Dalle passerelle al palco: la rinascita di Ivan Cottini

Ivan Cottini, ex modello, che ha deciso di affrontare la malattia a passo di danza per amore di Viola, sua figlia, racconta la sua storia a Interris.it

Ci sono storie che non si possono solo ascoltare, ma vanno sentite. Quella di Ivan Cottini è una di queste. Ex modello, con lo sguardo fiero e un cuore indomabile, nel 2013 si è trovato davanti a una diagnosi che gli avrebbe cambiato la vita per sempre: sclerosi multipla. Una sentenza che spezza, isola, spaventa. E per un momento, anche Ivan si è fermato. Il corpo che non risponde più, il mondo che crolla, i sogni che sembrano dissolversi, ma non è finita lì.

Dopo due anni di silenzio e oscurità, qualcosa dentro di lui ha ricominciato a pulsare. La voglia di vivere, di danzare, di gridare al mondo che la malattia può piegare un corpo, ma non spegnere un’anima. E così Ivan è tornato, non più sulle passerelle, ma sui palchi, portando una nuova forma di bellezza: quella della verità, del coraggio, della fragilità che diventa forza.

Al centro di tutto, un amore senza ostacoli, quello per sua figlia, Viola. È lei la sua linfa vitale, il suo respiro, la sua rivoluzione più dolce. Per lei Ivan si rialza ogni giorno, per lei ha scelto di non cedere, di esserci, anche quando il dolore è muto e feroce. In ogni gesto, in ogni passo di danza, c’è un messaggio potente: la vita, anche quando fa male, è ancora degna di essere vissuta e raccontata.

L’intervista

In occasione della Settimana contro la Sclerosi Multipla, Ivan ci apre il suo mondo con una sincerità disarmante. Ci parla di paura, rinascita e amore. E ci insegna che, anche dal dolore più profondo, può nascere una straordinaria forma di bellezza.

Ivan, come è arrivata la diagnosi?

“All’improvviso, come un fulmine a ciel sereno. Mi sono addormentato sano e il giorno seguente mi sono risvegliato con difficoltà visive, problemi di equilibrio e incontinenza. Una sensazione surreale. Non capivo cosa mi stesse succedendo. Poi, la diagnosi. Solo allora ho realizzato che, negli anni, c’erano stati tanti piccoli segnali che avevo ignorato, attribuendoli allo stress, alla stanchezza, alla vita frenetica che conducevo. Mai avrei immaginato qualcosa di così serio”.

Come hai reagito inizialmente?

“Il mondo mi è crollato addosso. Il mio corpo stava cambiando senza preavviso e io mi sentivo impotente. Non riuscivo più a fare autonomamente le cose più semplici, come una doccia. È stato psicologicamente devastante. Mi sono sentito perso, come se la mia vita fosse finita, e nei momenti più bui, ho anche pensato che non ne valesse più la pena”.

Cosa ti ha fatto reagire?

“Non saprei, ma ricordo un momento preciso: ero ricoverato al San Raffaele. Durante una telefonata con mia madre, mentre piangevo, ho sentito dentro di me che dovevo reagire, dovevo lottare. È stato un risveglio. Da quel momento ho deciso che non mi sarei più lasciato sopraffare dalla malattia e ho iniziato a combattere, contro la mia condizione e contro i pregiudizi”.

Come hanno reagito le altre persone alla tua rinascita?

“Molti si aspettavano che io continuassi a piangermi addosso, ma io ho scelto di affrontare la malattia con ironia, anche con rabbia, ma mai con resa. Non apparivo come un uomo sconfitto, ma come qualcuno che combatteva con tutte le sue forze e questo a volte ha dato fastidio.”

Ed è lì che è arrivata la danza. Come ti ha aiutato?

“Tutto è accaduto per caso. Durante una festa di beneficenza, mi chiesero di ballare con un corpo di ballo e lì ho scoperto che la danza era il mio più grande alleata. Quando ballo, non mi sento malato, non penso ai limiti che la malattia mi impone. È stato liberatorio. La danza mi ha ridato forza, un motivo per lottare, un modo per riprendermi il mio corpo. Poi è arrivata l’esperienza ad Amici, dove sono stato coach. Ho visto quanto la danza possa essere personale, quanto ognuno possa esprimere sé stesso anche nelle difficoltà. E poi Sanremo… un sogno che mai avrei immaginato e che mi ha permesso di mostrare che la danza è un linguaggio universale, capace di superare ogni barriera. Oggi so che la malattia è una parte di me, ma non definisce la mia identità”.

Poi è arrivata Viola, tua figlia…

“Alcuni farmaci che prendevo ostacolavano il concepimento, ma per lei, per questa nuova possibilità che la vita ci offriva, con la mamma di Viola abbiamo deciso di sospendere le cure. Poco dopo è arrivata quella che oggi chiamo la mia ‘cura’, la mia vera guarigione. È lei il motivo per cui non ho più paura di chiudere gli occhi la sera, è lei mi permette ancora di sognare un domani”.

Cosa speri che un giorno Viola porti con sé della tua storia?

“Spero che ricordi un padre che ha sempre lottato con il sorriso. Vorrei insegnarle a cercare la verità, a seguire ciò che davvero conta. Quando siamo insieme viviamo la natura: lavoriamo la terra, camminiamo tra gli alberi. Ogni anno, per il suo compleanno, le regalo un albero. È il suo compito: curarlo, vederlo crescere. Ne abbiamo piantati due, vicini. Le ho detto che, come noi, anche loro cresceranno uno accanto all’altro e i rami si intrecceranno, come le nostre mani. Un giorno, io non ci sarò più. Ma guardando quei rami, spero si ricordi che ci siamo tenuti per mano fino alla fine”.

Viola è stata battezzata da Papa Francesco. Cosa hai provato?

“Un’emozione difficile da descrivere. In quel minuto e mezzo in cui si è avvicinato a noi, ho vissuto una delle emozioni più forti della mia vita, seconda solo alla nascita di Viola. La dolcezza nei suoi occhi, le mani delicate sulla nostra bambina… In quel gesto c’era una forza immensa, come se la vita, ancora una volta, mi stesse sussurrando: ‘Ivan, ecco la tua cura’”.

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