“Comfort food”: dalla ricerca di sicurezza al rischio di dipendenza

La pressione sociale può condurre a comportamenti illusori, di ripiego che non sono risolutivi né efficaci nel tempo

Comfort food. Foto di Emma Fabbri su Unsplash

Il “comfort food” (cibo di conforto) consiste nell’abitudine, oggi diffusa, soprattutto nei Paesi ricchi, di assumere cibi più graditi pur di ridurre lo stress accumulato. I piatti piacevoli, spesso legati a ricordi dell’infanzia e all’apporto emotivo, sviluppano la dopamina e la serotonina, ricompensando l’individuo dell’ansia provata.

Si tratta di un fenomeno sociale che riguarda solo una parte della popolazione mondiale, in quanto le nazioni e le classi sociali più povere non hanno possibilità di scelta o di promuovere la propria personalità alimentare bensì devono accontentarsi di una dieta indifferenziata, sostanzialmente a base di cereali, quando vi sono.

La pandemia del 2020/21, e l’isolamento conseguente, hanno favorito questa ricerca “comoda”, in un clima di ansia generalizzata, priva di frequentazione di locali, in cui la produzione domestica di preparati ha conosciuto un grande incremento, privilegiando i piatti del passato, legati ai ricordi più graditi.

A confortare sono gli alimenti che, in periodi di stress e di notevole fragilità, producono una sensazione di sicurezza e di serenità, spesso legati a momenti piacevoli dell’infanzia. In questa fase della vita si sperimenta il primo caso di comfort food: quando un bambino è attratto particolarmente da dolciumi o salatini ed evita sistematicamente il consumo di frutta e verdura. Ai ricordi piacevoli, si abbinano quelli spiacevoli: cibi sgraditi nella tenera età tendono a rimanere tali anche negli anni successivi.

Indirizzare una tipologia di alimentazione basata esclusivamente sul piacere è contraria agli aspetti nutrizionali basilari, legati, invece, a una decisa diversificazione. Si tratta, spesso, di abitudini ereditate dai primi anni di vita, dagli stili di alimentazione nati in famiglia. La maggior disponibilità di alimenti, rispetto, al passato e la maggiore frequentazioni di ristoranti e luoghi di somministrazione, induce, oggi, a un’ottica di “menu costante” domestico, a riflessioni o dubbi riguardanti le ampie scelte da effettuare e i cibi da preparare. Anche in casa, dunque, anziché portare in tavola i piatti pronti e già decisi, si tende a far precedere una sorta di “sondaggio”, imperniato di richieste sulle preferenze del momento, in cui prevale l’aspetto del piacere e del comfort rispetto a quello nutritivo.

Altra componente essenziale è quella della nostalgia, legata al bisogno di rivivere episodi del passato particolarmente graditi, la cui memoria cognitiva/visiva è accompagnata dal cibo. Nei casi di permanenza all’estero, o in luoghi lontani da quelli abituali, rappresenta un’occasione di recupero delle tradizioni e dei sapori della propria terra, a compensare il disagio di situazioni stressanti e di altre abitudini nutritive.

La solitudine è un’altra condizione che, generando tristezza, induce a trovare soluzione nel consumare specifiche pietanze. La socialità di un pasto, anche a base di vivande non confortevoli, è la cura migliore per non sprofondare in un isolamento di compulsività alimentare.

L’apporto emotivo non coincide sempre con quello nutritivo, per cui occorre prestare attenzione e non mirare solo al piacere bensì curare un’alimentazione sana, costituita anche da cibi non di conforto.

Un tentativo di sopperire alle difficoltà della vita, colmabili con il consumo di cibi gratificanti a titolo risarcitorio, potrebbe sconfinare in una sorta di deresponsabilizzazione e di ricerca ossessiva di felicità senza discernimento della fonte che la produce e delle conseguenze che ne derivano.

L’indolenza e la ricerca ossessiva della felicità non possono incentrare l’attenzione soltanto sugli alimenti “comodi”: falsi messaggi sul web, ipnotizzano e ingannano, soprattutto i giovani.

