Non essendo una proposta partitica né un’ideologia, ma un orientamento etico, spirituale e di fede che mira a formare le coscienze e promuovere il bene comune nella società, la Dottrina Sociale della Chiesa afferma che la politica è una forma alta di carità sociale, perché si occupa del bene di tutti. Non si limita a denunciare le ingiustizie, ma propone criteri per costruire una società giusta. La Chiesa è la coscienza critica della politica, offrendo criteri morali per valutare le politiche pubbliche, invita i cristiani a impegnarsi nella società con responsabilità e coerenza evangelica, denuncia le ingiustizie e promuove la giustizia sociale, la pace e la cura del creato. Per questo costituisce non un trattato di teoria sulla politica, ma un principio guida per la politica.
Difatti, la DSC afferma che la politica è una forma alta di carità sociale, perché si occupa del bene di tutti. Non si limita a denunciare le ingiustizie, ma propone criteri per costruire una società giusta, fondata sui seguenti principi permanenti: centralità della persona umana, dove ogni politica deve essere in grado di rispettare la dignità dell’uomo, creato a immagine di Dio; deve promuovere condizioni che permettano a tutti di realizzarsi pienamente; dove lo Stato deve sostenere, non sostituire, le iniziative locali e promuovere la coesione sociale (principi di sussidiarietà e solidarietà); e dove le istituzioni assicurino partecipazione democratica, perché ogni cittadino è chiamato a contribuire attivamente alla vita pubblica.
La DSC come coscienza critica della politica
La Chiesa non propone modelli tecnici di governo, ma: offre criteri morali per valutare le politiche pubbliche; invita i cristiani a impegnarsi nella società con responsabilità e coerenza evangelica con spirito di alterità e non interesse personale; denuncia le ingiustizie e promuove la giustizia sociale, la pace e il bene collettivo.
Un esempio emblematico e di grande attualità è il tema delle migrazioni. Nel dibattito politico, la DSC invita a superare slogan e semplificazioni. Come hanno ricordato papa Francesco e Leone XIV, “toccare la carne del migrante è toccare Gesù”. La politica, in questo senso, è chiamata a: regolare i flussi migratori con giustizia; favorire l’integrazione e combattere la ghettizzazione; promuovere la cooperazione internazionale per rimuovere le cause delle migrazioni forzate.
C’è una connessione sorprendente, feconda e affascinante tra la tradizione francescana e, anche se non esplicitamente dichiarata, la DSC. Il concetto, che fa da tramite risiede, nell’etica della virtù – nozione smarrita nel vocabolario moderno – ma presente nel cuore del pensiero francescano, fondato su una visione ottimistica dell’essere umano, il quale è chiamato ad un impegno generoso e disinteressato per il bene altrui: senso teologico di povertà attiva e carità operosa. Quindi, rifiuto dell’idea hobbesiana dell’homo homini lupus, ma visione relazionale e cooperativa della società. Reciprocità, fiducia e dono richiamano il concetto che il sacrificio personale per il bene pubblico sia virtù, è in linea con la spiritualità francescana, che valorizza l’azione silenziosa e fraterna. I termini moderni come la responsabilità sociale, la valorizzazione del capitale umano, e l’economia del dono intrecciano inequivocabilmente il pensiero francescano dell’etica della virtù e del dono, offrendo una visione alternativa al modello utilitarista, basata su relazioni di reciprocità e fiducia. Da qui nasce la spiritualità francescana come la povertà volontaria (intesa come libertà dai legami possessivi) e la possibilità di costruire relazioni economiche autentiche. Da qui nasce l’intuizione francescana come risorsa economica, da cui si è sviluppato il pensiero dell’economia civile storica del Settecento illuminista italiano del Genovesi, del Filangeri, del Galiani e del Dragonetti, e delle moderne teorie economiche orientate alla felicità pubblica, all’impatto sociale, alla valorizzazione della virtù, dove il bene comune è il fine e il mercato è il mezzo.
La felicità pubblica come letizia francescana e bene comune
Se Giacinto Dragonetti si inserisce nella tradizione francescana, proponendo la centralità delle virtù civiche nell’incentivazioni di comportamenti virtuosi, che implicano sacrificio e sforzo personale (“codice premiale” al posto del “codice penale”), la visione francescana evoca la povertà volontaria (intesa come libertà dai legami possessivi) e la possibilità di costruire relazioni economiche autentiche; ed in questo contesto, la gratuità si introduce come elemento generativo di valore, anziché come perdita. Ma è doveroso riconoscere all’allievo di Genovesi che la sua proposta di un “codice a premi” può essere letta dalla tradizione cristiana umanista, dove il francescanesimo aveva lasciato un’impronta profonda, quello della gratitudine. Da qui nasce, passando per il francescanesimo, la reinterpretazione dell’economia civile contemporanea degli studiosi italiani. I quali nelle loro pubblicazioni offrono una panoramica completa dell’importanza della parola felicità nella tradizione umanista e francescana.
La visione della felicità pubblica in Dragonetti si radica nella tradizione francescana, dove la letizia è gioia interiore generata dal dono e dalla gratuità. Il “cuore” della virtù della felicità nasce dall’alterità, dalla relazione per il bene altrui, non dal possesso, in sintonia con la letizia francescana, che è reciprocità, dono e gioia spirituale nella povertà attiva. La felicità non è piacere individuale, ma gioia relazionale, generata dal servizio gratuito alla comunità. D’altra parte, anche Genovesi e Filangieri concepiscono l’economia come scienza del vivere bene insieme, dove la felicità pubblica è il fine dell’azione economica e politica, non un effetto collaterale; e la reciprocità, la fiducia e il dono sono strumenti economici, non solo morali.
Adam Smith e la felicità nella tradizione scozzese e americana
Adam Smith, nella Teoria dei sentimenti morali, lega la felicità individuale alla simpatia e alla giustizia sociale e nella Ricchezza delle nazioni, la felicità è benessere diffuso, garantito dal mercato e dalla divisione del lavoro. La Dichiarazione d’indipendenza americana (1776), di cui si celebra quest’anno il duecentocinquantesimo anno della nascita parla di “pursuit of happiness”, e Thomas Paine – autore di Commons sense (1776), il testo che convinse migliaia di coloni americani a sostenere l’indipendenza – cita Giacinto Dragonetti nel Commons sense, segno che l’idea di felicità pubblica europea ha influenzato la nascita degli Stati Uniti.
Si celebra, dunque, l’importanza di un ponte tra la fraternità come letizia francescana, la felicità come fine dell’economia civile europea e la felicità come bene democratico nella tradizione repubblicana degli Stati Uniti d’America. Quali implicazioni per la cultura economica contemporanea? Recuperare il concetto di felicità pubblica, ridefinendo il senso di sviluppo e progresso. Rileggere la gratuità, la virtù e il dono come categorie economiche, non solo etiche, ma anche trascendentali. Ricostruire il ponte tra spiritualità francescana e razionalità illuminista, tra reciprocità e istituzioni. Riscoprire la relazionalità umana come fondamento del benessere e della felicità.

