“Drop out sportivo”: di cosa si tratta, motivazioni psicologiche e sociali

L’“abbandono” alla prima difficoltà, come stile di vita, comporta una tendenza alla rinuncia anziché la capacità di accettare i momenti bui e di impegnarsi per superarli

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Foto di Markus Spiske su Unsplash

Il “drop out sportivo” consiste nell’abbandono precoce dello sport, soprattutto da parte dei giovani, un fenomeno oggi in aumento nel mondo occidentale e che causa, proprio nella fascia di età in cui l’attività fisica è fondamentale, limiti alla crescita corporea, psicologica e sociale. La traduzione, in italiano, di “drop out” si riferisce al termine “ritirarsi”: l’azione di chi si estranea volontariamente dal sociale e rinuncia a completare un percorso (a esempio gli studi).

Le motivazioni alla base del problema sono varie: riguardano il poco tempo disponibile, l’impegno della scuola, le troppe attività extrascolastiche, la dispersione degli interessi, le difficoltà economiche e la minor voglia di socialità reale. Al di là del peso reale di questi “ostacoli”, alcune indicazioni importanti potrebbero essere ottenute confrontando la situazione attuale e quella di qualche decennio fa, per capire quali potrebbero essere le cause e le soluzioni.

È importante valutare e intervenire, finché si è in tempo, i segnali che il giovane mostra come prodromi di quello che sarà l’abbandono, fra questi le scuse per non recarsi al centro di allenamento, la scarsa voglia di andare, le facili e infondate lamentele. La possibile soluzione scorre attraverso l’impegno comune (e specifico nel settore sportivo) di dirigenti, allenatori/educatori e genitori. Più in generale, le istituzioni devono promuovere la sana attività sportiva, con messaggi attrattivi di accoglienza, rivolti a tutti.

La tendenza mediatica attuale, a livello sportivo, si concentra, infatti, solo su notizie e filmati di campioni e di team vincenti. In tutti gli sport, la ribalta spetta soltanto ai successi e alle vittorie di prestigio. Sarebbe opportuno, invece, uno spazio informativo ampio e costante, riferito alla pratica sportiva in sé e ai suoi importanti valori, indipendente dai risultati raggiunti.

Lo sport è sempre più da vedere, mediato dalle tv, su un comodo divano, lontano da sacrifici fisici personali. Tale abitudine, riportata nella quotidianità, affievolisce la voglia di praticare attività fisica. Un modo per contrastare questa triste tendenza è sensibilizzare i ragazzi sul tema, organizzando degli incontri con campioni di vari sport, in grado di comunicare dei messaggi positivi legati alla costanza, alla perseveranza e al sacrificio, pur di ottenere dei risultati. Questi insegnamenti, impartiti da personaggi vicini per età e mentalità, che utilizzano un linguaggio simile, potrebbero spiegare quanto la vita sia un percorso a ostacoli e come, dinanzi alle difficoltà o alle battute d’arresto, non bisogna arrendersi e, al contrario, reagire con grinta.

Dinanzi a esempi di giovani vuoti e violenti (come dimostra il recente omicidio di La Spezia), lo sport, ancora di più rispetto al passato, rappresenta l’opportunità di crescita e riempimento di valori.

Il 15 giugno 1984, nel Discorso ai giovani della Svizzera tedesca, San Giovanni Paolo II, affermò “Non lasciatevi scoraggiare dalle vostre paure. Non dovete rassegnarvi nella vostra voglia di vivere e nella vostra ricerca di un tipo di vita che abbia significato. Poiché la rassegnazione è una forma di adattamento al pessimismo del nostro tempo, e quindi una forma di impotenza. Ma voi siete i custodi della fiamma della speranza in questo mondo. […] Essere cristiani, cari giovani, significa dire di sì a una vita alternativa, che non si perda per le strade di questo mondo, ma trovi il suo significato e il suo scopo nel mistero di Dio. Essere cristiani vuol dire anche acconsentire a una vita alternativa, che non accetti passivamente tutto ciò che accade su questa terra, ma sia pronta alla critica e collabori alla costruzione di un mondo sempre più giusto”.

I professori Roberto Ghiretti, Nicola Pongetti e Roberto Lamborghini sono gli autori del volume “Il futuro è già qui” (sottotitolo “Discorrendo di generazione Z, drop out sportivo e best practices”), pubblicato da “Kriss” nel novembre 2022. Parte dell’estratto del testo (riferito, in particolare alla generazione Z, ai nati fra il 1997 e il 2012), come risulta dal link https://www.krisseditore.it/prodotto/il-futuro-e-gia-qui/,  recita “Quando si parla di sport si fa riferimento a un mondo di valori, etica, passioni. Troppo spesso, al giorno d’oggi, queste parole non trovano il giusto riscontro nella realtà e nel quotidiano, ma esiste uno spazio vivo, partecipe del sociale e attivo nel quotidiano nel quale il buono dello sport trova la sua realizzazione e questo spazio è la moderna società sportiva”.

