La “disintermediazione” costituisce un fenomeno, supportato particolarmente, oggi, dal web e dai social, in cui a livello professionale, commerciale e dei servizi, scompare la figura del mediatore al fine di facilitare un rapporto diretto fra le parti. La relazione avviene esclusivamente fra i contraenti, senza un esperto del settore che favorisca l’approccio e l’andamento della transazione. Il termine, pur promuovendo forme partecipative (di consumo, di informazione e di politica), nel suo prefisso greco “dis” implica i concetti di privazione, di negazione, di separazione e contrasto che, inevitabilmente, comportano una riduzione della vita comunitaria e un limite all’incontro fra diversi attori sociali. La spinta decisiva a questa nuova tendenza è offerta dal web, attraverso delle piattaforme specifiche che consentono di saltare un passaggio nell’ottenimento, più rapido, di beni e servizi nei settori del commercio, del credito, delle assicurazioni, del turismo, dell’informazione, della politica. Effetti di questo tipo si riscontrano anche nell’insegnamento e nell’educazione (descolarizzazione).
Commercio e turismo: il trionfo del “fai da te”
Un esempio concreto si ha nel commercio elettronico, in cui la figura del negoziante tende sempre più a sparire, a favore di contatti diretti tra acquirente/utente e venditore/azienda. Un altro caso è quello del turismo, in cui la pianificazione e l’acquisto dei pacchetti del viaggio sono effettuati direttamente dal cliente. Il “fai da te” comporta diversi vantaggi, tra cui costi minori e tempi più brevi. Un altro vantaggio può evidenziarsi nella costruzione di un viaggio individualizzato, a propria misura, in maggiore autonomia. Resta da valutare se la mancanza di un terzo, qualificato del settore, possa costituire un autogol, una mancanza di professionalità e garanzia.
Informazione, politica e il rischio delle fake news
Molto delicata è la questione del fenomeno applicata all’informazione, politica e non, poiché l’assenza di un filtro potrebbe essere valutata come un aspetto positivo, in cui il fruitore si informa in maniera più diretta e costruisce, in autonomia, le proprie convinzioni. Al tempo stesso, tuttavia, è probabile che, la mancanza di un esperto del settore, sia il chiavistello per determinare un’opinione pubblica desiderata. Il confezionamento del consenso può avvenire sia attraverso gli “intermediari” professionisti sia senza di loro; dipende dall’onestà intellettuale e dalla deontologia professionale. In un clima di disintermediazione, il rischio di fake news è più elevato, a causa di notizie provenienti da fonti inattendibili e da individui improvvisatisi giornalisti pur di diffondere alcuni temi. A volte, la mediazione si rende subdola e occulta: condiziona le scelte e le tendenze dell’opinione pubblica senza manifestarsi, proponendole come autentiche, genuine e autoprodotte. Anche i servizi bancari e finanziari pongono in relazione diretta la domanda e l’offerta, senza ausilio di operatori specializzati.
La riflessione di Papa Francesco sulla speranza
Importantissime sono le parole di Papa Francesco espresse durante l’Udienza Generale dell’8 febbraio 2017: “Nessuno impara a sperare da solo. Non è possibile. La speranza, per alimentarsi, ha bisogno necessariamente di un ‘corpo’, nel quale le varie membra si sostengono e si ravvivano a vicenda. Questo allora vuol dire che, se speriamo, è perché tanti nostri fratelli e sorelle ci hanno insegnato a sperare e hanno tenuto viva la nostra speranza. E tra questi, si distinguono i piccoli, i poveri, i semplici, gli emarginati. Sì, perché non conosce la speranza chi si chiude nel proprio benessere: spera soltanto nel suo benessere e questo non è speranza: è sicurezza relativa; non conosce la speranza chi si chiude nel proprio appagamento, chi si sente sempre a posto… A sperare sono invece coloro che sperimentano ogni giorno la prova, la precarietà e il proprio limite”.
Il contributo degli studi sulla disintermediazione
Paola Stringa è l’autrice del volume “Che cos’è la disintermediazione”, pubblicato da Carocci nel marzo 2017. Parte dell’estratto recita: “Il libro analizza i meccanismi economici e culturali che hanno portato alla trasformazione di tante filiere, alla delegittimazione o alla scomparsa dei mediatori che le presidiavano e osserva, per contro, l’emergere di nuove relazioni basate sulla fiducia e sull’inclusione (a partire dai paradigmi della sharing economy), la sovversione delle gerarchie tradizionali e la nascita di diversi ‘reintermediatori’ e di contenitori con approcci organizzativi sempre più bottom-up”.
