Dai post alle relazioni: Paolo Curtaz racconta il movimento dei missionari digitali

L'autore presenta il volume "La Chiesa ti Ascolta", un viaggio tra testimonianze e QR code per raccontare il volto di una Chiesa in uscita che annuncia il Vangelo nel mondo digitale

Paolo Curtaz (foto: Francesco Vitale)

Paolo Curtaz è curatore insieme a Rosy Russo de “La Chiesa ti Ascolta“, il primo volume che analizza il movimento dei missionari digitali nato con il Sinodo. L’autore esplora a Interris.it la sfida di annunciare il Vangelo nelle “nuove Galilee” dei social, distinguendo il ruolo del missionario da quello dell’influencer attraverso l’enzima dell’ascolto. Tra testimonianze cartacee e QR code, il testo racconta una Chiesa in uscita che sperimenta nuovi linguaggi per entrare in relazione autentica con le nuove generazioni.

L’Intervista

Come nasce l’idea di questo libro dedicato ai missionari digitali e perché proprio ora?

“L’idea nasce dal fatto che un testo simile semplicemente non c’era. Avendo fatto parte di questo movimento fin dall’inizio, ho sentito il bisogno di raggruppare le idee e fare il punto della situazione. Questo progetto, “La Chiesa ti Ascolta”, è nato circa cinque anni fa con il Sinodo sulla Sinodalità. Insieme a Rosi Russo e grazie all’editore San Paolo, abbiamo voluto scattare una fotografia di questa realtà in continua evoluzione”.

Possiamo considerare questa esperienza come un’estensione della “Chiesa in uscita” cara al magistero? Quante persone coinvolge oggi?

“Esattamente. Una volta che la Chiesa “esce”, deve saper ascoltare. Siamo partiti in pochissimi, ma oggi in Italia siamo circa 160, mentre a livello mondiale il gruppo conta 3.000 persone tra laici, sacerdoti e suore. È un movimento che nasce dal basso, un bacino enorme di stili diversi uniti dal desiderio di annunciare Gesù. Come ha sottolineato Paolo Ruffini, ci stiamo coordinando per entrare ufficialmente nella grande missione della Chiesa”.

Spesso si dibatte sulla differenza tra “influencer cattolico” e “missionario digitale”. Esiste davvero una distinzione o è solo una questione terminologica?

“A dire il vero, è un problema quasi solo italiano. Nel resto del mondo questa distinzione non si avverte. In Italia la parola “influencer” spaventa, ma il concetto è lo stesso: portare Cristo nelle “nuove Galilee” che sono i social, dove oggi vive il 65% della popolazione mondiale. Il missionario digitale è semplicemente chi vive nel web la missione ricevuta col battesimo”.

I social sono un “fiume in piena” spesso caotico. Qual è il segreto per non disperdere il messaggio e raggiungere davvero le nuove generazioni?

“La bellezza è che siamo in una fase di sperimentazione assoluta. I linguaggi sono quelli dei social, ma lo stile e i contenuti devono essere radicalmente diversi. Io sono un “boomer” e uso Facebook, i ragazzi stanno su TikTok: va bene tutto. La vera differenza non sono i like, ma l’enzima dell’ascolto. Siamo lì per entrare in relazione autentica con le persone, non per collezionare numeri”.

Un libro cartaceo che parla di mondo digitale: sembra un paradosso. Chi è il destinatario ideale di queste pagine?

“È un paradosso voluto! Abbiamo raccolto la storia del movimento e le testimonianze di venti missionari, lasciando a loro la parola. Abbiamo incluso anche le parole di Papa Leone. Il destinatario è chiunque, pur frequentando i social, abbia voglia di fermarsi a sfogliare uno strumento “vecchio” come il libro per scoprire qualcosa di profondo. E per non perdere il contatto con la rete, alla fine di ogni testimonianza abbiamo inserito un QR code per accedere direttamente ai profili social dei protagonisti”.

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