Il “doorway effect” (o “effetto porta”) è la denominazione attuale, universalmente accettata, della circostanza in cui, spostandosi in una stanza, si dimentica il perché, il motivo per il quale si è entrati. Non si tratta, in genere, di una patologia o di un decadimento cognitivo. Nel caso in cui dovesse verificarsi con frequenza, potrebbe far suonare un campanello d’allarme. La dimenticanza colpisce azioni del quotidiano che il cervello reputa automaticamente secondarie, rispetto a un “progetto” ritenuto primario. La selezione cognitiva, dunque, procede per priorità. Alcune volte la dissociazione è profonda al punto che, aiutarsi a riflettere ad alta voce anziché limitarsi alla sola sfera del pensiero, non produce effetto.
Attraversare una soglia segna, anche metaforicamente, il passaggio da una memoria episodica a un’altra. La memoria a breve termine risulta condizionata dall’ambiente in cui la persona si trova e la porta stessa rappresenta il passaggio da un confine spaziale a un altro, il varcare altri contesti. Nel caso specifico dell’“effetto porta”, inoltre, l’oblio è giustificato e mimetizzato da una serie di segnali identici (e familiari) che si trovano nell’abitazione. Input diversi da quelli del contesto, favoriscono richiami mnemonici più rapidi. La familiarità della circostanza, quindi, rappresenta un elemento fondamentale di un cervello che tende ad appiattire gli stimoli.
Il cervello non può presentarsi sempre al massimo del funzionamento e l’attenzione, selettiva, combinata con diversi scenari che si presentano da una camera all’altra, può determinare queste brevi situazioni di amnesia. La settorialità della memoria si evidenzia anche nel mondo virtuale, nell’utilizzare i programmi di un computer: il doorway effect si può riscontrare nel dimenticare il contenuto che si intendeva processare. I blackout si verificano in modo diverso, in varie situazioni, a esempio durante le conversazioni in cui si è interrotti oppure nel momento del dialogo in cui si attende il proprio turno ma si dimentica il concetto da esprimere.
Piero Cipriano, psichiatra e psicoterapeuta, è l’autore del testo “La salute mentale è politica” (sottotitolo “Quello che non vediamo della psichiatria e che ci riguarda tutti”), pubblicato da “Fuoriscena” il 20 giugno scorso. Parte dell’estratto recita “Che cosa accade quando la cura si riduce al contenimento? Che cosa resta della salute mentale se viene compressa in diagnosi, pillole e protocolli? In gioco non c’è solo il destino dei cosiddetti pazienti, ma la forma stessa con cui una società definisce ciò che è accettabile, ciò che è patologico, ciò che può essere detto. Dopo trent’anni di professione, Cipriano prende la parola per denunciare un fatto tanto evidente quanto rimosso: occuparsi di salute mentale significa, innanzitutto, saper leggere i segnali del nostro tempo e le contraddizioni che li producono”.
Il 4 febbraio scorso, Angelini Pharma, al link https://www.angelinipharma.it/media/comunicati-stampa/salute-mentale-benefici-fino-a-10-4-miliardi-con-1-6-di-investimenti/, ha illustrato il rapporto “La salute mentale come motore della crescita socio-economica dell’Italia”. Fra i dati, si legge “Nel nostro Paese, i disturbi mentali colpiscono una persona su sei: prevalgono ansia e depressione con, rispettivamente, 6.950 e 5.365 casi ogni 100 mila abitanti. I disturbi mentali costano all’Italia 20 miliardi di euro l’anno, circa il 3,3% del PIL, e perdite complessive per oltre 63 miliardi di euro, legate alla perdita di produttività, all’assenteismo e alla disoccupazione di lunga durata. Oggi, in Italia, si investe il 3,4% della spesa sanitaria nazionale in salute mentale; se il Paese aumentasse tali risorse fino a raggiungere il target del 5%, si registrerebbero benefici diretti e indiretti per 10,4 miliardi di euro. Per ogni euro investito in salute mentale, il Sistema-Paese ne guadagna 4,7”.