I dati sulla disintermediazione nel turismo
È bene analizzare le statistiche nei principali canali commerciali. Per quanto riguarda la disintermediazione turistica, a luglio 2024, al link https://www.hotelcinquestelle.cloud/blog/prenotazioni-dirette-vs-ota-una-fotografia-del-mercato/, hotelcinquestelle.cloud pubblicava un messaggio chiaro: “L’eterna lotta tra disintermediazione e prenotazioni dalle OTA (acronimo di Online Travel Agency, i portali degli intermediari nel settore dei viaggi ndr) è ben lungi dal terminare. […] La vendita online è sempre più un fattore: ben il 45% delle prenotazioni vengono effettuate via Internet. E anche se le prenotazioni dirette continuano a essere il motore portante (50,9%, complice anche il sempre maggior utilizzo di Booking Engine), non si può ignorare la diffusione delle OTA, arrivate a generare intorno al 29% delle prenotazioni. Il dato diventa ancora più forte se parliamo di piccole strutture (ossia con meno di 20 camere): nel 27% dei casi, per queste strutture le OTA generano dal 30 al 49% delle prenotazioni, mentre per un altro 27% si arriva a oltre il 50%. […] Le piccole realtà dipendono fortemente dalle OTA, cedendo buona parte dei guadagni in cambio di visibilità”.
La crescita del commercio elettronico
In tema di disintermediazione digitale, il 6 maggio scorso, l’Istat pubblicava, al link chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/05/CS_Commercio_al_dettaglio_0326.pdf, quanto segue: “Rispetto ad aprile 2025, il valore delle vendite al dettaglio è in aumento per tutte le forme distributive, in misura più marcata per il commercio elettronico (+8,4%). Quest’ultimo è l’unico settore a evidenziare una crescita anche per i volumi”.
L’affidabilità dell’informazione secondo le statistiche
Per quanto riguarda la disintermediazione giornalistica, comunicazioneitaliana.it, al link https://comunicazioneitaliana.it/news/671c5f483411aeba2194d871e269b432, precisava, nel giugno 2025 un aspetto decisamente particolare: “La percezione di affidabilità di una notizia è fortemente legata a chi la diffonde e a come viene presentata. La maggioranza degli intervistati (45,7%) ritiene più affidabile una notizia data da un divulgatore non giornalista (scienziati, ricercatori, docenti), superando di poco i giornalisti (41,7%) segno di una crescente ricerca di competenze (vere o presunte) e autorevolezza specifiche. In netta minoranza si trovano influencer, youtuber, tiktoker (8,2%) e personaggi pubblici (17,6%). In mezzo alla classifica i rappresentanti delle Istituzioni e i politici (25,6%).”
Reintermediazione e ruolo degli esperti
In un’epoca di “just in time” (volto all’assenza di magazzino), il rapporto diretto può consentire una migliore definizione dei gusti e delle tendenze del consumatore, a cui porre immediata risposta. Il fenomeno, tuttavia, non produce sempre effetti positivi tanto che, in alcuni casi, si assiste alla cosiddetta “reintermediazione”, in cui torna la persona di collegamento, per esigenze di capacità e garanzia. A rientrare in gioco sono nuove realtà professionali o le stesse piattaforme che si pongono alla stregua di negoziatori garanti. Tra gli svantaggi della disintermediazione vi è anche quello del calo dei posti di lavoro. Nell’ottica del più economico “fai da te”, si perde, comunque, il contributo professionale dell’esperto, che, conoscendo la materia, sa consigliare dall’alto della propria esperienza.
Le conseguenze sociali della disintermediazione
Il furore digitale diffonde il concetto che qualsiasi mediazione sia inutile, in virtù del “tutto e subito”, in cui ognuno è esperto di tutto o è in grado di capire, tosto, cosa sia giusto o sbagliato. Il tuttologo, anche in questo caso, presume di possedere la verità salvo poi, incorrere in errori. Il mediatore, invece, deve svolgere la propria attività con perizia e risultare determinante, nei tempi e nei contenuti, al contrario della nomea contemporanea del web che lo vuole superfluo. Nel giro di pochi decenni si è passati dall’iperspecializzazione e dalla diffusa mediazione al polo opposto della totale assenza. Sociologicamente, le relazioni divengono orizzontali, senza filtro e coinvolgono nuove figure spesso non affidabili. Un caso emblematico è la ricerca delle informazioni attraverso gli influencer, considerati più attendibili dei media tradizionali in cui svolgono attività professionisti esperti della materia. L’individuo, consideratosi, in questo mercato, un ottimo stratega, tende a sopravvalutare se stesso, in un eccesso di onnipotenza, escludendo altre personalità e marciando, inevitabilmente, verso un graduale isolamento, fondato sul principio del “faccio tutto io”.
La conclusione
In una prospettiva che vede, in buonafede, la persona sempre meno libera poiché circondata da decisori, l’imperativo contemporaneo pretende di scollare la socialità e di sostituire la più sicura e conveniente mediazione digitale a quella umana. L’eliminazione degli esperti, a favore di una presunta abilità in ogni ambito, sollecitata dall’obiettivo del tornaconto personale, potrebbe concludersi in un fallimento nonché in un deciso isolamento. Nel culto del “capitalismo digitale”, il rischio del rapporto diretto in ogni aspetto della vita può condurre a sopravvalutazioni delle proprie capacità e a una profonda sfiducia nei confronti del prossimo, da cui alienarsi il più possibile.

