Un nuovo volume dal titolo “Disarmata e disarmante. La pace è un dono“, curato dal giornalista Alessandro Banfi, raccoglie e ordina gli interventi più significativi di Leone XIV sul tema del disarmo, del dialogo e della diplomazia internazionale. A Interris.it Banfi illustra la struttura dell’antologia e le direttrici del pensiero del Santo Padre: dalla denuncia dei rischi antropologici legati alle guerre cibernetiche al richiamo al disarmo interiore di ogni singolo cittadino. Attraverso riferimenti ad Agostino, alla storia del pacifismo e persino al giovane Bob Dylan, il volume offre una chiave di lettura profonda per comprendere il carisma di un Papa che indica nella libertà interiore e nella speranza la vera via per la pace.
L’intervista
Alessandro, qual è la molla principale che ti ha spinto a raccogliere questo materiale e a pubblicarlo proprio in questo momento?
“La sfida che mi è stata proposta, e che ho accettato con grande entusiasmo, era duplice. Da un lato volevamo offrire uno strumento agile e maneggevole di consultazione dei discorsi del Papa su un tema così cruciale dopo il suo primo anno di pontificato. Dall’altro, l’antologia permette di rintracciare un vero e proprio “filo rosso”, ordinando le sue riflessioni per temi, capitoli e paragrafi. Abbiamo voluto aiutare la diffusione di un insegnamento pastorale di enorme portata, razionalizzandolo per mettere in luce i fattori fondamentali del suo messaggio. Ordinare questi testi secondo grandi direttrici — dalla pace come dono di Cristo al disarmo, fino al multilateralismo, ai principi umanitari e al diritto alla verità — è stato un lavoro affascinante e un grande onore”.
Nel libro il Papa pone una domanda drammatica: “La specie umana deve continuare ad abitare la Terra?”, mettendo in relazione il riarmo globale e il dominio cibernetico. Che cosa intende con questa prospettiva e perché definisce la pace una forza “disarmata e disarmante”?
“Quella frase, contenuta nell’introduzione inedita del volume, è davvero impressionante perché esplicita una questione che spesso il mondo tende a sottaceere: vogliamo davvero costruire un futuro in cui l’umanità rischia l’estinzione? Il Papa evidenzia la disumanizzazione della guerra contemporanea. Dopo la minaccia nucleare, oggi affrontiamo la guerra cibernetica, algoritmica, quella condotta con i droni: un ulteriore passaggio antropologico che deregmenta il conflitto e toglie ogni responsabilità. Porre il problema della sopravvivenza stessa della razza umana ha un peso immenso”.
Ecco perché la pace è una forza “disarmata e disarmante”
“Sì, è un concetto che interpella ciascuno di noi. Non si può predicare la pace senza prima disarmare se stessi, cioè senza fare i conti con il proprio modo di guardare gli altri in famiglia, sul lavoro, nella comunità. Come ricorda il Papa citando l’episodio dell’ufficiale sovietico che rifiutò di premere il pulsante per l’attacco nucleare, la coscienza di un singolo uomo può salvare il mondo intero”.
A questo proposito, come parla questa teologia della pace sia ai grandi leader della diplomazia sia alla vita di tutti i giorni di ciascun cittadino?
“Opera proprio su questi due livelli intrecciati. Il livello personale della responsabilità e dell’obiezione di coscienza — vissuto da figure come Dorothy Day o Giorgio La Pira, ma anche dalla storia personale dello stesso Papa, tra le proteste pacifiste a Comiso da giovane agostiniano e le minacce di Sendero Luminoso subite in Perù — diventa esso stesso un fatto politico. Dall’altro lato c’è l’interlocuzione diretta con i potenti della Terra, ai quali il Papa chiede il rispetto del dialogo, della diplomazia e del multilateralismo. Attraverso i suoi viaggi e i suoi interventi, Leone XIV agisce come un autentico costruttore di ponti”.
Nel testo compare anche un’inaspettata citazione di Bob Dylan. Come s’inserisce la figura del cantautore in un testo papale sulla pace?
“È un richiamo curioso ed efficace. Il Papa cita il Bob Dylan del 1962, quello che con impeto aderiva alle proteste contro il rischio nucleare durante la crisi dei missili di Cuba. Evocare quegli anni serve a ricordare una stagione cruciale in cui, subito dopo il grande spavento, si aprì una fase di speranza e di dialogo tra le superpotenze che portò a una progressiva riduzione degli armamenti. Oggi che quella visione ottimistica sembra tramontata e la guerra viene percepita quasi come inevitabile, quel richiamo ci dimostra che un’inversione di rotta è sempre possibile”.
Per concludere, qual è il messaggio di speranza più forte che vorresti rimanesse al lettore che sfoglia questo volume?
“Il cuore della speranza proposta dal Papa ha un’impronta profondamente agostiniana. Richiamando il celebre parallelo tra la “città del mondo” — mossa dal possesso delle cose terrene, dal denaro e dal potere — e la “città di Dio”, Leone XIV ci ricorda che chi vive nella fede abita il mondo in spe dei, nella speranza in Dio. Ma non si tratta soltanto di una speranza proiettata nel futuro: è la consapevolezza di una presenza di grazia che è già qui, tra noi”.
Che cosa ti colpisce di Papa Leone XIV?
“Se posso aggiungere una nota personale, il grande fascino di questo Pontefice risiede nella sua straordinaria libertà interiore. Come insegna la Regola agostiniana, le norme non servono a farci schiavi sotto la legge, ma liberi sotto la grazia. Leone XIV dimostra che si può stare nel trambusto del mondo e della Chiesa conservando una profonda pace del cuore: è questa libertà dal ricatto del mondo la qualità di pace più autentica che il Papa ci propone”.