I numeri del fenomeno sono stati riepilogati il 30 giugno scorso, dall’Istat, al link chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/06/La-pratica-sportiva-in-Italia_2024.pdf. Fra i  numerosi dati, si legge “Nel 2024 oltre 14 milioni e 600mila persone di 3 anni e più (il 25,4%) dichiarano di aver abbandonato la pratica sportiva (i cosiddetti drop out) in un certo momento della loro vita. Il fenomeno è più diffuso tra gli uomini (27,5%) rispetto alle donne (23,4%) e si concentra soprattutto nelle fasce di età centrali, chiaramente a causa dei maggiori impegni legati a famiglia e lavoro tipici di questa fase della vita. […] Rispetto al 2015, quando i drop out erano il 20,2%, si registra un netto aumento. […] L’interruzione della pratica sportiva è un fenomeno da monitorare, soprattutto tra i più giovani. Già a partire dai 10 anni, infatti, cresce il numero di chi dichiara di aver smesso di fare sport. Nel 2024 sono circa 1 milione e 560mila i giovani tra i 10 e i 24 anni che affermano di aver praticato sport in passato, ma di averlo poi abbandonato (18,3% in questa fascia d’età). Il fenomeno riguarda più le ragazze (21,6%) dei ragazzi (15,1%) e avviene anche più precocemente: in media a 14 anni per le ragazze contro i 15 dei coetanei maschi. Per quanto riguarda le motivazioni, più di un giovane ex-sportivo su due ha smesso per mancanza di tempo (41,9%) o per perdita di interesse verso lo sport (39,1%). Altri motivi frequenti includono gli impegni scolastici (16,2%), l’emergere di nuovi interessi (10,6%), la stanchezza o la pigrizia (8,4%). Il 7,6% segnala le difficoltà economiche, mentre per il 5,9% la decisione è stata influenzata dalla mancanza di strutture adeguate o dalla difficoltà a raggiungerle”.

La Società Italiana di Pediatria ha esposto, al link https://sip.it/2017/09/25/la-sip-presenta-la-piramide-dellattivita-motoria/, la “piramide dell’attività fisica e motoria, che illustra le regole da seguire per uno stile di vita salutare. Alla base della piramide sono indicate le attività da svolgere quotidianamente, man mano che si sale verso i gradini più alti della piramide si incontrano le attività da svolgere con minore frequenza. I bambini devono andare a scuola a piedi tutti i giorni, fare attività fisica all’aria aperta almeno 4-5 giorni alla settimana, di cui 3 o 4 volte in maniera organizzata, possibilmente con gioco di squadra”.

Lo sport è anche (sana) competizione ma se questa diviene l’unica ragione dell’attività fisica, esasperata al massimo, veicolando il messaggio “dentro o fuori”, il giovane si scontra contro un carico di aspettative enormi, spesso generate dagli stessi genitori. Questi ultimi, infatti, a volte, ricoprono il pargolo di un peso esagerato, assegnando obiettivi impossibili, pur di ottenere quel successo che loro non hanno raggiunto. La concezione dello sport è, dunque, rivolta al solo carattere competitivo, con l’unico obiettivo di primeggiare e scavalcare il prossimo, generando pericolose ansie da prestazione. L’abbandono sportivo, in questo caso, rappresenta una sconfitta immane prima per i genitori, poi, per traslato, per i figli, lasciando un malumore familiare difficilmente colmabile.

Nello sport non esiste l’esclusione e alcune pratiche non condivisibili (da parte degli allenatori) di “panchina”, di “mettere da parte” alcuni adolescenti, pur di vincere partite o gare, contribuiscono ad alimentare l’allontanamento. Il terrore dell’essere scartato ed escluso affonda pesantemente nelle acerbe coscienze.

Il vero risultato, purtroppo, è l’incapacità di gestire gli insuccessi o le scarse prestazioni che sono sempre presenti nello sport, anche per i campioni, riducendosi a uno stato di grave ansia, con ripercussioni fisiche e mentali. Accettare una sconfitta o una parziale disfatta, insegna a non ritenersi semidivinità, a restare con i piedi per terra ammettendo anche la bravura altrui.

La difficoltà a divertirsi, ingrediente fondamentale dell’attività fisica (e non solo), è un altro aspetto inquietante che deve suscitare riflessioni. La perdita di gioiosità è generalizzata e, senza facile retorica, l’annullamento mentale e spirituale, dovuto al “tutto e subito”, scandito attraverso la “colonna sonora” del web e dei social, mostra il conto. Il chiudersi in casa, ipnotizzati dagli schermi di tv, computer e telefoni cellulari, non produce lo stesso coinvolgimento, sociale, emotivo e affettivo, del correre dietro a un pallone sul marciapiede o su un prato.

La rinuncia inizia da qui, dall’abdicare alla vita sociale, diretta, fisica e vera. Il drop out (sportivo e non solo) attuale riguarda gli adulti e i genitori di domani. Se l’abbandono divenisse uno standard, come una soluzione comoda alle avversità della vita (ricusandola), è comprensibile attendersi generazioni decisamente in difficoltà.

La resa non produce frutti, degenera in un deserto morale e fisico su cui è impossibile far crescere prospettive. Ognuno si considererà al sicuro, isolato, senza dialogo e confronto, nell’illusoria protezione delle mura casalinghe.

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