I cambiamenti climatici stanno trasformando profondamente gli ecosistemi marini, alterando equilibri consolidati, mettendo in difficoltà le specie autoctone e favorendo la diffusione di specie aliene sempre più adattabili. Tra aumento delle temperature, pressione antropica e nuove catene trofiche, il Mar Mediterraneo vive una fase di transizione delicata che richiede competenze scientifiche e strategie di gestione mirate. Interris.it ha approfondito questi temi con il professor Alberto Felici, direttore del Master MARAC.
L’intervista
Professor Felici, in che modo i cambiamenti climatici stanno incidendo sui mari e sulle specie che li abitano?
“I cambiamenti climatici stanno incidendo sugli ecosistemi marini in tre modi principali. Il primo riguarda le specie autoctone di interesse commerciale, quelle con cui abbiamo maggiore familiarità. L’aumento delle temperature, l’acidificazione delle acque e la crescente pressione antropica, legata all’inquinamento e allo sfruttamento delle risorse, stanno rendendo il loro habitat meno ospitale. L’ambiente marino è sottoposto a uno stress crescente, che mette in difficoltà specie tradizionalmente diffuse nei nostri mari. Il secondo aspetto riguarda lo spostamento delle specie indigene all’interno della colonna d’acqua. Alcune specie, pur non provenendo da altri mari, stanno modificando la propria distribuzione in risposta all’aumento delle temperature, occupando profondità o aree diverse rispetto al passato. Questo comporta nuovi equilibri negli ecosistemi marini e altera le dinamiche delle catene trofiche. Il terzo elemento è rappresentato dall’arrivo e dalla diffusione di specie aliene. Si tratta di organismi provenienti da mari più caldi, biologicamente più adattati a condizioni ambientali elevate. Queste specie, approfittando della fragilità degli ecosistemi locali, riescono a insediarsi e spesso a prevalere. Inoltre, non essendo sempre oggetto di pesca o di consumo diffuso, possono espandersi rapidamente. In alcuni casi si osservano già interazioni tra diverse specie aliene, che stanno creando nuove catene trofiche e veri e propri ecosistemi alternativi.”
Come possiamo definire le specie aliene e quali sono quelle più diffuse nei mari italiani?
“Il termine specie aliene indica degli organismi che provengono da altre regioni del pianeta e che non sono storicamente presenti nei nostri mari. Non fanno parte, cioè, del patrimonio biologico originario del Mediterraneo, ma vi giungono attraverso rotte commerciali, correnti marine o a seguito di cambiamenti ambientali. Tra le specie aliene oggi più diffuse nei mari italiani, soprattutto con rilevanza commerciale, vi è il Granchio blu, ormai ampiamente conosciuto. Nell’Adriatico è molto presente anche il Penaeus aztecus, spesso indicato come mazzancolla aliena. In Sicilia è stato segnalato il Granchio rosso della Louisiana, mentre dal Mediterraneo orientale si sta diffondendo il Pesce scorpione, già presente nel Sud Italia e destinato a espandersi verso nord. Accanto a queste specie visibili e commercialmente rilevanti, esiste un ampio fenomeno che riguarda microrganismi, alghe e fitoplancton di origine non autoctona, la cui diffusione può avere effetti significativi sugli equilibri ecologici.”
In che modo il Master Marac sta operando per salvaguardare gli ecosistemi?
“La tutela dei mari richiede innanzitutto competenze specifiche e continuità nell’azione. È fondamentale formare professionisti capaci di identificare correttamente le specie aliene, monitorarne la diffusione, gestirne il contenimento e valutare l’eventuale integrazione nelle filiere produttive. Occorre inoltre garantire un’informazione scientificamente corretta agli operatori del settore e alle comunità locali.” Il Master Marac opera proprio in questa direzione: attraverso percorsi formativi mirati, prepara figure specializzate nella gestione degli ecosistemi marini, con particolare attenzione al fenomeno delle specie aliene e alle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici.”
Quali sono i suoi auspici per la tutela dei nostri mari?
“L’auspicio per il futuro è che le competenze maturate in questo ambito vengano adeguatamente valorizzate e integrate nei sistemi produttivi e decisionali. Ogni settore necessita di professionalità specifiche e adeguatamente formate. È necessario superare l’improvvisazione e promuovere un approccio scientifico rigoroso, fondato su preparazione, esperienza e collaborazione interdisciplinare. Solo così sarà possibile affrontare con efficacia le sfide poste dai cambiamenti climatici e preservare la biodiversità dei nostri mari.”

