Delfina Licata (Fondazione Migrantes): “Per far tornare i giovani servono territori all’altezza dell’Europa”

La curatrice del Rapporto Migrantes analizza i nuovi flussi migratori e chiede un cambio di narrazione: la partenza è un'opportunità, ma l'Italia deve creare le condizioni per rendere il rientro una scelta possibile

Delfina Licata (Fondazione Migrantes) - (foto: Francesco Vitale)

Delfina Licata (Fondazione Migrantes) analizza il Rapporto 2025, rivelando anche all’inizio del nuovo anno un’Italia dove la mobilità è strutturale e conta oltre 6,4 milioni di residenti all’estero. L’esperta invita a superare lo stigma della “fuga dei cervelli”, promuovendo una narrazione che veda la partenza come un’opportunità e non come una perdita. Il vero nodo resta però il rientro, ostacolato dalla mancanza di condizioni territoriali e lavorative competitive rispetto al panorama internazionale.

L’Intervista

Dottoressa Licata, partiamo dai dati. Qual è il quadro che emerge dal Rapporto 2025 sulla mobilità italiana?

“Emerge chiaramente che la mobilità italiana continua a crescere. Abbiamo definitivamente superato lo stallo della pandemia e gli effetti della Brexit: siamo di fronte a una ripartenza con numeri cospicui. La mobilità è ormai un elemento strutturale dell’Italia, parte del suo processo storico ma anche del suo presente. Gli italiani vivono pienamente i percorsi internazionali, ma dobbiamo smettere di vedere la partenza come una ‘fuga’. I giovani partono perché cercano risposte in quest’epoca; il vero problema non è l’andare, ma l’impossibilità di rientrare”.

Perché è così difficile per i nostri connazionali tornare in Italia?

“Il nodo è il territorio. Spesso chi è fuori non trova in Italia condizioni di vita paragonabili a quelle sperimentate all’estero. Solo quando le condizioni lavorative ed esistenziali potranno essere soppesate e messe a confronto in modo equo, il ritorno potrà diventare una scelta normale. È l’unico modo per dare compimento alla ‘circolarità della mobilità’, fatta di partenza, permanenza e, appunto, ritorno”.

Lei ha parlato spesso dell’importanza delle parole. Perché la Fondazione Migrantes vuole superare definitivamente l’espressione “fuga dei cervelli”?

“Perché è un concetto che non rende giustizia alla realtà. ‘Fuga’ evoca uno scappare da qualcosa, mentre spesso si tratta di un ‘andare verso’ un’occasione positiva. E parlare di ‘cervelli’ non è dignitoso: riduce l’individuo a ciò che sa fare e non a ciò che è. Inoltre, sembra suggerire che chi parte sia intelligente e chi resta no. La comunicazione deve evolversi insieme alla ricerca sociale per restituire dignità all’interezza della persona”.

Come si possono raccontare correttamente le migrazioni nell’era dei grandi flussi comunicativi?

“Conoscendo i fenomeni in profondità e non in modo parziale. Serve una narrazione che supporti la ricerca e che utilizzi termini corretti. Dobbiamo educare e sensibilizzare gli italiani attraverso un linguaggio che rispetti la complessità dell’essere umano e le sue motivazioni”.

Quali sono le prospettive e le previsioni per questo nuovo anno rispetto ai dati attuali?

“Oggi contiamo 6 milioni e 400 mila italiani residenti all’estero, una comunità che cresce anche dall’interno grazie alle nuove nascite. Prevedere l’andamento esatto dei flussi è difficile perché dipende da variabili economiche e politiche imprevedibili. Il Covid è stato un grande spartiacque che ha cambiato tutto. Lo studio della mobilità deve essere costante proprio perché il suo oggetto è la persona: un soggetto talmente cangiante e ricco di sfaccettature che nessuna pagina può contenerlo del tutto. Anzi, dico spesso che questo volume è già vecchio nel momento stesso in cui viene stampato”.

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