Dalle strade polverose di Kabul ai nuovi orizzonti di libertà, la storia di Tarane è il racconto di una resistenza che passa per quattro ruote e un volante. Prima dell’oscurità calata con il ritorno dei talebani, Tarane è stata una delle pioniere del “Pink Shuttle“, un servizio di trasporto “dalle donne per le donne” che non solo garantiva spostamenti sicuri in un contesto ostile, ma scardinava il pregiudizio patriarcale che vedeva la guida come un’esclusiva maschile. Oggi, rifugiata e impegnata a ricostruire la propria vita, grazie all’aiuto dell’Associazione “Nove Caring Humans”, e della giornalista Angela Iantosca che ha inserito la sua storia e quella di altre 20 donne rifugiate nel libro “Donne, Resistenza, Libertà”, Tarane offre una testimonianza che sposta l’asse del dibattito sui diritti delle donne afghane. Per lei la libertà non è un concetto astratto o unicamente legato a un indumento da togliere, ma coincide con la sopravvivenza e l’autonomia: è il diritto di studiare, di saper leggere una lettera e, soprattutto, di poter uscire di casa per guadagnarsi “un pezzetto di pane” per i propri figli. In questa intervista a Interris.it, Tarane racconta la transizione dal coraggio civile del Pink Shuttle alla sofferta fuga dall’Afghanistan, svelando la sua missione più grande: educare i propri figli maschi al rispetto e alla parità, affinché diventino uomini capaci di riconoscere nelle donne compagne di libertà e non suddite del silenzio.
L’Intervista
Tarane, la tua storia inizia con una sfida coraggiosa in Afghanistan: il progetto Pink Shuttle. Ci racconti cosa significava per te essere una donna autista in un contesto così difficile?
“Sì, è stato un progetto meraviglioso, unico nel suo genere in Afghanistan. Lì gli uomini hanno sempre pensato che guidare fosse un lavoro esclusivamente maschile. Per una donna mettersi al volante era considerato quasi una vergogna. Io invece ho scelto questo lavoro proprio per cambiare la loro mentalità: volevo dimostrare che non esistono compiti solo per uomini. Con il Pink Shuttle le donne aiutavano le altre donne ad andare al lavoro, garantendo sicurezza alle famiglie e alle lavoratrici. Poi, purtroppo, con l’arrivo dei talebani tutto è peggiorato e siamo dovute fuggire”.
Oggi sei lontana dal tuo Paese e cerchi di ricostruire la tua vita. Cosa rappresenta per te, nel profondo, la parola “libertà”?
“Spesso in Occidente si pensa che libertà per noi significhi solo togliersi il velo, la sciarpa. Ma per noi la libertà è qualcosa di molto più concreto: libertà è poter studiare, poter lavorare. In Afghanistan molte donne non hanno più un marito, un padre o un fratello che le sostenga; per loro libertà significa poter uscire di casa da sole per guadagnarsi un pezzettino di pane per i propri figli. Libertà è saper leggere una lettera, non svegliarsi nel buio dell’ignoranza senza capire cosa c’è scritto su un foglio. Questa è la vera libertà che sogniamo per il nostro futuro”.

In questo viaggio verso la rinascita, quanto è importante per te il ruolo di madre e l’esempio che dai ai tuoi figli?
“È fondamentale. Ho due figli maschi e voglio che vedano con i loro occhi quello che la loro mamma ha fatto per portarli fin qui. Voglio che crescano diventando uomini che capiscono e rispettano le donne. Devono imparare che le donne devono avere la pace, la libertà di studiare e di scegliere come vestirsi. Non è importante la sciarpa che porti in testa, è importante poter correre, poter lavorare e prendersi cura della propria famiglia con dignità. Spero che imparino questo dal mio esempio”.
Quale messaggio vorresti far arrivare a chi ascolta la tua storia oggi?
“Vorrei che capissero che dietro ogni rifugiata c’è una lotta per i diritti fondamentali. Noi non cerchiamo solo un rifugio, cerchiamo la possibilità di essere persone complete, capaci di contribuire alla società e di decidere del nostro destino. La mia corsa non si ferma, per me e per tutte le donne che sono rimaste là”.

