L’elicottero bianco che la mattina del 19 marzo 1981 sorvola la cascata delle Marmore, il salto artificiale più alto d’Europa, è un dettaglio, non solo di colore, di una pagina di un libro che racconta una storia molto più vasta, quella del mondo del lavoro e delle sue trasformazioni, fatta di tante storie, piccole o grandi, passate, presenti e future. In quel velivolo si trovava papa Giovanni Paolo II in viaggio verso Terni, in procinto di visitare il polo siderurgico umbro che i cittadini chiamano, familiarmente, le Acciaierie. Venti di crisi cominciavano a spirare sull’industria pesante a livello internazionale e nazionale, facendosi sentire anche nella conca ternana, dove negli anni seguenti si riconvertì parte della produzione e si passò dalla proprietà pubblica a quella privata. In quei giorni tra i lavoratori era diffuso il timore per il mantenimento dei livelli occupazionali ed è tra loro che il “Papa operaio”, per il suo passato nelle cave del gruppo chimico Solvay, su invito del vescovo della Diocesi Santo Quadri, vuole andare a portare “una parola di incoraggiamento”.
Il messaggio del Papa
Al tempo in cui la Cortina di ferro divideva il mondo in due blocchi, il Pontefice polacco si recava in una città operaia dove c’era un’amministrazione guidata dal Partito comunista italiano. “Giovanni Paolo venne, con il suo passato da operaio, come portatore del valore universale del lavoro e di un forte messaggio di giustizia sociale. Aveva individuato Terni come luogo simbolo del lavoro a livello mondiale così fummo, per un giorno, la ‘capitale del lavoro’”, ricorda Giacomo Porrazzini, il sindaco di Terni che accolse il Santo Padre, insieme al ministro per il Commercio estero Enrico Manca. Quando il Papa scese dall’elicottero nel campo sportivo accanto gli stabilimenti, l’allora primo cittadino lo salutò chiamandolo “cittadino del mondo”. “Avevo colto il suo spirito di apertura, di dialogo e di comprensione reciproca”, spiega.

Il Vangelo del lavoro
Alle 10 il Santo Padre inizia la visita ai reparti, prima la fucinatura dove vede all’opera la pressa da 12mila tonnellate che produceva lingotti d’acciaio, poi i forni elettrici dove, di sua iniziativa, sale alle cabine di comando e controllo. Seguono l’incontro con il Consiglio di fabbrica riunito in plenaria e quello con novemila lavoratori, prima del pranzo in mezzo a loro alla mensa aziendale. Il Papa, che pochi mesi dopo avrebbe pubblicato l’enciclica “Laborem exercens”, in cui considerava “il lavoro umano la chiave essenziale della questione sociale”, espose alla platea di tute blu il suo “Vangelo del lavoro”: “E’ al suo banco di lavoro che l’uomo offre la misura delle proprie ‘capacità’ e che in definitiva, dà un contenuto e persino un senso alla propria vita”. Il lavoro, continua Giovanni Paolo, è una delle espressioni della libertà creativa con cui l’uomo collabora alla stessa Creazione. Sempre però nel rispetto della sua dignità, altrimenti si ridurrebbe a “un lavoro contro l’uomo, il quale ne viene reso schiavo”. La visita del Pontefice ha continuato nel pomeriggio con l’incontro in cattedrale con le religiose e i malati, a cui ha ricordato l’esempio del venerabile Giunio Tinarelli, immobilizzato dalla malattia ma capace di grande impegno nella solidarietà e nella vita cittaina, per concludersi con la celebrazione della messa in uno stadio “Libero Liberati” affollatissimo.
Una trasformazione profonda
“Durante il pranzo alla mensa aziendale si vedeva che tornava nel suo mondo originario, aveva confidenza con il mondo del lavoro operaio”, dice Porrazzini, riannodando il filo della memoria. “Il Papa ribadì con forza l’importanza del riconoscimento sociale del lavoro, che oggi si è perso”, continua l’ex sindaco di Terni. “Non c’è più l’elemento comunitario, lo sviluppo tecnologico ha individualizzato la dimensione lavorativa, rompendo realtà etico-sociali e aumentando la capacità produttiva e la redditività delle aziende, senza che ci sia contemporaneamente un processo di redistribuzione”, considera Porrazzini. “Si è perso il rapporto tra capitale e lavoro. Il capitalismo dialogava con la democrazia e le sue regole, oggi assistiamo a una trasformazione profonda”, riflette.
Sviluppo sostenibile e giustizia sociale
La crisi della siderurgia iniziata tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta ha avviato un processo che ha portato, da un lato, il mutamento dell’Occidente a società post-industriale e dall’altro lo spostamento delle produzioni in altre parti del mondo. Molti stabilimenti europei chiusero, quelli ternani resistettero parzialmente grazie alla produzione di acciai speciali, attraversando comunque momenti critici soprattutto nei primi anni del Duemila, e con un calo degli occupati che in questi decenni sono scesi da una decina di migliaia agli attuali 2.500 circa. “Il motore dell’acciaio non bastava più”, racconta Porrazzini, che ora poggia il dito su un’altra pagina del grande libro della storia del lavoro: “Oggi a livello mondiale abbiamo la straordinaria opportunità dello sviluppo sostenibile, che si lega in maniera indissolubile alla giustizia sociale. Su questi temi abbiamo due grandi elaborazioni convergenti, l’Agenda 2030 delle Nazioni unite e l’enciclica di papa Francesco “Laudato Si’””. Così, dal Papa operaio si arriva al Pontefice dell’ecologia integrale.

