Nato a Greccio nel 1223 con San Francesco, il presepe resta oggi un potente richiamo all’essenzialità e all’umiltà contro il consumismo. Integrando fede e vita quotidiana, questa tradizione si fa interprete delle identità locali per lanciare un messaggio universale di pace e dignità del lavoro. Un rito educativo prezioso che, tra manualità e attesa – come racconta a Interris.it padre Giuseppe Cellucci, O.M.I. – insegna ancora alle nuove generazioni il valore dell’accoglienza.
L’Intervista
Il presepe nasce ufficialmente nel 1223 a Greccio grazie a San Francesco. Oltre l’aspetto scenografico, quale fu la vera “rivoluzione” culturale e spirituale che il Poverello di Assisi volle innescare portando la Natività in mezzo alla gente comune, fuori dalle mura delle chiese?
“Francesco d’Assisi, nel presepio vivente di Greccio voleva provare le difficoltà vissute dalla famiglia di Nazaret alla nascita del Bambino Gesù. E contemplare Dio stesso incarnato nel bambino di Betlemme. Di notte a Greccio, in un luogo impervio e in una grotta, realizza una rappresentazione vivente della Natività. Un segno per riconciliare interiormente sé stesso e il popolo, rievocando la ‘Vera Betlemme’ dove -scrive Tommaso da Celano- «risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà». L’anno successivo il Beato Agostino, seguace di San Francesco, realizzò un secondo presepio vivente a Penne in Abruzzo. Di questo fatto ne parla “Il presepe abruzzese”, libro scritto da Enrico di Carlo, giornalista abruzzese”.
Oggi i nostri presepi sono spesso ricchi di dettagli, luci e automazioni. Tuttavia, il cuore della scena rimane una stalla spoglia e un bambino in una mangiatoia. In una società del consumo e dell’abbondanza, quanto è difficile — e quanto è necessario — recuperare oggi il messaggio di “essenzialità” e povertà che il presepe esprime?
“Accogliere questo messaggio di essenzialità, sempre e non soltanto nella festa del Natale! Penso che per un cristiano sia il principale obiettivo di vita. Tra i presepisti, durante e dopo la realizzazione di un presepio, ci poniamo la domanda: nel nostro presepio si percepisce qualcosa dell’Incarnazione? I personaggi, le scenografie con effetti visivi e sonori, sembrano solo un lavoro preciso di modellismo?”
Nel presepe tradizionale, accanto alla Sacra Famiglia, troviamo pastori, artigiani e animali impegnati nelle attività di ogni giorno. Qual è il significato teologico di questo accostamento tra l’evento straordinario dell’Incarnazione e la banalità del quotidiano? Cosa ci dice questa vicinanza sulla dignità del lavoro e dell’uomo?
“Il presepio tradizionale parla dell’Emanuele, Dio con noi che vive e condivide il lavoro umano, come quello di Giuseppe, padre e custode. Di questa interpretazione si è fatto promotore, alla corte del Re di Napoli, S. Gaetano da Thiene promuovendo il presepio in stile napoletano. Nella sua variopinta presentazione esprime un mondo che attende Colui che è annunciato e cantato dagli angeli. Un presepio in stile napoletano si può definire “un mondo di emozioni””.
Recentemente si è parlato del presepe di Piazza San Pietro come di un “marchio d’amore” legato al territorio. Secondo lei, come riesce questa tradizione secolare a farsi interprete delle diverse identità locali (pensiamo a quello napoletano, campano o alpino) senza perdere la sua valenza di messaggio universale di pace?
“Sulla piazza san Pietro di Roma sono puntati gli occhi di tutto il mondo. Il presepio monumentale che vi si realizza ogni anno, cambiando la provenienza, lo stile e la realizzazione, consegna a tutti un messaggio di novità e profondità spirituali. I presepisti, in un certo modo, si possono definire “evangelizzatori” di un messaggio pieno di vita e di speranza”.
In un mondo sempre più digitalizzato e frenetico, montare il presepe resta un rito che richiede tempo, pazienza e manualità. Qual è il valore educativo di questa tradizione per i più giovani? Può ancora essere uno strumento efficace per trasmettere concetti come l’attesa, la cura e l’accoglienza?
“Certamente. Il presepio è un’esplosione di sentimenti ed emozioni, un calarsi nelle espressioni delle statuine che lo compongono, quasi a trovare un posto tra loro anche per ognuno di noi. Un’attenzione nel rispettare la prospettiva, i colori, la luminosità senza gli effetti speciali che possono distogliere dalla presenza del Dio incarnato. Il presepio resta una viva e bella tradizione ereditata dal passato, coltivata nel presente, da trasmettere alle nuove generazioni”.

