Don Coluccia: “Dall’inizio alla fine, la vita è un dono da difendere contro la cultura dello scarto”

Tra tutele sociali assenti, cure palliative e solitudine digitale, don Francesco Coluccia propone la "cultura dell'incontro" come risposta alle grandi sfide bioetiche del nostro tempo

a sinistra, don Francesco Coluccia. Foto Francesco Vitale. A destra, la copertina del libro. Foto per gentile concessione

Rimettere al centro l’antropologia dell’essere contro la deriva funzionalista della società contemporanea. È questo il cuore della riflessione di don Francesco Coluccia nel suo nuovo saggio “Inizio e fine. Una visione integrale per una sfida attuale“. Di fronte alle sfide più urgenti della bioetica odierna – che spaziano dalla tutela della fragilità nelle prime fasi dello sviluppo umano fino alla gestione della cronicità, del dolore e all’accesso alle cure palliative per gli anziani – don Coluccia lancia un forte monito contro il rischio di isolamento delle famiglie, spesso lasciate prive di tutele lavorative e sociali nel farsi carico della vulnerabilità. In un’epoca segnata dalla frammentazione digitale e dall’illusione individualista, l’autore propone a Interris.it una vera e propria “cultura dell’incontro” come unico farmaco sociale in grado di ricostruire il tessuto relazionale e garantire dignità a ogni singola stagione della vita, valorizzando la persona per ciò che è e non per la sua produttività economica.

L’intervista

Don Francesco, nel suo libro lei parla della vita come del dono più prezioso che abbiamo tra le mani. Qual è il messaggio principale che desidera lanciare?

“Il cuore del messaggio è la volontà di comunicare la bellezza del dono della vita, dal suo primissimo inizio fino alla morte naturale. Significa riscoprire la capacità di attraversare l’esistenza in tutti i suoi momenti e in tutte le sue stagioni, accogliendola, nutrendola e servendola. Quanto più prendiamo consapevolezza di questo, tanto più scopriamo la centralità della nostra umanità e l’essenza stessa del nostro essere uomini”.

Eppure, oggi si ha spesso la sensazione che in questa corsa quotidiana si sia persa la percezione della vita come dono. Manca una cultura e un’educazione in tal senso. Quale deve essere il ruolo della società, della politica e soprattutto della Chiesa per educare le nuove generazioni ad avere cura di se stesse e ad accogliere questo percorso?

“La chiave di volta sta nel rimettere al centro l’uomo, ricordando che l’essere umano non è tale per ciò che fa, ma per ciò che è. Prendere consapevolezza dell’essenza della nostra natura significa ridargli spessore e centralità. Significa anche offrirgli l’opportunità di svilupparsi in tutte le sue sfaccettature: dall’ambiente alle relazioni, fino all’impegno politico e sociale. Sono proprio questi i contesti in cui l’uomo manifesta veramente la sua essenza, prima ancora delle sue azioni o della sua produttività”.

Nel volume lei dedica molta attenzione alle relazioni interpersonali. Oggi viviamo in una società multietnica e multiculturale, ma paradossalmente rischiamo di disperderci, spesso a causa di un uso distorto dei mezzi tecnologici di nuova generazione.Come possono le famiglie ritrovare la forza di accogliersi? 

“Si esce da questo vicolo cieco attraverso quella che definisco la “cultura dell’incontro”. L’incontro è l’unico strumento che ci permette di riconoscere l’altro, di accoglierlo e di condividere. È proprio la condivisione della nostra comune umanità che ci consente di instaurare relazioni autentiche e significative, capaci di durare nel tempo. In questo modo possiamo ricostituire la famiglia, cellula fondamentale della società, e trasformare la società stessa in una “famiglia di famiglie”. È l’unico percorso possibile affinché tutti siano riconosciuti e valorizzati, dal neonato all’anziano, e perché ognuno possa sentirsi accolto e accompagnato in ogni singolo momento della sua esistenza”.

In conclusione, don Francesco, a chi consiglierebbe in modo particolare la lettura di questo libro?

“Lo consiglierei davvero a tutti. Ai professionisti, ai medici, ma anche ai volontari e a chiunque senta il bisogno di un’occasione per ridare spessore alla propria vita. Questa lettura permette di ricentrarsi e di mettersi sinceramente al servizio delle esistenze altrui. Solo così possiamo dare il massimo affinché la vita sia condivisa da tutti e affinché ognuno possa rendere grazie a Dio per il dono immenso di averla ricevuta”.

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