“Siamo un Paese particolarmente ricco di biodiversità, con circa 60mila specie. Molte di queste vivono solo nei nostri territori, per cui si definiscono endemiche. Il 32% degli anfibi e il 18% dei pesci d’acqua dolce si trovano solo da noi”, dice a Interris.it Piero Genovesi, Responsabile del Servizio per il coordinamento delle attività della fauna selvatica dell’Istituto superiore per la ricerca ambientale (Ispra), raggiunto in occasione della Giornata mondiale della fauna selvatica. Una ricchezza però minacciata dalla perdita di habitat, dall’impatto delle attività umane e dagli effetti del cambiamento climatico.
Qual è il loro stato di conservazione?
“Su scala europea, il 39% delle specie di uccelli e il 62% di non uccelli si trova in uno stato di conservazione inadeguato o cattivo. In Italia, in base ai dati che raccogliamo per le attività di reporting previste delle Direttive europee ‘Natura’ e ‘Habitat’, la situazione è preoccupante: circa la metà delle specie è in uno stato di conservazione non favorevole. La situazione è peggiorata, nel 2017 le specie in cattivo stato di conservazione erano il 17,3% e sono salite al 21,8%. I più minacciati sono i pesci d’acqua dolce e gli anfibi, a causa dell’impatto delle attività umani sui loro habitat, e l’avifauna agricola, crollata del 33% – con picchi fino al 50% – secondo l’indicatore europeo che monitora gli uccelli in ambienti agricoli, il Farmland Bird Index. Specie una volta comuni, come il saltimpalo, il calandro e il torcicollo, stanno scomparendo”.
Faceva cenno alle minacce per le specie e i loro habitat. Ci spiega più nel dettaglio?
“Le principali minacce sono la perdita e la frammentazione degli habitat, l’introduzione di specie aliene, il riscaldamento globale. Tra le prime cause di perdita di habitat ci sono le attività agricole, che hanno anche impatti legati alla captazione di acqua dolce per irrigare, lo sviluppo urbanistico e turistico che interessa in particolare le zone costiere, le modificazioni dei corsi d’acqua con opere come le dighe, e con l’inquinamento che è particolarmente rilevante nelle zone umide. Per quanto riguarda le introduzioni di specie aliene, per fare un esempio sono state introdotte per scopi sportivi delle trote provenienti da altre aree geografiche che, essendo predatori molto voraci, colpiscono i pesci autoctoni e gli organismi invertebrati. Infine, anche i cambiamenti climatici mettono in pericolo la nostra fauna, per le acque sempre più calde e per le temperature sempre più elevate in montagna. Il quadro non è fatto solo di ombre, ma anche di luci: negli anni abbiamo aumentato del 30% le zone boscate e sono tornati a crescere i lupi, i cervi e gli istrici. Così come si stanno espandendo le lontre”.
E’ possibile invertire la tendenza?
“A livello internazionale ed europeo è stato preso l’impegno di portare le aree protette al 30% entro il 2030 e le leggi europee impongono obiettivi di tutela delle specie e degli habitat più minacciati. Un’occasione importante è legata all’approvazione del Regolamento europeo per il ripristino che richiede un nuovo approccio, dalla tutela al ripristino attivo degli habitat degradati, con l’obiettivo di raggiungere il 60% entro il 2040 e il 90% entro il 20250. L’Ispra coordina la produzione del Piano nazionale di ripristino, che sulla base dei dati scientifici disponibili definirà gli obiettivi di intervento a scala nazionale. Il piano andrà presentato già a settembre di quest’anno, ma questo sarò solo l’inizio di un percorso, perché il piano andrà aggiornato e modificato e, soprattutto, sarà essenziale poi l’attivazione concreta degli interventi di ripristino, coordinata dal Ministero dell’Ambiente e da quello dell’Agricoltura, che si muoveranno di concerto con i territori e con i portatori di interesse”.
Quando si parla di fauna selvatica il pensiero va ad animali come i lupi e gli orsi. Come rendere possibile la convivenza con gli esseri umani?
“Il ritorno della fauna che è in passato è stata sterminata è una buona notizia, anche se in alcuni casi richiede di rivedere le attività umane. Una sfida che abbiamo di fronte è trovare modalità di conservazione e tutela che permettano alle persone di mantenere le proprie attività anche nelle zone dove questi animali sono presenti, integrandole con misure di prevenzione per mettere in sicurezza entrambi. Nel caso di orsi pericolosi le norme prevedono l’abbattimento, così come ci sono pratiche di contenimento per i cinghiali. Nel caso del lupo, che era quasi scomparso e oggi supera i 3.500 esemplari, si sta passando da politiche di protezione rigorosa a misure più flessibili. Resta importante che le persone imparino le buone regole di comportamento quando si vive in aree con presenza di un animale selvatico, evitando di rendere accessibili fonti di cibo, e cercando di investire soprattutto in prevenzione. Per minimizzare gli impatti del lupo sugli allevamenti sarebbe prioritario assicurare misure di prevenzione degli attacchi, installando recinzioni notturne per il bestiame o incoraggiando l’utilizzo di cani da guardiania”.
Quali sono i rischi legati al declino della fauna selvatica?
“La perdita di biodiversità ha effetti non solo sugli ecosistemi ma anche sulla nostra vita. Gli invertebrati, che sono il 98% delle specie animali italiane, stanno scomparendo, e se si perdono gli impollinatori anche la nostra agricoltura è a rischio. L’80% delle piante ha bisogno di loro per riprodursi. Ancora, la ricchezza di anfibi e pesci era un indicatore di buona salute delle acque: averne un numero inferiore, insieme alla presenza di specie aliene, mette a rischio ecosistemi fragili per noi fondamentali”.

