“Le economie africane sono sospese tra le esigenze della transizione ecologica e la rivendicazione del diritto di sposare invece modelli industriali che hanno arricchito l’Occidente, ma lo sviluppo e la crescita dell’Africa devono passare necessariamente dall’individuazione di un modello interno al continente”, dice Alberto Magnani, giornalista del Sole 24 ore esperto di Africa e adesso in libreria con il saggio “Le ali dell’Africa”, raggiunto da Interris.it in occasione della Giornata mondiale dell’industrializzazione dell’Africa. Lo sviluppo con “caratteristiche africane” dovrebbe fondarsi, ritiene, sulle esigenze delle comunità ed essere sostenibile sia dal punto di vista ambientale, perché l’Africa inquina meno ma subisce gli effetti del cambiamento climatico, che economico, data la crescita demografica. “Tra le due traiettorie, la transizione ecologia è quella la più sana rispetto al modello verticale di tipo coloniale”, aggiunge.
Quali sono le “ali su cui vola” lo sviluppo dell’Africa?
“Una delle ‘ali’ dell’Africa è l’incremento demografico che la renderà uno dei continenti più popolosi e giovani, con un’età mediana minore di vent’anni. Una situazione che si può tradurre in crescita economica se si riesce ad assorbire la domanda di lavoro. Un’altra è la diversificazione del tessuto produttivo per uscire dalla dipendenza di modelli puramente estrattivi che hanno affossato la gestione sostenibile delle economie continentali. Non significa abbandonare all’improvviso le pratiche tradizionali di sussistenza, ma di rinnovarsi. Infine una terza ‘ala’ è l’integrazione economica e politica interna. Ribaltando la prospettiva che l’ha sempre vista come esportatrice verso partner esterni, la ricchezza va creata e vissuta dentro il continente, grazie all’accordo sul libero scambio e alla coesione sempre maggiore dell’Unione africana”.
Almeno a partire dalla tratta degli schiavi, l’Africa ha spesso subìto il peso delle influenze esterne. Per lungo tempo, grande parte in questo l’ha avuta l’Occidente, negli ultimi tempi anche Paesi come la Cina. In questo ribaltamento di prospettiva, l’Europa e l’Italia quale ruolo posso giocare?
“L’Italia e l’Europa devono cercare di reinterpretare il proprio ruolo nel continente perché l’ascesa di forze esterne in rapporti di sempre maggiore contesa tra di loro per l’influenze nell’Africa – la Cina, la Russia, la Turchia, i paesi arabi, l’India e Israele – ha ridotto i margini di espansione e aumentato l’autonomia di scelta nei rapporti internazionali ed economici. L’Ue e l’Italia possono giocarsi le proprie carte proponendo relazioni basate sulla trasparenza e la multilateralità e offrendo maggiori garanzie rispetto ad altri Paesi, considerando anche l’insofferenza che c’è verso chi si ritiene voglia imporre un modello dall’esterno”.
Nell’immaginario comune l’Africa è un blocco unitario segnato da disuguaglianze e instabilità. E’ così o dobbiamo aprire gli occhi e raccontare diversamente questa realtà? E come suggerisce si potrebbe fare?
“Il nostro racconto dell’Africa ancora oggi è venato da un approccio esotizzante e da una visione frammentata, ancorata alle ricadute sull’Europa. Il continente sta guadagnando una crescente visibilità per via della sua rilevanza economica, che da periferica diventerà sempre più cruciale perché diventerà un mercato impossibile da ignorare, data la sua demografia e le sue risorse. Per dire, il Financial Times scrive regolarmente sulla crescita africana. Da parte mia, ritengo che ci vorrebbe un approccio sobrio e ancorato ai fatti, senza venature estetizzanti o paternaliste. Non vuol dire fare venire meno l’empatia e la sensibilità sociale, ma raccontare quello che succede piuttosto che quello noi pensiamo succeda”.
Lei è stato, come inviato, in diversi Paesi africani. Quali le contraddizioni ha notato mentre era lì e quali cambiamenti ci possono aspettare?
“Lo scontro generazionale, il paradosso delle risorse e il divario digitale. L’attuale classe dirigente è ormai anziana e figlia di una stagione passata, spesso degenerata in forme autocratiche o clientelari, e le nuove generazioni esprimono dissenso verso queste leadership avviluppate su sé stesse e chiedono rappresentanza politica. Passando al secondo punto, l’Africa è ricchissima di risorse ma il modello economico permette l’arricchimento solo di una fascia della popolazione, causando profonde diseguaglianze. In ultimo, il continente è rimasto escluso dall’evoluzione della tecnologia in alcuni settori, come lo sviluppo di personal computer e infrastrutture, ma dai giovani arriva la spinta tecnologica. Il banco di prova fondamentale sarà l’intelligenza artificiale, se l’Africa rimane esclusa sarà un’occasione persa”.
L’Africa non è tra i principali responsabili del cambiamento climatico, ma è tra i più vulnerabili ai suoi effetti, pensiamo al Corno d’Africa. Può esacerbare le diseguaglianze esistenti e frenare lo sviluppo?
“Gli choc climatici, oltre a far aumentare la povertà e a frenare lo sviluppo, riducono l’accesso della popolazione alle risorse e rischiano di aumentare l’instabilità complessiva, con fenomeni come le migrazioni climatiche e conflitti all’interno dei Paesi”.

