“Bullismo intellettuale”: quando il muro del linguaggio discrimina

L’esclusione sociale si manifesta sin dal linguaggio, se le parole divengono mezzi per schedare chi le usa, a scuola, al lavoro, in casa

Foto di Markus Spiske su Unsplash

Il “bullismo intellettuale” (o “intimidazione intellettuale”) è la locuzione, attuale e diffusa, che appartiene a chi utilizza, con toni sprezzanti, un linguaggio tecnico, complesso, articolato per mostrare la propria (presunta) superiorità e sovrastare l’interlocutore, relegandolo a un ruolo di sudditanza, sino all’esclusione. Non potendo ricorrere a forme di violenza fisica, il bullo intellettuale utilizza la forma linguistica per isolare e discriminare, provocando ripercussioni, fisiche e psichiche, nel prossimo.

Una forma di discriminazione sottovalutata

L’intimidazione intellettuale implica un rapporto di dominanza e schiavitù che si registra in vari ambiti: scolastici, lavorativi, sociali, familiari e sentimentali. Abbracciando, quindi, ogni forma di socialità, le conseguenze rappresentano un pericolo serio e annidato quasi ovunque, grave e inaccettabile. La discriminazione linguistica non è meno pericolosa delle altre forme, poiché colpisce la vittima estraniandola dal contatto sociale o ponendola in una condizione subalterna e dipendente. Gli strascichi comportano un calo di autostima da parte di chi subisce un trattamento così scostante ed egoistico, al punto da condizionare, irrimediabilmente, le proprie capacità di relazione. La vittima rischia di sentirsi sempre fuori contesto e non all’altezza del prossimo.

Il linguaggio come strumento di potere

L’utilizzo di termini altisonanti, abbinato a una maggiore capacità di linguaggio (anche attraverso termini e codici ristretti, quasi in uno slang riservato a pochi), mira ad affermare, con presunzione, una supposta superiorità irridendo chi viene considerato a un livello inferiore. L’obiettivo dell’intimidatore è duplice: sottolineare la propria personalità egocentrica e sminuire, attraverso l’esclusione, le capacità altrui. Risulta arduo, per chi è oggetto di tale scherno, riuscire a resistere e a difendersi, soprattutto se il colpevole è spalleggiato dal gruppo. Questa forma di bullismo, non molto conosciuta, è pericolosa e produce gravi conseguenze, per questo motivo va attenzionata, condannando anche la connivenza degli astanti, di chi non interviene e la giustifica. Evitare l’esclusione, in questo quadro così strutturato, è quasi impossibile.

Il bullismo intellettuale a scuola

In particolare, il bullismo intellettuale di tipo scolastico, si sviluppa soprattutto negli ordini e gradi più elevati, quando una cerchia ristretta di studenti, dagli ottimi risultati, emargina il resto della classe, reo di non essere al loro pari. In questo caso, il bullismo verbale è perpetrato per mezzo dei codici linguistici del gruppo, con significati, tempi e suoni stabiliti, resi segreti o poco accessibili alla vittima pur di estrometterla dal discorso e relegarla in uno stato di confusione, a diffidare della propria capacità cognitiva, di giudizio e valore. Il bullo intellettuale, tuttavia, può risultare vittima del suo stesso “gioco”: estraniando l’altro (considerandolo inferiore), tenderà a isolarsi, in un mondo considerato dorato ma, in realtà, illusorio, dove primeggia da solo, su se stesso.

L’analisi di Papa Francesco

Nella Lettera Enciclica “Fratelli tutti”, Papa Francesco sottolineò “Oggi tutto si può produrre, dissimulare, modificare. Questo fa sì che l’incontro diretto con i limiti della realtà diventi insopportabile. Di conseguenza, si attua un meccanismo di ‘selezione’ e si crea l’abitudine di separare immediatamente ciò che mi piace da ciò che non mi piace, le cose attraenti da quelle spiacevoli. Con la stessa logica si scelgono le persone con le quali si decide di condividere il mondo. Così le persone o le situazioni che hanno ferito la nostra sensibilità o ci sono risultate sgradite oggi semplicemente vengono eliminate nelle reti virtuali, costruendo un circolo virtuale che ci isola dal mondo in cui viviamo. Il mettersi seduti ad ascoltare l’altro, caratteristico di un incontro umano, è un paradigma di atteggiamento accogliente, di chi supera il narcisismo e accoglie l’altro, gli presta attenzione, gli fa spazio nella propria cerchia. Tuttavia, ‘il mondo di oggi è in maggioranza un mondo sordo […]. A volte la velocità del mondo moderno, la frenesia ci impedisce di ascoltare bene quello che dice l’altra persona. E quando è a metà del suo discorso, già la interrompiamo e vogliamo risponderle mentre ancora non ha finito di parlare. Non bisogna perdere la capacità di ascolto”.

