Burkina Faso: l’emergenza tra crisi umanitaria e guerra al terrorismo

La situazione umanitaria e geopolitica del Burkina Faso spiegata a Interris.it dal dott. Luca Mainoldi, africanista di Fides

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Un villaggio in Burkina Faso (© RobertoVi da Pixabay)

Da anni, il Burkina Faso è teatro di una profonda crisi politico-militare e umanitaria. La giunta militare al potere non è riuscita a fermare l’avanzata jihadista, aggravando l’instabilità interna. Basti pensare che, con oltre 2,5 milioni di sfollati e migliaia di vittime, la popolazione civile è la principale vittima di un conflitto che si consuma nel silenzio internazionale. Interris.it, in merito alla situazione nel Paese del Sahel, ha intervistato il dott. Luca Mainoldi, africanista di Fides.

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Foto di James Wiseman su Unsplash

L’intervista

Dottor Mainoldi, come si sta configurando la situazione geopolitica e umanitaria del Burkina Faso?

“Dal 2022, il Burkina Faso è governato da una giunta militare guidata dal giovane capitano Ibrahim Traoré, salito al potere con la promessa di proteggere la popolazione dagli attacchi jihadisti. Nel Paese operano almeno due gruppi di matrice jihadista, uno affiliato ad Al-Qaeda e l’altro all’ISIS, che si contendono il territorio con frequenti scontri. Il governo sostiene di aver riconquistato il 70% del territorio nazionale, ma fonti indipendenti smentiscono questa versione: i gruppi armati continuano a colpire basi militari e stazioni di polizia, dimostrando che la situazione della sicurezza resta critica. Dal 2015 si contano circa 26mila morti, di cui la metà solo dal 2022, anno in cui è salita al potere l’attuale giunta. Gli sfollati interni sono oltre 2,5 milioni. Sul piano economico, il governo sta cercando di riaffermare la sovranità sulle risorse naturali, promuovendo la nazionalizzazione delle miniere d’oro e ponendo fine alle ingerenze straniere, in particolare francesi. Le truppe di Parigi sono state espulse nel 2023, una decisione che ha probabilmente aggravato la crisi di sicurezza. È stato inoltre istituito il ‘Corpo dei Volontari per la Patria’, una milizia a sostegno dell’esercito nella lotta al terrorismo. Tuttavia, l’opposizione accusa il governo di usare questo strumento per mandare al fronte persone scomode, come giornalisti e professionisti critici del regime”.

La regione del Sahel, di cui il Burkina Faso fa parte, è diventata un epicentro del terrorismo jihadista. Come si ripercuote questo sul Burkina Faso?

“La situazione nel Sahel è estremamente tesa. Burkina Faso, Mali e Niger, tutti retti da giunte militari, hanno formato un’alleanza per contrastare il jihadismo. Il ruolo degli attori internazionali in questo contesto è cruciale: gli Stati Uniti, ad esempio, stanno cercando di tornare protagonisti nella regione. In questo senso è significativa la recente nomina di Kassoum Coulibaly, già ministro della Difesa e zio materno di Traoré, ad ambasciatore a Washington, dove ha presentato le credenziali direttamente a Donald Trump. Questa mossa segnala la volontà di bilanciare l’influenza crescente di Russia e Cina, senza diventarne totalmente dipendenti. Anche la Turchia è attiva nella regione, fornendo droni militari al governo burkinabè”.

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Un villaggio nel Sahel (© MAMADOU TRAORE da Pixabay)

Guardando al futuro, quali scenari si prospettano per il Burkina Faso? Come possono intervenire le potenze straniere e le istituzioni sovranazionali?

“Il futuro del Burkina Faso dipenderà dalla capacità di contenere e sconfiggere i gruppi jihadisti, che operano trasversalmente anche in Mali e Niger, che si finanziano attraverso reti di contrabbando che si estendono fino al Nord Africa. Tuttavia, le operazioni antiterrorismo condotte dalle forze governative in Burkina Faso sono spesso accompagnate da episodi di violenza contro i civili, con il rischio di fomentare rivolte contro la giunta militare. Serve un cambiamento di strategia, più mirato e rispettoso dei diritti umani, per indebolire davvero i gruppi jihadisti. A livello internazionale, il Burkina Faso deve ricalibrare i suoi rapporti: l’appoggio militare della Russia, da solo, non basta. La situazione burkinabè va inserita nel più ampio contesto della regione saheliana, dove le sfide sono molteplici e complesse”.

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