei luoghi in cui si decide il futuro dei bambini: la scuola che è il luogo della creazione del futuro per le bambine e i bambini, a tutte le latitudini. E la scuola rappresenta, in un villaggio o in una megalopoli, l’ambiente fondamentale per la crescita umana e spirituale dei più piccoli.
Diceva Malala, la ragazza pachistana ferita dai talebani perché voleva garantire l’istruzione alle sue coetanee, e poi Premio Nobel per la pace: “Un bambino, una penna e un libro possono fare la differenza e cambiare il mondo”.
Lasciatemi dire che sono 57 anni che Sant’Egidio si impegna a far andare i bambini a scuola, con le centinaia di Scuole della pace aperte ovunque nel mondo, sostenute volontariamente dai suoi aderenti. Sono Scuole della pace, assolutamente gratuite, che offrono aiuto nell’inserimento scolastico, sostegno e doposcuola, ma sono anche veramente scuole di pace in tante situazioni di conflitto e perfino di guerra con la loro educazione all’amicizia e al vivere insieme.
Oggi possiamo dire che l’umanità non ha mai visto così tanti bambini e ragazzi accedere all’educazione. Questa è una grandissima conquista che va sottolineata. Sono stati compiuti progressi significativi: l’87% dei bambini frequenta la scuola primaria e 4 su 5 la completano. Nel 2050 circa il 96% dei bambini nel mondo riceverà almeno un’istruzione primaria: impareranno a leggere, a scrivere, a riflettere e contribuiranno allo sviluppo del loro paese.
Ci sono, però, ancora molti bambini esclusi dall’istruzione. In Afghanistan, dal compimento dei 12 anni, alle ragazze l’istruzione è vietata. Ma in generale è la povertà, insieme a instabilità politica, conflitti e disastri naturali, a tagliare fuori dalla scuola gli studenti.
Tuttavia, non va nascosto che nel mondo oltre 600 milioni di bambini e adolescenti non sono in grado di raggiungere livelli minimi di competenza in lettura e matematica. Mancano almeno 70 milioni di insegnanti, di cui 15 milioni solo nell’Africa subsahariana. I cambiamenti climatici, con alluvioni e temperature estreme, lasciano milioni di bambini senza scuola. Nel 2024, l’istruzione di 242 milioni di scolari è stata interrotta dalle crisi climatiche che hanno flagellato diversi paesi. Ma sono le diseguaglianze economiche a influenzare fortemente la qualità e il completamento dell’istruzione primaria.
In tutto il mondo si assiste a uno sviluppo considerevole dell’istruzione privata divenuta uno dei settori economici più redditizi. Così, mentre le scuole migliori sono riservate agli scolari più ricchi, la scuola pubblica viene definanziata. Negli USA, ad esempio, molti Stati consentono ai genitori di ricevere direttamente i finanziamenti destinati alla scuola pubblica per ciascuno studente. Possono così pagare, a seconda della scelta fatta, la quota della scuola pubblica, di quella privata o l’home schooling con l’utilizzo di maestri privati a casa. Anche nei paesi del Sud del mondo si assiste a una riduzione dei finanziamenti a causa della chiusura di molti programmi di cooperazione internazionale sull’istruzione. Secondo l’UNICEF, se verranno mantenuti i tagli previsti ai finanziamenti per l’istruzione, entro la fine del 2026 circa 6 milioni di bambini in più potrebbero non frequentare la scuola: l’equivalente di svuotare tutte le scuole primarie della Germania e dell’Italia messe insieme. Papa Francesco ha affermato: “La diminuzione delle risorse per la scuola e per la cultura impoverisce la pace e apre la via ai conflitti” .
Scuole e guerra
Infatti, c’è un forte legame tra la mancanza di scuola e la guerra. Prima di tutto perché nei paesi in guerra, milioni di bambini sono privati della scuola. Ad esempio, in Sudan 16,5 milioni di studenti (3 su 4) non possono più frequentare le aule. In Siria, la guerra civile ha lasciato senza scuola 2,4 milioni di bambini. In Yemen sono 3,7 milioni. In Ucraina, dal 2022, più di 1.700 scuole sono state danneggiate o distrutte. Dalla pandemia che ha costretto tutti i bambini ucraini alle lezioni online, in molte parti del paese le lezioni sono proseguite in questa stessa modalità a causa del conflitto. Si stima che l’83% dei bambini ucraini presenti ritardi nelle acquisizioni di base. A Gaza, le scuole sono chiuse dall’ottobre 2023 e oltre il 95% delle scuole risultano distrutte o danneggiate. Quasi tutta la popolazione in età scolare non può istruirsi.
Oggi, purtroppo, le scuole sono divenute un obiettivo di guerra. In 20 anni, le Nazioni Unite hanno verificato oltre 14.000 attacchi contro gli istituti scolastici nelle zone di conflitto. Si tratta di quasi 2 attacchi al giorno per due decenni. E sono aumentati del 44% lo scorso anno.
“Quando i bambini non vanno a scuola – è l’UNICEF ad affermarlo – l’intera comunità è più esposta al ciclo della povertà, della radicalizzazione e della violenza. L’educazione è una barriera contro la guerra”. Poca scuola apre le porte ai conflitti: dove non si educa alla parola, al dialogo e alla convivenza, cresce la violenza. Ha scritto Mohamed Talbi: “Quando si rompono le penne, rimangono i coltelli”. Secondo l’UNESCO “società con bassi tassi di alfabetizzazione e forti diseguaglianze educative presentano una probabilità più alta di guerra civile” . E ogni anno aggiuntivo di istruzione riduce la probabilità di conflitto del 20% .
