L’“expectation gap” (divario di aspettativa) è la definizione, attuale e diffusa, riguardante la distanza fra le previsioni e i risultati reali che, non raggiungibili in maniera assoluta e duratura, sono causa di insoddisfazione, disistima, ansia e depressione. Nasce da una valutazione, spesso distorta, della propria condizione materiale e mentale che spinge a pretendere sempre più, per incontentabilità e ambizione personale.
Il contrasto tra il desiderio e la realtà appare inevitabile, soprattutto se non si è in grado di cogliere, con equilibrio, lo scarto fra le due dimensioni. La tentazione è di riuscire a controllare eventi, persone e di uniformare la realtà secondo il proprio punto di vista; nel momento in cui non vi si riesce e non si prende consapevolezza dell’impossibilità, la delusione è enorme. La mente tende a selezionare gli stimoli più graditi e attesi, relegando minor attenzione e risoluzione a quelli neutri e, soprattutto, a quelli imprevisti.
Il fenomeno ha pesanti ripercussioni, sin dall’infanzia; può riguardare i rapporti tra genitori e figli nonché quelli tra studenti e insegnanti, i legami con i pari, le relazioni sentimentali, le dinamiche lavorative, le aspettative tra cittadino e istituzioni, tra consumatori e aziende.
Nel complesso rapporto genitori/figli, le attese dei primi possono cominciare da subito, quando si pretende che il pargolo cresca alla perfezione e che sviluppi capacità superiori a quelle previste, dagli studi e dall’esperienza, per l’età di riferimento. La competitività, il successo e la realizzazione sociale, alimentano la stretta dei genitori. Tale condizionamento, risulta eccessivo, volto alla costruzione di piccoli automi, da realizzarsi secondo le esorbitanti aspettative del padre e della madre. Il bambino non impara, così, a costruire, gradualmente, le proprie capacità ma insegue, in fretta, quelle imposte; non sa, inoltre, come gestire l’eventuale impossibilità di raggiungerle.
Un altro contesto fondamentale, in cui può verificarsi una distanza eccessiva fra speranze e realtà, è quello scolastico: un rapporto reciproco in cui le parti devono interagire e dialogare il più possibile, nel rispetto dei ruoli. Lo studente nutre delle attese nei confronti dell’istituzione scolastica e delle offerte didattiche (proporzionate per età e ordine), per puntare a dei risultati. Qualora questi non dovessero essere raggiunti, è importante non sfiduciarsi del tutto e saper riprovare. La fattispecie è reciproca e collegata: le stesse delusioni, nei confronti dell’istituzione e degli esiti, le può nutrire l’insegnante.
È possibile, quindi, immaginare il peso del divario delle aspettative in ambito sentimentale che, spesso, conduce a gravi conseguenze. Allo stesso modo, si configurano quelle di carattere lavorativo, in cui emergono contrasti fra la propria percezione e quella dell’azienda o dei colleghi.
L’invidia e il mito di raggiungere e superare l’altro sono gli ingredienti di tale squilibrio esistenziale. Chi ne soffre è attanagliato dalla paura di doversi accontentare, di ripiegare, di fallire. Non è in grado di discernere la corretta misura del benessere spirituale e materiale che lo circonda, in un’ottica, sana e graduale, di crescita personale e, di riflesso, collettiva.
I social, in questo ambito, soffiano sul fuoco, idealizzando l’immagine e costringendo gli adepti a una corsa smodata, pur di raggiungere vetrine importanti, di raccogliere e, soprattutto, mantenere, consenso, nell’ottica di superare l’altro. Nel web, in linea con il verbo della competitività onnipresente, occorre mostrarsi sempre al top e felici. La felicità, infatti, sembra essere l’unico parametro di una società distratta, seducente e, spesso, spietata con le sue vittime.
Il 7 novembre 2012, Benedetto XVI affermava: “Non tutte le soddisfazioni producono in noi lo stesso effetto: alcune lasciano una traccia positiva, sono capaci di pacificare l’animo, ci rendono più attivi e generosi. Altre invece, dopo la luce iniziale, sembrano deludere le attese che avevano suscitato e talora lasciano dietro di sé amarezza, insoddisfazione o un senso di vuoto. Educare sin dalla tenera età ad assaporare le gioie vere, in tutti gli ambiti dell’esistenza – la famiglia, l’amicizia, la solidarietà con chi soffre, la rinuncia al proprio io per servire l’altro, l’amore per la conoscenza, per l’arte, per le bellezze della natura –, tutto ciò significa esercitare il gusto interiore e produrre anticorpi efficaci contro la banalizzazione e l’appiattimento oggi diffusi”.