Papa Leone XIV, nel Discorso alla FAO del 16 ottobre scorso, ricordò: “Non possiamo aspirare a una vita sociale più giusta se non siamo disposti a liberarci dall’apatia che giustifica la fame come fosse una musica di sottofondo alla quale ci siamo abituati, un problema irrisolvibile o semplicemente una responsabilità altrui. Non possiamo chiedere agli altri di agire se noi stessi non rispettiamo i nostri impegni. Con la nostra omissione diventiamo complici della promozione dell’ingiustizia. Non possiamo sperare in un mondo migliore, in un futuro luminoso e pacifico, se non siamo disposti a condividere ciò che noi stessi abbiamo ricevuto. Solo allora potremo affermare — con verità e coraggio — che nessuno è stato lasciato indietro. […] La fame non è il destino dell’uomo ma la sua rovina”.

Le professoresse Patrizia Catellani e Valentina Carfora sono le autrici del volume “Psicologia sociale dell’alimentazione”, pubblicato da “Vita e pensiero” nel settembre 2022. Parte dell’estratto recita: “Le nostre scelte alimentari sono guidate da molteplici dimensioni psicologiche: cognitive, emotive, valoriali, sociali e comportamentali. La psicologia sociale dell’alimentazione aiuta a comprendere queste dimensioni e a capire come promuovere un’alimentazione sana e sostenibile, migliorando il benessere delle persone. Cosa conta di più nella nostra scelta di cosa mangiare? In che modo la comunicazione online e offline influenza il nostro stile alimentare? Essere a tavola con altri cambia il nostro comportamento?”.

Il fenomeno, come confermano gli studi, è molto diffuso. Un’indagine di Bva Doxa del novembre 2023 riportava: “L’atto di ordinare cibo a domicilio è spesso associato a emozioni positive come soddisfazione e relax. Oltre il 90% degli italiani afferma di ordinare un piatto basandosi su emozioni o ricordi positivi, sottolineando la profonda connessione tra cibo ed umore. Ne è una prova il fatto che i comfort food favoriti, anche con il delivery, sono i classici: spiccano pizza e focacce per il 60% degli italiani, ma anche dolci (40%), gelati (38%) e l’immancabile cioccolato (32%). […] Il 70% degli italiani ha provato almeno una volta a replicare ricette o piatti che ha visto realizzare da influencer o personaggi famosi attraverso i canali social, mentre il 50% segue almeno un ristorante sui social”. Si tratta, di solito, di alimenti elaborati, maggiormente ricchi di zuccheri e sali, più attivi a livello cerebrale. La scelta si indirizza, in particolare, verso i cibi caldi poiché il calore trasmette una buona dose di sicurezza e protezione.

Il comfort food non rappresenta, in genere, un disturbo alimentare (come anoressia e bulimia) e una condizione patologica dal punto di vista psicologico. È rivolto a una scelta qualitativa, non quantitativa, per ottenere un benessere aggiuntivo a quello puramente fisiologico del soddisfare l’appetito. Il beneficio, tuttavia, che si ottiene dalla piacevole assunzione di cibo è breve, quindi non si può presumere di risolvere problemi esistenziali con tale panacea o scorciatoia che evita di affrontare le problematiche a viso aperto. La degenerazione del fenomeno significa precipitare in una sorta di dipendenza e alla conseguente condizione di schiavitù che ne deriva, con gravi ripercussioni fisiche e mentali.

I cambiamenti incutono paura e, dinanzi a vorticosi stravolgimenti contemporanei, l’individuo tenta di ancorarsi ai ricordi di ogni tipo: visivi, letterari, musicali e culinari. Proprio in virtù del forte accento di individualità assegnata a questa esperienza emozionale, il soggetto rivendica le scelte completamente personali che non necessariamente coincidono con quelle altrui. La società omologa, programma, “invita” a consumare pasti identici e l’individuo, stressato dalle maglie della stessa comunità, prova a trovare rifugio nell’individualità repressa.

In un mondo sempre più veloce, liquido, distratto e competitivo, contrassegnato dall’omologazione culturale, occorre riportare al centro la persona e le sue esigenze, anche in ambito culinario. In una società dominata dall’alimentazione “mordi e fuggi”, dalla ristorazione molto commerciale e da abitudini imposte, il comfort food consente di ritagliare e rimarcare le scelte personali, autonome non strumentali ma legate alla soddisfazione. In questo, occorre tener presente il confine con l’estremo opposto: quello di un’eccessiva deriva verso il comfort a detrimento dei sani principi alimentari.

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