L’unione dei diversi può essere la soluzione all’enigma sulle sorti dei Paesi del Vicino Oriente, sospesi tra la crisi e la soglia dell’implosione. Le tessere del puzzle del “nuovo Levante” sono sparpagliate e non sarà facile comporlo, ma secondo il giornalista ed esperto in materia Riccardo Cristiano, adesso si presenta l’occasione per superare le divisioni confessionali e clanico-tribali per, eredità della strategia “divide et impera” del colonialismo europeo, e imboccare una nuova “terza via” che raggiunga una dimensione comune nel rispetto delle differenze, garantendo diritti e pluralismo in una nuova visione della cittadinanza. La capitale del Libano, Paese piegato dalla policrisi – economico-finanziaria e politico-istituzionale – può mostrare l’avvenire di quelle terre, con la sua identità che è “araba, mediterranea e occidentalizzata”. Un’analisi oggetto del nuovo saggio di Cristiano “Beirut e il futuro del mosaico arabo”, edito da Castelvecchi.

L’intervista
Perché ha scritto questo libro?
“Per una mia antica passione per questa città e perché mi è sembrato che questo grande disastro che riguarda quello che potremmo chiamare ‘nuovo Levante’, l’area che comprende il Libano, la Siria e l’Iraq, ridotto a una terra desolata, possa essere in fondo un elemento di unità tra diversi e divisi. I guai a volte ci rendono più consapevoli della nostra vicinanza. Beirut, per la sua storia, ha molto da dire a queste terre in cerca di una nuova dimensione. Così ho voluto capire meglio e oggi ritengo che non sia una fantasia parlare di un futuro per questi posti”.
Ci può spiegare meglio quali sono le tessere di quello che definisce “mosaico arabo” e perché sono sparpagliate?
“Ci sono due possibilità. Una è in atto, la frammentazione su linee confessionali. La Siria divisa tra curdi, alawiti, drusi, il Libano tra Sud sciita e Nord sunniti e ancora i maroniti, poi l’Iraq, tra egemonia sciita e autonomia curda, oltre al passato tribale sunnita. Una ‘cantonalizzazione’ territoriale prodotta dai sistemi di governo coloniali basati sul ‘divide et impera’. Ma questi Paesi non sono più ‘espressioni geografiche’, per citare Metternich, bensì hanno acquisito una propria dimensione nazionale e ospitano persone con valori e idee. L’altra possibilità sarebbe allora guardare alla pluralità come ricchezza e unirsi in una confederazione che non annulli le sovranità statuali a lungo ricercate. Nel raccordarsi vicendevolmente si darebbe profondità strategica al bacino del Mediterraneo, portandolo fino al Golfo persico. Il Mediterraneo non sarebbe più un grande lago ma un vero mare”.

Papa Leone XIV ha fatto un appello alla pace in Medio Oriente invitando a non accettare più visioni manichee che dividono il mondo in buoni e cattivi. Che peso avranno le sue parole?
“Il Pontefice può richiamare i cristiani di quelle zone a voler diventare cittadini con pari diritti e alla valorizzazione delle diversità in Medio Oriente. Questo può comportare anche un’autocritica rispetto al proprio passato – alcuni patriarchi sono stati benedicenti nei confronti di Assad – per aprire una nuova pagina”.
Dopo mezzo secolo in Siria non c’è più un Assad a capo del Paese e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha tolto le sanzioni. Che nuovo capitolo si apre?
“La Siria finisce sotto le aree di influenza altrui, ma rispetto al rischio di implosione è un passo avanti. La palla ora passa al nuovo presidente Ahmed al Shaara: può dimostrare che pur con la sua storia si può cambiare e costruire un Paese diverso. Sperare mi sembra lecito, consapevoli che il passo di Trump è stato ‘aiutato’ da Arabia saudita e Turchia per calcolo e interesse. I turchi vedono la possibilità di liberarsi della zavorra di due milioni e mezzo di profughi siriani da rimandare indietro qualora arrivasse il momento della ricostruzione, mentre i sauditi sperano di recitare la parte dei protagonisti nei futuri business”.
Che tipo di cambiamento immagina?
“Il cambio di paradigma starebbe nel superare il meccanismo che ha retto dal colonialismo fino a Bashar al Assad, ovvero protezione in cambio di fedeltà, aprendo alle energie della società civile che chiedono uno Stato pluralista. L’occasione c’è, resta da vedere se le altre potenze accompagneranno il processo. L’Europa potrebbe ritagliarsi un ruolo e trovarsi domani un nuovo partner nell’area”.

Una gravissima crisi economico-finanziaria, una lunga instabilità politico-istituzionale e la ferita ancora aperta della tragedia del 4 agosto. Il puzzle libanese è impossibile da ricomporre?
“Il Libano una cosa e Beirut un’altra e racchiude la sfida di cui parliamo. La capitale è divenuta una metropoli e hub commerciale di collegamento tra l’Europa e il mondo arabo nella seconda metà dell’Ottocento grazie allo sviluppo tecnico scientifico e agli investimenti dei notabili cittadini appartenenti alle diverse comunità confluite sulla costa. Tutti hanno deciso di collaborare per portare benessere, è la miseria che porta alla contrapposizione mentre il progresso unisce. Nel XX secolo le cose sono cambiate, con il colonialismo avviene la frattura. Gli arabi avevano recepito il concetto di nazione intesa come sovranità dal basso, dal popolo, contro l’ordine feudale. Ma ai loro occhi l’Occidente collaborava con i potenti, così in opposizione agli europei scelsero la strada del panarabismo. Nel frattempo, il panislamismo invitava a resistere contro quella che riteneva la colonizzazione culturale occidentale. Entrambi hanno fallito, così adesso si potrebbe proporre una visione di cittadinanza che superi le opposizioni e allarghi i diritti di tutti. L’intellettuale libanese Samir Kassir definiva Beirut una città araba, mediterranea e occidentalizzata perché si è sviluppata grazie all’apertura. Farne il faro della nuova comunità di Stati vorrebbe dire orientarne il cammino verso l’incontro con l’Europa”.
In conclusione, riallacciandoci a quanto diceva all’inizio: un suo ricordo di Beirut?
“Ci andai per la prima volta all’inizio degli anni Novanta, la città era completamente distrutta e il centro era intransitabile. Dopo la ricostruzione era diventato un luogo d’incontro per uomini d’affari e stranieri benestanti, ma la sera si trasformava nel centro cittadino di tutti, con la gente che affluiva dagli altri quartieri. Ricordo la folla che si radunava per partite dei mondiali di calcio trasmesse sui maxischermi, tifando per le nazionali dei Paesi dove qualche loro parente o conoscente era emigrato. Hezbollah ha messo sotto assedio il cuore di Beirut per impedire ai libanesi di sentirsi tutti cittadini dello stesso Paese”.
La presenza dell’organizzazione sciita come rientra in questo processo?
“L’Iran ormai ha fallito l’esportazione della rivoluzione khomeinista e se Hezbollah accettasse di diventare un partito disarmato potrebbe rappresentare la questione sciita, dopo averla strumentalizzata, e partecipare al pluralismo libanese, perché chi la pensa in quel modo c’è e va affrontato”.

