L’arte non è soltanto estetica, ma anche un linguaggio capace di raccontare la società, dare nuovo significato alla realtà e creare un dialogo tra l’opera e chi la osserva. In particolare, l’arte povera, ci parla di memoria, di ambiente, di consumo e di trasformazione, restituendo dignità a materiali che hanno già avuto una vita e che, attraverso la creatività dell’artista, possono acquisire un nuovo significato. In questo senso l’opera diventa anche uno spazio di incontro e riscatto sociale: non impone necessariamente una lettura, ma stimola emozioni, domande e interpretazioni personali. Interris.it, su questi temi, ha intervistato Armando Riccetti, artista valtellinese autodidatta, più volte premiato nel corso della sua carriera cinquantennale.
L’intervista
Riccetti, com’è nata la sua passione la passione per l’arte? com’è iniziato il suo percorso e come procede?
“La mia passione è nata e cresciuta piano piano. Con il tempo sono riuscito ad arrivare a certi livelli e ho iniziato anche a confrontarmi con le opere di altri artisti. Copiare non è così semplice come può sembrare, perché ogni artista ha i propri segreti e le proprie caratteristiche. Il percorso procede attraverso la ricerca e la sperimentazione”.
Lei è pittore e scultore: cos’è, per lei, l’arte?
“L’arte è soprattutto un modo per esprimersi, per comunicare sentimenti ed emozioni. Quando qualcuno si emoziona davanti a un tuo quadro significa che sei riuscito a trasmettere qualcosa. Se una persona passa davanti all’opera e non la considera, significa che non hai suscitato interesse. Bisogna attrarre il pubblico e, soprattutto, proporre qualcosa di nuovo e personale”.
L’arte è una forma di espressione molto importante…
“Certamente. Quest’anno, ad esempio, a Morbegno, eravamo circa 360 artisti in un chiostro. Guardandomi intorno ho pensato che le mie opere fossero diverse dalle altre, perché utilizzo materiali e soluzioni particolari. C’erano molti pittori che proponevano soggetti simili: paesaggi e opere che si assomigliavano. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, ma credo sia importante cercare qualcosa di proprio e trovare una forma personale di espressione”.
Quali tecniche pittoriche e scultore ha utilizzato nel corso della tua carriera?
“Utilizzo molte tecniche: olio, acrilico, pastelli, matite, cere e tecniche miste. Per le sculture impiego soprattutto materiali di recupero e oggetti che hanno già avuto una vita: marmitte, badili, zappe e altri scarti di ferro, che ho utilizzato anche per realizzare crocifissi. La cosa importante è che il materiale sia stato usato. Se è nuovo non riesco a sentirlo allo stesso modo: deve avere una storia, deve essere stato utilizzato e lavorato nel tempo”.
L’arte può essere uno strumento di riscatto personale: cosa vorrebbe dire ai giovani che hanno questa passione e si vogliono lanciare?
“Direi loro di avere coraggio e di seguire la propria passione. Molti giovani hanno talento, ma devono capire qual è il loro modo personale di esprimersi. A un ragazzo molto bravo con la matita, per esempio, ho consigliato di continuare con il bianco e nero invece di dedicarsi al colore, perché il colore rischiava di essere fuorviante per lui. Ha provato, poi mi ha richiamato dicendomi che avevo ragione”.
Trovare la propria strada è fondamentale…
“Esattamente. Il consiglio e il supporto, sono importanti, ma poi ognuno deve trovare la propria strada. Anche i premi non sono sempre prevedibili. Quest’anno ho vinto il premio Scarpatetti grazie al voto del pubblico. Essere scelti dalle persone che guardano le opere significa, secondo me, aver suscitato qualcosa in chi le osserva”.
Quali sono i suoi auspici per il futuro?
“Guardando al futuro desidero continuare ad esprimermi facendo arte ed evocare emozioni e sensazioni che ciascuno può interpretare liberamente. L’arte è una forma di espressione che merita di essere valorizzata a tutto campo”.

