La ricerca è il futuro. Il futuro di chi, grazie ai progressi medici, può affrontare una malattia e vivere più a lungo e in salute. E di chi ne fa la propria ragione di vita professionale. La mission che si è data l’organizzazione di volontariato Damiano per l’ematologia (Dpe) di Terni è di contribuire a questo futuro, promuovendo una borsa di studio nazionale rivolta ai laureati in scienze biomediche per condurre ricerche in campo ematologico, la branca della medicina che studia il sangue, e tre assegnate a neodiplomati che scelgono di studiare biotecnologie all’università, per sostenerne il percorso.
La borsa
“Insieme possiamo far progredire la ricerca più velocemente”, dice a Interris.it la fondatrice e presidente dell’associazione, la dottoressa Chiara Nenz. “Abbiamo fiducia nei giovani, il loro impegno va riconosciuto. E responsabilizzarli li aiuta a crescere”, aggiunge. Vincitrice dell’assegno quest’anno, finanziato insieme all’8 per mille della Chiesa valdese e all’Unione delle Chiese metodiste e valdesi, è la biologa Federica Autino, che la riceve oggi. Il suo progetto di studio riguarda il comportamento di un sottogruppo di cellule dei linfociti T, sottopopolazione dei linfociti, le cellule del sangue che rientrano tra i globuli bianchi, nella risposta immunitaria in pazienti affetti da mieloma multiplo, un tumore del sangue che rientra tra le malattie rare.

Dal dolore alla reciprocità
Le radici di una storia ormai trentennale affondano in una perdita che è diventata generativa. “L’associazione è nata da un’esperienza che ha cambiato le nostre vite. Mio figlio Damiano è venuto a mancare per un’anemia aplastica, malattia ematologica per cui all’epoca c’erano solo trattamenti sperimentali. Questo ci ha fatto capire l’importanza della ricerca medica”, racconta Nenz. “Abbiamo ricevuto tantissima solidarietà e supporto che ci hanno consentito di attraversare il dolore. Lo vogliamo restituire e anche per questo ci rivolgiamo ai giovani studenti ternani”.
Lo studio
Il progetto di Autino, che sta concludendo il dottorato di ricerca presso il Dipartimento di biotecnologie molecolari e scienze della salute all’Università di Torino, consiste nell’approfondire le attività chimiche fondamentali dei linfociti T, per comprendere come possano aggredire continuativamente e con efficacia i tumori. “Un sottogruppo di queste cellule sembra essere molto efficiente nell’aggredire e distruggere quelle neoplastiche, ma tende all’esaurimento funzionale”, illustra il coordinatore del Comitato scientifico dell’associazione dottor Moreno Cassetti, “la ricerca vuole individuare le cause microambientali di questo meccanismo e capire come riattivarle. Aspetto propedeutico a un possibile utilizzo sui pazienti, dopo aver verificato la possibilità di classificarli tra chi è capace di reagire e chi no”.

Goccia nell’oceano
Nella ricerca scientifica l’unione fa la forza e ognuno deve fare la propria parte. Nenz lo crede fortemente. “Quando c’è stata la pandemia di Coronavirus tutti si sono uniti e siamo arrivati ai vaccini. Anche noi vogliamo dare il nostro contributo, essere una goccia in quest’oceano”. E diventare, magari, un trampolino di lancio per i borsisti. “In molte occasioni sono riusciti a entrare nel mondo della ricerca universitaria o a pubblicare su riviste specializzate”, evidenzia la presidente.

Fiducia e responsabilità
E se la ricerca è il futuro di chi la sceglie come lavoro, lo sguardo sul domani è rivolto agli studenti ternani freschi di esami di maturità che si vogliono iscrivere a biotecnologie, con cinque borse di studio da 3mila euro cofinanziate da Fondazione Carit. “Abbiamo fiducia nei giovani, in questi anni abbiamo scoperto ragazzi meravigliosi”, conclude Nenz, “il loro impegno va sicuramente riconosciuto e i soldi investiti devono renderli responsabili. Responsabilizzarli aiuta a crescere”.