La psicologa e psicoterapeuta Lucrezia Maria Marino è l’autrice del volume “Mai abbastanza” (sottotitolo “Accettarsi, valorizzarsi, amarsi”), pubblicato da “Sperling & Kupfer” nel febbraio 2024. Parte dell’estratto recita: “La mancanza di autostima può avere radici profonde, che scavano nel passato, nel modo in cui siamo stati cresciuti e abbiamo imparato a rapportarci a noi stessi e agli altri, a conoscerci e a valutarci come individui. Scoprire quelle radici, ripercorrerle, accettare il nostro vissuto e ciò che siamo diventati è fondamentale per ritrovare il proprio valore e la fiducia in sé stessi, smettendo di mettersi sempre, costantemente in discussione, finendo solo per auto sabotarsi”.
In un rapporto (Salary Satisfaction Report 2025) realizzato dall’Osservatorio JobPricing in collaborazione con InfoJobs, dal 16 aprile scorso, si leggono i dati dell’(in)soddisfazione degli italiani in ambito lavorativo/retributivo. Fra i dati, si legge: “L’indice medio di soddisfazione retributiva, (salary satisfaction), in Italia si attesta a 4,2 su 10. Solo il 4,1% dei lavoratori si dichiara molto soddisfatto del proprio pacchetto retributivo, mentre oltre il 60% esprime un giudizio negativo. Sebbene si registri una leggera crescita rispetto al 2022 (3,8) e al 2023 (4,0) […] Gli elementi che registrano i punteggi più bassi nella valutazione del sistema retributivo sono: Meritocrazia (3,4), Fiducia e comprensione (3,6), Performance e retribuzione (4,0) […] Due lavoratori su tre manifestano l’intenzione di cambiare nel 2025 […] Le donne si dichiarano sistematicamente più insoddisfatte degli uomini: 3,6 contro 4,5”.
Per quanto perfezionisti e attenti a considerare tutti gli imprevisti, un progetto (non essendo programmabile) può discostarsi dalla realtà. Il punto di partenza, per evitare il problema del gap, è quello di un’attenta riflessione personale che si fondi sulle proprie capacità e sensibilità e che punti a traguardi non impossibili, cercando di valutarsi anche secondo l’occhio e il pensiero altrui, dall’esterno. Ascoltare e comprendere la presenza dell’altro, come persona, e capirne le reazioni, aiuta a evitare il disagio.
Nell’interazione sociale è frequente una personale sottovalutazione della possibilità di essere compresi e apprezzati; la sfiducia, diffusa, di non piacere al prossimo condiziona lo scambio sociale e, in chiave protettiva, può indurre erroneamente a “semplificare”, riducendo i rapporti con l’alterità.
Se qualcosa non dovesse collimare, occorre saper trovare nuove soluzioni e accorgimenti per rimanere in scia alle attese; non si risponde rimanendo passivi nel fallimento esistenziale in cui ci si sente, né incolpando altri senza assumersi le proprie responsabilità. Sottrarsi all’expectation gap significa essere in grado di perseguire gli obiettivi pur nel riconoscimento dei propri limiti, confrontarsi in modo sano e non competitivo con il prossimo e saper accettare anche una valutazione critica.
L’aspettativa nasce con l’essenza del dubbio, di un’autoproiezione che delinea alcuni aspetti futuribili. La previsione si dispiega nelle sue prospettive: beneauguranti, di successo e realizzazione degli obiettivi o malauguranti, di presagi nefasti, di difficoltà da evitare e superare. Confondere una stima personale, frutto di valutazione prettamente soggettiva, con la certezza del verificarsi degli eventi, rappresenta un errore grave poiché genera delusioni e ripercussioni psicologiche, relazionali e materiali.
Una buona dose di equilibrio, anche nella gestione dei progetti e delle relazioni sociali, permette di impegnarsi affinché gli obiettivi siano raggiunti o raggiungibili e consente, al tempo stesso, di non precipitare la contingenza nel caso di mancato raggiungimento. Occorre anche una dose di elasticità nel saper accettare proiezioni dovute, non pienamente condivise ma necessarie per la formazione della personalità e per gli impegni reciproci.
La vanagloria costruisce castelli di sabbia, pronti a dissolversi e, in caso anche di parziale insuccesso, non dispone alla reazione. L’assenza di autostima frena la realizzazione dei piani e li relega a una condizione di pura elaborazione mentale, non sottoposta a verifica e possibile sperimentazione. La paura di sbagliare conduce, in questo, a una rinuncia preventiva, a non avere prospettive e a giacere in un tiepidismo infruttuoso, per sé e per la comunità.
La società del “fallimento tuo e del successo mio” è impietosa e può determinare scoramenti ingiustificati, sfiducia personale, incapacità di sano confronto e dialogo, sino a una chiusura con il mondo circostante e alla conseguente sofferenza in piena solitudine.
La paura di non conformarsi agli standard imposti da una società, può costituire, per il singolo, una chiara estromissione dal contesto collettivo, rafforzando l’ipotesi di non essere all’altezza, di non meritare l’inclusione sociale. Una società individualista e competitiva, come quella contemporanea, si nutre di vittime non in grado di adeguarsi e bolla, come scarto, chi ha maggiori difficoltà di partenza per essere considerato “normale” e “uguale”.

