Nel cuore dell’Anno Santo, il Giubileo degli Imprenditori, che si svolge il 4 e 5 maggio, rappresenta un’occasione unica per riscoprire la dimensione vocazionale dell’impresa come strumento di servizio, solidarietà e promozione del bene comune. Dopo la morte di Papa Francesco, questo appuntamento assume un significato profondo: invitare gli imprenditori a rileggere la propria missione alla luce del Vangelo, in un cammino che coniuga fede, responsabilità e giustizia sociale. Interris.it ha intervistato Benedetto Delle Site, presidente nazionale dei giovani dell’Unione cristiana imprenditori dirigenti (Ucid).

L’intervista
Dottor Delle Site, alla luce della scomparsa di Papa Francesco, quale significato assume oggi il Giubileo degli imprenditori?
“Il Santo Padre in questi ultimi dodici anni è stato un punto di riferimento per tutti coloro che, come l’Ucid da oltre settant’anni in Italia, sono impegnati affinché l’economia crei davvero diffusamente ricchezza e lavoro dignitoso, senza scartare e lasciare indietro nessuno. La radicalità con cui Papa Francesco si è scagliato contro l’ingiustizia sociale, è la stessa di tutta la lunga tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa. George Bernanos, nel suo Diario di un parroco di campagna, sottolineava come la stessa Rerum Novarum di Leone XIII del 1891 spaventò all’epoca la classe possidente e fu considerata quasi un endorsement al socialismo da parte del pontefice regnante! In realtà si trattava dei principi del Vangelo, declinati alla luce delle grandi questioni sociali dell’epoca. Scrisse Bernanos: questa idea così semplice che il lavoro non è una merce, sottoposta alla legge dell’offerta e della domanda, che non si può speculare sui salari, sulla vita degli uomini come sul grano, lo zucchero e il caffè, metteva sottosopra le coscienze. Allora il Giubileo degli imprenditori deve essere l’occasione per fare memoria del magistero di Francesco e per pensare e attuare scelte coraggiose da parte degli imprenditori. Vivere la fede nell’impresa significa schierarsi”.
Papa Francesco ha più volte richiamato gli imprenditori a essere “costruttori di speranza” e “artigiani del bene comune”. Come farlo concretamente?
“La speranza per il cristiano è una certezza che ci libera dalle paralisi e dalle paure. L’imprenditore basa la propria attività sull’assunzione del rischio, sulla libertà d’intrapresa come risposta a una chiamata-vocazione, mettendo a frutto un particolare talento a organizzare beni e persone, creare e scambiare prodotti e servizi; quindi, deve sperare e deve insegnare agli altri a sperare con lui. L’imprenditore che spera e che crede nel proprio mestiere e nella sua arte, è davvero un artigiano del bene comune perché vede prima problemi e bisogni sociali e sa trovare delle soluzioni che migliorano la vita delle persone, servendo appunto il bene comune”.
In che modo il Giubileo può diventare un’occasione per trasformare sempre di più l’impresa in strumento di giustizia e solidarietà?
“Noi dell’Ucid abbiamo scelto di varcare la Porta Santa insieme ai nostri collaboratori, durante il comune Giubileo dei lavoratori. È un segno che deve e può diventare uno stile della nostra leadership aziendale. Prima di tutto per noi l’imprenditore deve sentire l’odore del lavoro. Ma non basta, deve praticare l’ascolto attivo dei lavoratori, implementare la partecipazione alla gestione, al capitale e ai risultati dell’impresa, e poi c’è il benessere con il welfare aziendale che deve diventare welfare di comunità e responsabilità civile perché l’impresa è su un territorio, dal territorio riceve e a questo è chiamata a restituire se vuole durare nel tempo”.

Quale messaggio intende rivolgere ai giovani imprenditori cristiani? Che auspici nutre per il futuro?
“Amare innanzitutto il proprio mestiere, perché risponde ad una vocazione divina, ed amare significa appassionarsi ma anche educarsi a svolgere la propria attività di imprenditori in un certo modo e con un certo stile. Per noi è lo stile del Vangelo, esigente almeno quanto vogliamo esserlo noi in azienda, verso noi stessi e verso i nostri collaboratori. Come giovani dell’Ucid speriamo di poter essere almeno testimoni di questo in un mondo dove l’economia troppo spesso rischia di vedere sostituita la figura centrale dell’imprenditore con fondi anonimi, privi di un volto e quindi incapaci di quell’umanità a cui ci richiamava proprio il Santo Padre Francesco”.