L’analfabetismo alimenta la manipolazione dei più giovani e il loro reclutamento nei gruppi armati. In Africa, in zone in cui il conflitto diviene “eterno” – Kivu, Sudan, nord del Mozambico, l’arruolamento nei gruppi armati è un lavoro remunerativo per i più giovani. In America Latina ragazzi poco scolarizzati sono affiliate dalle maras le bande giovanili violente delle città centroamericane. Ma anche in Occidente le cronache dei giornali sono piene di storie di ragazzi che hanno potuto studiare poco, protagonisti spesso di episodi di violenza.
La tempesta del Covid
Stiamo entrando in un’epoca di crisi planetarie con immediate conseguenze in campo educativo. Le scuole in Europa dovranno inevitabilmente reagire alla flessione dei tassi di natalità, mitigata soltanto dall’arrivo degli immigrati. La mobilità umana in un mondo globalizzato è ormai una costante e l’immigrazione sarà uno dei temi con cui dovrà fare i conti la scuola, che continuerà a svolgere un ruolo chiave nell’integrazione e nell’accoglienza dei nuovi arrivati.
Tuttavia, va sottolineato un altro elemento. La pandemia di COVID-19 ha sconvolto e paralizzato i sistemi scolastici di tutto il mondo. Nella fase più virulenta nel 2020, oltre un miliardo e 600 milioni di giovani sono dovuti rimanere a casa. Si è constatato con chiarezza che la maggior parte degli studenti ha bisogno dell’ambiente della classe per apprendere in modo efficace e coltivare quelle abilità sociali che la scuola promuove. La salute mentale dei più fragili ne ha risentito e si è registrata un’impennata di casi di conclamato disagio psichico. Va sottolineato inoltre che il degrado maggiore negli apprendimenti ha toccato soprattutto gli studenti delle famiglie più povere, meno preparate e meno aggiornate in campo tecnologico. Ennesima espressione di un problema antico, quello di un accesso differenziato alle opportunità di studio. Il fenomeno dell’abbandono scolastico e della dispersione ha toccato punte mai raggiunte. La pandemia, però, ha mostrato anche che non ci si salva da soli.
La sfida di un mondo unito
I problemi dell’umanità infatti sono globali, come ormai le comunicazioni e l’economia. I bambini di oggi saranno sempre più in contatto con uomini e donne di altri continenti. Già oggi questo è vissuto con naturalezza. È un’unificazione però ancora incompleta. Mentre le sfide di oggi chiedono di essere affrontate insieme: una crisi ecologica drammaticamente reale, una crescente concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, insieme a povertà estreme. Ma non sono le risorse a mancare: c’è cibo in abbondanza mentre milioni di esseri umani non hanno abbastanza da mangiare. Peggio di tutto, le guerre stanno crescendo: le spese militari aumentano con quantità colossali di risorse per costruire armi, generando immenso dolore per milioni di persone. Mentre si riducono gli investimenti sull’unica cosa che genererebbe futuro: la scuola. E seppure se ne parla poco, la follia della catastrofe nucleare è incombente, oggi molto più di ieri. Stiamo costruendo nuove armi anche in questa nostra Europa, che un tempo era il continente della pace. Invece di cercare modi per lavorare insieme e rendere migliore il mondo investendo sull’istruzione, consumiamo le nostre energie per divenire più forti e potenti. Usiamo l’intelligenza artificiale per uccidere e distruggere, mentre potrebbe aiutare a curare le malattie, a condividere i saperi e a vivere meglio.
La maggior parte delle persone di questa Terra, divenuta ormai sempre più piccola, oggi stenta a riconoscersi come un’unica famiglia umana. Ma di questo si tratta: un’unica famiglia umana in cui preservare e avere a cuore il futuro dei più piccoli, usando il migliore strumento che, in millenni di storia, l’umanità ha saputo forgiare: la scuola.
Si legge nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, all’art. 26 che “L’istruzione deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le nazioni.” La scuola può fare la differenza: poche cose sarebbero così efficaci nel diminuire la voglia di fare guerra quanto il far studiare in tutto il mondo i bambini, insegnando loro che tutti i popoli sono buoni – come diceva il grande patriarca Athenagoras – aiutandoli a riconoscere che tutti hanno uguale dignità, ritrovandosi come un’unica comunità, ricca di differenze ma unita da un destino comune. L’istruzione dei bambini è uno dei migliori investimenti per il futuro. I paesi ottengono risultati migliori quando i loro bambini sono istruiti e in buona salute. “L’istruzione – diceva Nelson Mandela – è l’arma più potente per cambiare il mondo.” Facciamo crescere i bambini a scuola: saranno capaci di costruire un mondo migliore; un mondo in cui si coopera, si apprezzano le differenti culture e si impara a vivere insieme. Facciamo crescere i bambini a scuola: sono nelle aule le radici di un mondo nuovo e di un futuro condiviso.
L’intervento di Adriana Gulotta, Coordinatrice delle scuole di pace Comunità Sant’Egidio, è stato pubblicato sul sito dell’incontro internazionale “Osare la pace”

