Come l’11 settembre ha cambiato il mondo: l’analisi di Marco Di Liddo

Cosa ha significato l’11 settembre per il mondo: Marco Di Liddo, direttore del Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) risponde a Interris.it

A sinistra: Foto di WikiImages da Pixabay A destra: il direttore Ce.S.I. Marco Di Liddo. Foto © Alessia Mastropietro da Imagoeconomica

La mattina dell’11 settembre 2001 accadde l’inaspettato, una tragedia che sconvolse il mondo. Due aerei si schiantarono contro Torri gemelle a New York, nel cuore di quella che nell’immaginario collettivo è l’America, e poco dopo un terzo danneggiò il Pentagono, mentre un quarto precipitò in Pennsylvania. In mezz’ora i due grattacieli crollarono, le vittime civili degli attacchi terroristici di quella giornata furono 2.977. L’11/9 è una data che è si è impressa sui libri di Storia a segnare un prima e un dopo. L’analista Marco Di Liddo, direttore del Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.), riflette con Interris.it sulle conseguenze di quegli attacchi e sulla situazione internazionale attuale.

L’intervista

Direttore, cosa ha rappresentato l’11 settembre per il mondo?

“E’ stato uno di quegli eventi che restano nella Storia e nella memoria collettiva. Quegli attacchi hanno travalicato i confini della politica e sono entrati nella nostra quotidianità e nel nostro approccio sociale e psicologico ai problemi della sicurezza. Sotto il profilo della politica internazionale, ha rappresentato un punto di svolta sotto due aspetti: la principale superpotenza mondiale non era invulnerabile sul proprio territorio e un’organizzazione non statale diventava una minaccia sistemica per Stati molto più attrezzati, dal punto di vista finanziario e tecnologico”.

Quel giorno insieme alle Torri sono venute meno anche le fondamenta dell’ordine internazionale?

“No, è sopravvissuto. L’11 settembre ha fatto comprendere come la sfida politica delle organizzazioni terroristiche e il tema della radicalizzazione su larga scala fossero saliti di livello e non potevano essere più considerati come dei problemi subordinati”.

Nei dieci-quindici anni successivi il fenomeno si è sviluppato arrivando fino all’Isis in Medio Oriente…

“I principali risultati del movimento jihadista internazionale sono stati quelli di arrivare nel cuore dell’Occidente democratico e liberale, nell’emergente Asia e nell’Africa alle prese con le sue contraddizioni tra povertà e sviluppo, e di realizzare dei parastati in territori dove amministravano la giustizia, l’economia e la politica, creando un’ideologia capace di infiltrarsi nelle vulnerabilità sociali e psicologiche”.

Com’è cambiato il mondo in questo quarto di secolo? E com’è oggi?

“E’ tutto molto più dinamico perché il progresso tecnologico ha incrementato la velocità delle azioni umane e ne ha di conseguenza amplificato gli impatti. In secondo luogo quasi tutte le barriere sono state abbassate o rese meno rilevanti per via della natura transazionale delle attività virtuali, che consentono all’uomo di superare confini fisici e digitali, e la comunicazione globale ha reso tutto quello che avviene un evento con risonanza globale. In terzo luogo, la forbice che separa il mondo ricco da quello in via di sviluppo si è ampliata. In ultimo, il tasso di multietnicità e multiconfessionalismo è aumentato all’interno delle nostre società europee, comportando sfide di integrazione e occupazionali più complesse”.

Nello scenario attuale la competizione tra le grandi potenze sembra aver indebolito il multilateralismo, mentre il globo è attraversato dalla “guerra mondiale a pezzi”. Come riunire le tessere per realizzare un puzzle più pacifico e stabile?

“La storia dell’umanità ci insegna che ci sono dei cicli e in questo momento viviamo in un ciclo di conflittualità perché il sistema internazionale sta transitando da un equilibrio di potenza ad un altro, senza aver ancora raggiunto un assetto stabile. Se prima, durante la Guerra Fredda, tutto ci sembrava comunque più stabile – dal punto di vista europeo – è perché i teatri dove accadevano gli eventi erano lontani da noi dal punto di vista geografico e dell’informazione, mentre oggi tutto ha un impatto diverso. Ritengo che la cosa principale da fare sia prendere atto che in questo momento il tasso di conflittualità e molto alto, perché da questa consapevolezza derivano le soluzioni. La prima sarebbe cercare di adattare gli strumenti del dialogo alla situazione attuale”.

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