La società contemporanea offre (in realtà impone) ritmi forsennati a cui il singolo sembra adeguarsi irrimediabilmente o, nei casi più costruttivi, non mostra particolare resistenza. La società simulacro del consumismo, dell’iperattività, dell’attivismo e della rimozione dei tempi morti, poggia su una quantità di stimoli enorme che un cervello, per quanto brillante, non riesce a gestire, soprattutto se gli input sono di natura diversa (lettura, espressioni verbali, computo matematico). Pretendere, dunque, di poter gestire più impulsi contemporaneamente, senza cedere di alcuni secondi nell’elaborazione, rappresenta, per gli studiosi, un’illusione.
L’effetto porta dimostra come il tanto decantato “multitasking” non sia attuabile in ogni condizione, non sia una certezza o una soluzione e come l’individuo non sia una semidivinità. L’origine informatica del termine “multitasking” tradisce già la sua inapplicabilità all’essere umano.
Non è anacronistico occuparsi di un problema alla volta (singletasking) né è sintomo di ridotta capacità cognitiva, anzi: la qualità delle informazioni processate è decisamente superiore e gratificante rispetto a quelle coesistenti, in gran numero, nello stesso istante.
La contemporaneità pone, inoltre, un altro elemento, sconosciuto (o poco conosciuto) fino a qualche anno fa, rappresentato dall’avvento dei social e dalla messaggistica istantanea. Senza entrar nel merito del valore/utilizzo positivo o negativo, è indubbio che la loro presenza comporti un coinvolgimento e un affaticamento mentale non di poco conto.
L’“effetto porta”, paradossalmente, dovrebbe garantire notevole serenità e non incutere timore. Il suo verificarsi, infatti, dimostra che l’essere umano si muove lungo priorità di significati e strategie, ponendo maggiore considerazione per quelli reputati più rilevanti, anche in tema, più alto, di sopravvivenza.
Se gli input fossero tutti identici, un organismo (anche animale) non sarebbe in grado di prestare attenzione a quelli più importanti per la propria vita. Non è possibile eliminare il doorway effect né si ravvede il motivo. Si tratta, invece, di un normale calo di attenzione riferito alla situazione contestuale, che “ricorda” come una persona non sia perfetta e possa mostrare piccole pause. Tali fenomeni sono fisiologici e innocui, da accettare, dunque, senza ansia. Un cervello più riposato e sgombro, incorrerà meno in tali “distrazioni”.
Concentrarsi su un unico lavoro o pensiero, per volta, permette di ridurre il verificarsi di disattenzioni mnemoniche. L’efficientismo che si vuol dimostrare al prossimo (e a se stessi), caratterizzato dalla capacità di adempiere a più funzioni contemporaneamente, è solo un atteggiamento esteriore, privo di fondamento e più incline a stop improvvisi.
Rappresentano un monito le parole di Papa Francesco del 25 maggio 2022 “Di fatto, con tutto il nostro progresso, con tutto il nostro benessere, siamo davvero diventati ‘società della stanchezza’. Pensate un po’ a questo: siamo la società della stanchezza! Dovevamo produrre benessere diffuso e tolleriamo un mercato scientificamente selettivo della salute. Dovevamo porre un limite invalicabile alla pace, e vediamo susseguirsi guerre sempre più spietate verso persone inermi. La scienza progredisce, naturalmente, ed è un bene. Ma la sapienza della vita è tutta un’altra cosa, e sembra in stallo. Infine, questa ragione an-affettiva e ir-responsabile toglie senso ed energie anche alla conoscenza della verità. Non è un caso che la nostra sia la stagione delle fake news, delle superstizioni collettive e delle verità pseudo-scientifiche”.
Anziché preoccuparsi di questi fisiologici “vuoti”, l’individuo che pretende di essere infinito, dovrebbe riconsiderare il proprio benessere psicofisico e allarmarsi, semmai, di cicli circadiani sballati, di salute mentale a dura prova, di scarso riposo e della presuntuosa convinzione di essere sovrumano. Il fattore competitivo e l’esigenza del successo, in ogni campo e a ogni costo, non contemplano vuoti di memoria neanche estemporanei e brevi; il rischio, però, è che possano saltar fuori all’improvviso, nella loro totalità, come sintomi di patologie gravi a cui si è concesso manforte.