Le parole che feriscono e quelle che curano

Il professor Federico Faloppa, sociologo, è l’autore del volume “La farmacia del linguaggio” (sottotitolo “Parole che feriscono, parole che curano”), pubblicato da “Alphabeta” nel 2022. Parte dell’estratto recita “Il linguaggio come pharmakon, veleno e medicina al contempo; le parole come veicolo di odio o somministratrici di cura. […] Il linguaggio può ferire, alimentare contrasti, ricalcare stereotipi, estremizzare posizioni; ma anche costituire una risorsa di consapevolezza e riflessione, e dunque risanare, generare alleanze, tessere relazioni costruttive. Quest’ultima funzione appare però sempre più ostacolata dalla distorsione del concetto di ‘libertà d’espressione’ e da una tendenza generale a fare delle parole strumenti di discriminazione e di esclusione, spesso in maniera subdola e trasversale”.

I dati sulla discriminazione

La ricerca promossa da “Fater” (azienda leader nel settore igiene, sostenibilità e benessere), nel settembre 2023, visibile al link https://fatergroup.com/press/in-italia-1-persona-su-2-e-vittima-di-discriminazione-ace-scende-in-campo-con-un-progetto-di-sensibilizzazione-contro-lodio-insieme-a-retake-e-diversity-lab/, riportava dati inquietanti “La discriminazione è un fenomeno ancora troppo frequente in Italia tanto che 1 italiano su 2 ne è stato vittima. Il 77% ha assistito ad almeno un atto discriminatorio e il 50% non ha reagito. Oltre il 70% degli intervistati dichiara che il maggior numero di discriminazioni avvengono a scuola, a seguire troviamo i social media (oltre il 50%). La famiglia è il luogo dove avviene il 31% degli episodi. La percentuale di discriminazioni all’interno di un gruppo di amici cresce nei ragazz* 13-16 anni, raggiungendo il 25% dei casi. Nella fascia di età tra i 16 e i 19 anni la discriminazione passa dalla forma verbale a quella fisica”.

Il ruolo del gruppo e dell’esclusione

Il gruppo, cellula centripeta che unisce le persone nelle loro svariate attività sociali, presenta, tuttavia, problematicità relative alla forze contrarie: quelle dell’espulsione e della mancata accettazione, in virtù del venir meno del rispetto, dei vincoli e del conformismo che lo stesso gruppo si è dato. La fame di potere si può sviluppare anche in questi “termini” di pura ostentazione, posti strumentalmente a livellare, a catalogare e a consolidare barriere classiste di ogni tipo (culturali, fisiche, economiche, ecc). In tal modo, la socialità, in ogni suo ambito, è posta a repentaglio: non vi è collante se una delle parti pone steccati nei confronti delle altre. Profittare di chi, per condizioni sociali, si trovi in una posizione più fragile, rappresenta un crimine molto grave e ingiustificabile.

Social network e amplificazione dell’odio

Nella società attuale, dominata dal web, le condizioni di esclusione e di plagio divengono numerose e segnanti. Il gruppo che esclude la vittima di turno, trova ulteriori spazi e maggiore amplificazione, a livello virtuale, nei social. La competizione linguistica innesca meccanismi infantili senza beneficio per alcuno in quanto annulla la socialità e consolida un clima di ostilità.

L’importanza dell’umiltà e dell’ascolto

Il bullo/intimidatore intellettuale dovrebbe apprezzare, con umiltà, le capacità (cognitive, socioeconomiche, relazionali, ecc) e le opportunità che la vita gli ha concesso, senza dimenticare le diverse e difficili condizioni di accesso dell’altro, condividendo, con questi, il proprio beneficio. Il delirio di onnipotenza che permea la società contemporanea, selettiva e competitiva, orientata al successo e alla fama, si traduce anche nel linguaggio, bene comune che dovrebbe cementare la solidarietà e, invece, traccia, spesso, un solco, divisivo, estraniante e discriminatorio.

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