La Fondazione Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali – un istituto internazionale per la formazione e la ricerca e gli studi avanzati nell’ambito delle competenze del Ministero della Cultura (socio fondatore) dal 15 marzo è presieduta dal giurista docente prof. Gerardo Villanacci. La Fondazione svolge un ruolo importante nel contesto culturale italiano e internazionale e interviene sugli aspetti fondamentali e decisivi dell’agere pubblico: la formazione e la costruzione delle competenze.
Il cambiamento del sistema culturale italiano
Un incarico di grande responsabilità che si inserisce in una fase di profondo cambiamento per il sistema culturale nazionale oggetto, tra l’altro, della recentissima legge 17 marzo 2026, n. 40, in vigore dal 14 aprile 2026, che ha innovato il codice dei beni culturali e del paesaggio (di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42) nonché altre disposizioni concernenti la valorizzazione sussidiaria dei beni culturali e ha istituito il circuito “Italia in scena”.
L’intervista
L’intervista di Interrris.it al giurista professore Gerardo Villanacci, Presidente della Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali
Che valore ha questo incarico e quale funzione svolge oggi la Fondazione nel sistema culturale italiano?
“Oggi il patrimonio culturale richiede capacità sempre più articolate, non solo sul piano della tutela, ma anche su quello della gestione, della valorizzazione e dell’innovazione. In questo contesto, la Fondazione contribuisce a rafforzare la qualità dell’azione pubblica, accompagnando le amministrazioni e gli operatori nell’affrontare una realtà sempre più complessa. Ciò non vuol dire solo di trasmettere conoscenze, ma anche creare le condizioni perché il sistema possa funzionare in modo più efficace nel tempo, valorizzando una risorsa che rappresenta una parte essenziale dell’identità del nostro Paese”.
Il recente correttivo al codice dei beni culturali, come incide sul sistema italiano di tutela dei beni culturali?
“La recente legge n. 40/2026 adottata in attuazione degli articoli 9 e 118, quarto comma, della Costituzione e nell’ambito dei principi stabiliti dalla Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società (fatta a Faro il 27 ottobre 2005, ratificata ai sensi della legge 1° ottobre 2020, n. 133), persegue l’obiettivo di favorire l’iniziativa autonoma dei cittadini, sia individuale sia associata, nella valorizzazione dei beni culturali e nello sviluppo dell’impresa culturale e creativa. Il patrimonio viene così interpretato non solo come identificativo e storico, ma anche come leva per la crescita economica e per la riduzione dei divari territoriali e sociali”.
La Costituzione continua a essere il punto di riferimento per la tutela dei beni culturali e del paesaggio?
“Senza dubbio sì. La Costituzione rappresenta ancora oggi il fondamento della tutela culturale. L’articolo 9, in particolare, attribuisce alla promozione della cultura e alla protezione del patrimonio storico-artistico un valore primario. Non si tratta di un principio meramente programmatico: è una norma che orienta concretamente l’azione pubblica e vincola il legislatore. Il patrimonio culturale viene tutelato non solo come bene materiale, ma come espressione dell’identità e della memoria collettiva. Le più recenti modifiche costituzionali, che hanno rafforzato il legame tra ambiente, paesaggio e patrimonio, confermano questa impostazione, offrendo un criterio di equilibrio anche rispetto alle esigenze di sviluppo economico”.
Come il modello “misto” dell’economia culturale italiana consente una maggiore gestione, circolazione e fruizione dei beni culturali?
“Negli ultimi anni si è progressivamente affermato un modello in cui pubblico e privato collaborano, soprattutto nella valorizzazione del patrimonio. La tutela resta una funzione pubblica, ma la gestione può beneficiare di contributi esterni. Questo approccio consente di mobilitare risorse e competenze utili a rendere il sistema più sostenibile. Fondazioni, sponsorizzazioni e forme di partenariato pubblico-privato rappresentano strumenti importanti per migliorare l’offerta culturale e la qualità dei servizi. È però fondamentale mantenere un equilibrio: il coinvolgimento dei privati non deve mai subordinare il valore culturale a logiche esclusivamente economiche. Per questo è necessario garantire sempre una cornice regolamentare chiara”.
I borghi italiani sono una componente essenziale del patrimonio culturale. Come si può contrastarne lo spopolamento?
“I borghi rappresentano una ricchezza unica, in cui si intrecciano architettura, paesaggio e tradizioni. Non sono solo luoghi da conservare, ma comunità vive che raccontano l’identità dei territori. Per contrastarne lo spopolamento serve una strategia più ampia della semplice tutela edilizia. Occorre investire nei servizi, nelle infrastrutture e nelle attività economiche compatibili con il contesto locale. Anche la digitalizzazione può offrire nuove opportunità di rilancio. Accanto a questo, è fondamentale puntare sulla valorizzazione culturale diffusa: eventi, percorsi integrati e progetti di innovazione sociale possono contribuire a rendere questi luoghi nuovamente attrattivi. L’obiettivo non è trasformarli in musei, ma mantenerli vivi e abitati”.
Come ritiene possibile garantire una protezione efficace e duratura al patrimonio culturale e paesaggistico?
“Il patrimonio culturale e paesaggistico rappresenta una parte fondamentale della nostra identità e la sua tutela non può che essere assicurata attraverso un approccio integrato, che metta insieme istituzioni, competenze e comunità locali”.

