Dialetti, la memoria viva dei territori: un patrimonio da salvare

Nella Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali, il linguista Andrea Martocchi riflette sul valore culturale, sociale ed “ecologico” delle parlate territoriali e sulla necessità di trasmetterle alle nuove generazioni

Il dottor Andrea Martocchi (© Andrea Martocchi)

La Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali rappresenta un’occasione preziosa per riflettere sul valore del patrimonio linguistico italiano, tra i più ricchi e diversificati d’Europa. I dialetti e le lingue locali non sono semplici varianti dell’italiano, ma espressioni vive di storia, identità e memoria collettiva, profondamente legate ai territori e alle comunità che le hanno generate. In un contesto segnato da rapidi processi di omologazione culturale, questa ricorrenza richiama l’importanza di tutelare e valorizzare la pluralità linguistica come risorsa culturale, sociale e civile, da trasmettere alle nuove generazioni. Interris.it, su questo tema, ha intervistato il linguista Andrea Martocchi.

L’intervista

Dottor Martocchi, in che modo i dialetti contribuiscono a custodire e trasmettere gli usi, le tradizioni e le consuetudini proprie delle diverse comunità?

“I dialetti sono storicamente legati a un territorio. Quando una comunità desidera identificarsi e distinguersi da un’altra, spesso lo fa anche attraverso il proprio dialetto, motivando questa differenza su base geografica: “io appartengo a questo paese, a questa tradizione, e quindi non parlo il dialetto di un altro luogo”. Per questo, almeno fino all’epoca pre-digitale, i dialetti sono stati strettamente vincolati al territorio e si sono portati dietro tutto ciò che quel territorio ha prodotto nel corso dei secoli dal punto di vista culturale, geografico ed economico. Le parole dialettali, anche quando sono traducibili in altre lingue, custodiscono sempre un patrimonio di usi, tradizioni e pratiche legate al contesto che le ha generate. Ma non è solo il lessico a essere significativo: anche i suoni, le strutture morfosintattiche, l’ordine delle parole e le relazioni tra di esse raccontano una storia. In questi elementi rivivono storie antiche, talvolta sorprendentemente simili tra comunità diverse, altre volte profondamente differenti. Approfondire le matrici storiche e sociali dei dialetti arricchisce sia chi appartiene a una comunità sia chi ne è esterno. Conoscere il proprio dialetto è importante, ma conoscere quelli degli altri lo è forse ancora di più, perché favorisce il confronto e la comprensione di culture affini ma non identiche alla nostra.”

Quale significato e quale funzione hanno oggi i dialetti nella società contemporanea e per quali ragioni è fondamentale salvaguardarli?

“Le funzioni dei dialetti oggi sono molteplici e dipendono in larga misura dalla volontà dei parlanti e delle istituzioni. Sono le persone a conferire valore ai dialetti che parlano, o che ricordano, e le istituzioni possono rafforzare o indebolire questi significati. Tra le molte funzioni possibili, mi piace ricordare quella che definirei una “funzione ecologica” dei dialetti. Viviamo in un mondo fortemente segnato da processi di omologazione economica, culturale e sociale. In questo contesto, la straordinaria varietà linguistica di un territorio come quello italiano, dove pronunce, strutture e parole possono cambiare anche da un chilometro all’altro, ci ricorda che la diversità è un valore in sé, proprio come la biodiversità nei sistemi naturali. I sistemi che funzionano meglio sono quelli complessi, ricchi di elementi diversi che cooperano tra loro. Lo stesso vale per i processi culturali. I dialetti non servono necessariamente “a fare qualcosa”, ma a ricordarci chi siamo, da dove veniamo e come siamo arrivati fin qui. Possono anche diventare uno strumento di integrazione per chi si inserisce in una comunità diversa da quella di origine. Sono un livello profondo e intimo della vita collettiva, ma anche un veicolo prezioso di cooperazione e pluralismo.”

Quali prospettive e quali speranze si possono delineare per il futuro in merito alla valorizzazione e alla tutela dei dialetti?

“Molto dipende dalle volontà e dalle politiche linguistiche. Esiste un ambito specifico, quello delle politiche linguistiche, che riguarda le azioni, legislative e culturali, attraverso cui si può promuovere o meno l’uso e la conservazione delle lingue e dei dialetti. Ogni Paese segue strategie diverse, che cambiano nel tempo; in Italia la situazione è estremamente articolata e varia da regione a regione. Personalmente sono favorevole a qualunque iniziativa che promuova l’uso congiunto di più lingue e dialetti, perché li considero una ricchezza collettiva. Un problema rilevante, soprattutto in alcune aree come la Valtellina e la Valchiavenna, è l’interruzione della trasmissione intergenerazionale: per decenni i genitori hanno smesso di parlare in dialetto ai figli, spezzando una catena secolare. Mi è capitato, ad esempio, di osservare a Bellinzona una giovane madre rivolgersi alla figlia in dialetto: un gesto semplice, ma significativo. Sarebbe auspicabile che chi possiede ancora questa competenza linguistica la trasmettesse, non necessariamente solo in famiglia, ma anche in altri contesti. È un percorso difficile, ma vale la pena intraprenderlo, almeno per quanto è possibile.”

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